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Italian National Revisionism
Trieste Oggi 2003
February
From a small local Trieste newspaper, Trieste Oggi, published Tuesday to Saturday, we can glean something about Venice Giulia, Istria, Fiume and Dalmatia:
28 February 2003
Un piatto di lenticchie?
l'anvgd di verona teme un ennesimo bidone a danno degli esuli
«La pregiudiziale dev'essere il rispetto dei diritti umani sanciti a livello
europeo»
Lo scorso 14 dicembre l'Assemblea dei soci del Comitato provinciale
dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Verona ha
deliberato all'unanimità di inviare una lettera aperta al proprio presidente
nazionale, senatore Lucio Toth, nonché a tutti i consiglieri nazionali e ai
Comitati provinciali dell'Anvgd, con espressa richiesta di darne
comunicazione anche a "Difesa Adriatica", al CDM ed alla Lega
Nazionale. Il
presidente del Comitato provinciale di Verona, avv. Gian Paolo Sardos
Albertini, ce ne ha recentemente fornito copia. Ecco di seguito il contenuto
della prima parte della lunga lettera.
1) Rapporti tra il Comitato Provinciale di Verona
e la Presidenza, nonché
in genere all'interno
dell'Associazione
Si ravvisa da parte del Comitato di Verona una scarsa, al limite
dell'inesistenza, comunicazione in tempo reale di quelli che sono gli
avvenimenti che interessano direttamente ed in prima persona gli iscritti
all'Associazione, nonché in generale tutti gli esuli.
Ci si riferisce, in particolare, alla trattativa attualmente in corso tra
l'Italia e la Croazia per la stipulazione del trattato di amicizia e
cooperazione.
Per chi non ha la fortuna di vivere a Trieste e di poter apprendere qualche
notizia leggendo il locale quotidiano, nel resto dell'Italia, essendo il
problema completamente ignorato dalla stampa, sia nazionale sia locale, gli
esuli e, soprattutto, gli iscritti e i simpatizzanti dell'ANVGD non sono
praticamente a conoscenza di quanto sta accadendo.
In particolare pochi sanno, ad esempio, quanto il Sindaco del Libero Comune
di Pola in esilio, Gen. Silvio Mazzaroli, ha riferito in data 10.11.02
presso la sede dell'Unione Istriani durante un convegno aperto al pubblico.
In tale occasione il Gen. Mazzaroli ha informato i presenti che la
Commissione istituita a livello ministeriale (cosiddetta Commissione Leanza)
avrebbe (si usa il termine condizionale in quanto nessuno ha visto il
documento integrale) ufficialmente recepito il contenuto e le conclusioni
della Commissione "Triestina" (composta dai Prof.ri Luzzatto, Maresca,
Miele, Gaia e dall'Avv. De Pierro, il cui nominativo è stato poi,
inspiegabilmente ed all'ultimo momento, depennato non certo da parte dei
Professori), sennonché il documento presentato ai croati avrebbe un
contenuto sostanzialmente diverso.
In altri termini, alla controparte croata sarebbe stato esibito un dossier
in cui ci si limita ad esaminare quelli che sono i casi esclusi dai trattati
sottoscritti tra l'Italia e l'ex Jugoslavia (in base al principio, tanto
caro all'ex Ministro Ruggiero, del "pacta sunt servanda") con l'unica
sottolineatura (peraltro non rilevata dal documento pubblicato sul sito del
Centro Multimediale) dell'opportunità di prendere in considerazione
l'ipotesi della "revisionabilità" dei vecchi accordi.
Si sarebbe così dato inizio ad una trattativa diplomatica con la controparte
senza rivendicare con fermezza, fin dall'inizio, il pieno diritto alla
restituzione di tutti i beni (ove materialmente esistenti) o al risarcimento
per l'equivalente o con una somma di denaro pari al valore attualizzato del
bene, ma assecondando il volere dei croati, secondo cui la trattativa
diplomatica deve essere indirizzata solo all'interno dei "paletti",
costituiti dai trattati esistenti, riservandosi di porre il vero problema
della restituzione integrale solo in un secondo momento.
In realtà sia il Consiglio Nazionale dell'ANVGD sia l'Esecutivo e il
Consiglio Federale della Federazione degli Esuli hanno approvato ordini del
giorno in cui reclamano, a gran voce, il diritto alla restituzione dei
nostri beni e la necessità che la "piattaforma" del negoziato sia la
più
ampia possibile in modo da evitare qualsiasi discriminazione tra esuli e
cittadini croati o sloveni.
Ad eccezione di coloro i quali hanno la possibilità di leggere "Il
Piccolo",
nessuno sa, poi, che sull'edizione del 23.11.02 è stato trascritto il
comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri, portante la
data del 20.11.02, con il quale Governo Italiano ha reso ufficiale la linea
che intende perseguire nelle trattative con la Croazia.
È stato ribadito da parte del nostro Governo che, nell'ottica del principio
pacta sunt servanda, non sono ridiscutibili gli accordi bilaterali a suo
tempo sottoscritti dall'Italia e dall'ex Jugoslavia e vanno verificate solo
l'esistenza di situazioni di diritti di proprietà su beni abbandonati non
ricompresi in tali accordi.
Dopo la pubblicazione di tale comunicato stampa non ci risulta che la nostra
Associazione abbia avanzato la benché minima protesta nei confronti del
Governo Italiano.
Vi è da chiedersi, a questo punto, se alle parole (e cioè ai comunicati
approvati dalle Associazioni degli Esuli) non debbano seguire anche i fatti,
e cioè vibrate ed ufficiali proteste, da pubblicare sugli organi di stampa,
con le quali si contesti apertamente il comunicato proveniente dalla
Presidenza del Consiglio e, soprattutto, venga rivendicato il fatto che la
trattativa italo-croata debba iniziare con la pregiudiziale del rispetto dei
diritti dell'uomo, sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e dal
relativo Protocollo e quindi dalla necessità di non discriminare, in alcun
modo, i cittadini italiani rispetto a quelli croati nel processo di
denazionalizzazione che è iniziato con la Legge del 1996.
(continua domani)
Sostegno italiano alla Croazia
ribadito da giovanardi e frattini
Il ministro per i rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, quello delle
attività agricole Gianni Alemanno hanno ribadito che il Governo italiano
appoggia incondizionatamente l'adesione della Croazia all'Unione Europea.
Giovanardi, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma per illustrare
la richiesta croata - ha precisato che non c'è alcun legame tra questo e la
vertenza sui beni degli esuli, sulla quale la Commissione mista sta
semplicemente verificando se esistano casi non ricompresi nei trattati
bilaterali che possano portare alla restituzione dei beni sottratti. Dunque
Giovanardi è rimasto fermo sulla sua linea minimalista che, accogliendo
pienamente le richieste di Zagabria, pretende di risolvere il problema
perlopiù in chiave di politica interna italiana, ovvero con gli indennizzi.
Anche il ministro degli esteri Frattini ha confermato l'impegno italiano a
favore della Croazia, inserendolo tuttavia nel contesto dei «Paesi dei
Balcani occidentali», primo fra tutti la Serbia-Montenegro. Frattini ha
comunque assicurato che sui beni si continua a trattare con l'obiettivo di
salvaguardare i diritti degli espropriati.
Il ministro croato per le integrazioni europee Neven Mimica ha sostenuto che
il suo Paese potrà entrare nell'Ue nel 2007 insieme con Romania e Bulgaria;
entro il 2004 invece potrà aver luogo l'associazione. I due principali
scogli da superare, secondo il ministro, sarebbero il rientro nelle Krajine
dei profughi serbi e la collaborazione con il Tribunale internazionale sui
crimini di guerra nell'ex Jugoslavia.
Un sondaggio realizzato nel dicembre scorso dava al 75,5% i croati
favorevoli all'ingresso nell'Unione Europea e al 61% i favorevoli
all'ingresso nella Nato.
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27 February 2003
Tombe: contratti prorogati
a fiume il termine per il rinnovo e' stato fissato per il 30 settembre 2003
Gli esuli potranno pagare l'importo anche con un vaglia internazionale
Gianna Duda Marinelli
Il Console Generale d'Italia di Fiume Roberto Pietrosanto ha comunicato la
situazione dei contratti in scadenza di tombe nel Cimitero di Cosala.
La legge croata sui cimiteri stabilisce che il posto tombale per il quale
non venga pagata la tassa per oltre 10 anni o non venga rinnovato il
contratto d'uso è considerato abbandonato e può pertanto essere ceduto a
terzi.
Il Consolato Generale d'Italia ha chiesto la collaborazione dell'Azienda
cimiteriale di Cosala, la quale ha provveduto ad inviare l'elenco dei
nominativi delle persone il cui contratto è scaduto nel 2001 e 2002.
Su richiesta del nostro rappresentante è stata ottenuta la proroga dei
termini per la stipula dei nuovi contratti "a tempo indeterminato".
L'ultimo
termine perché gli interessati si mettano in regola è stato fissato
eccezionalmente al 30 settembre 2003.
Per i cittadini stranieri che non possono recarsi personalmente a Fiume per
perfezionare il nuovo contratto è possibile farlo:
1) pagando l'importo dovuto a mezzo vaglia internazionale;
2) successivo invio di una lettera con cui si chiede il rinnovo del
contratto ed alla quale dovrà essere allegata copia del versamento di cui al
punto 1 e fotocopia della propria carta d'identità; ricevuto il vaglia di
avvenuto versamento, l'Amministrazione provvederà all'emanazione del decreto
con cui si riconosce il diritto d'uso a tempo indeterminato e lo invierà a
mezzo posta all'interessato;
3) se il titolare è deceduto, l'art.15 della Legge 19/1998 prevede la
possibilità che il posto tomba venga ereditato; per la stipula del nuovo
contratto è necessario presentare idonea documentazione con cui si dimostri
di essere l'erede del precedente titolare;
4) per informazioni sul rinnovo del contratto e sul canone annuale di
manutenzione bisogna rivolgersi all'Amministrazione cimiteriale di Cosala,
tel. 0038551 - 515344 (Signora Maristella Klevisser).
Elenco delle concessioni scadute ed ancora rinnovabili al Cimitero di
TERSATTO:
FLEGO Olga, campo 27 n. 28 contratto 1384/1960;
MARGAN Giuseppe, campo 34 n. 20 contratto 1414/1963;
SUPPAN Rosa, campo 7 n.22 contratto 1472/1972;
SVRIJUGA in DUNKAN Mabel, campo 1 n. 3 contratto 3192/1967.
Loculi campo C Blocco 1:
BRDAN Emilio n. 3 n. 37, contratto 257/1968;
CONTICH Marizza n.3 n. 873294/1968;
COVACICH Berto n. 1 n. 39, contratto 23326/1965;
CRALI Maria n. 1 n. 26 contratto 701/1966;
CUSTNER Betty (II) n. 20 contratto 2030/1966;
GRKINICH Caterina n. 3 n. 78 contratto753/1968;
JANUSICH Emilio n. n. 46 contratto 423/1966;
JOVANOVICH Caterina n. 1 n. 69 contratto 1921/1966;
KOLLNER Emilia n. 3 n. 47 contratto 2351/1968;
KRAUS Bozidar (II) n. 30 contratto 1825/1967;
MARCOVICH Margherita blocco n.6 n.192 contratto1374/1969.
Braccio II: campo C (II. Nap.):
CIATOVICH Anna e Nicolò n. 30 contratto 3021/1966;
SUPANCICH Antonio n. 35 contratto 3215/1966.
Loculi campo C sezione 7:
FILCICH Maria n. 43 contratto 75/1967;
HODANICH VIEKOSLAV n. 22 contratto 1326/1969;
KOJAK Stefania n. 28 contratto 3674/1968;
KOLAR Vera n. 31 contratto 2674/1968;
MARCATI Cristina n. 9 contratto 466/1971;
MRKSA Alice n. 24 contratto 1355/1964;
RIVOL Antonio n. 34 contratto 3253/1968;
SIARDI Maria n. 13 contratto 3902/1969;
SODIA Boris n.19 contratto 3178/1969.
Cimitero di COSALA:
BALAS Stefano campo H sez. 1 n.102 contratto 1885/1963;
BOSCHIN Caterina campo H sez. sez. 3 n. 21 contratto 3503/1964;
BRADAC Maria campo E, sez. 6 n. 76 contratto 912/1906;
CZIRNAK Flora campo E, sez. III, n. 71 contratto 1440/1967;
DELUCA Vera campo H sez. 2 n. 56 contratto 1839/1962
ERMER Francesca campo M sez: 7 n. 13 contratto 1135/1959;
EUSEPPI Romano campo E, sez. IV, n.10 contratto 2247/1966
FRANICH Bozena campo E sez. 9 n. 131 contratto 2642/1967;
GORICIAN Zvonimir campo H sez. 1 n.30 contratto 3539/1963;
GRGICH Giuseppina campo A, sez. 3 n. 42 contratto 3171/1964;
HAMZICH campo E, sez. 5 n. 12 contratto 2333/1965;
NICHITIN Attanasio campo H sez. 1 n. 100 contratto 2102/1963;
PETRIGNA-COPINA Stefania campo H sez. 3 n. 118 contratto 1068/1964;
POCKAI Giovanni campo H sez. 3 n. 29 contratto 2829/1964;
SIROTICH Giulia campo H sez. 1 n. 60 contratto 1620/1963;
VICICH Eufemia campo L sez. 4 n. 84 contratto 250/1965;
VOLOVSCEK Giovanni campo E, sez. 5 n. 1222 contratto 3597/1966.
Nicchie - Braccio 1:
LUCICH Fanni campo F blocco 4 n. 394 contratto 3453/1970;
RORA Pietro campo F blocco Sez.1 n.113 contratto 4457/1964.
Nicchie - Braccio 2:
JEZINA Cristoforo campo F blocco/sez. 1 n. 35 contratto 4234/1964;
SLAVICH Amalia/BURUN Sofia campo A Blocco/sez. 5 n. 408 contratto
23/12/71/71.
Loculi - Braccio 1:
CLEMEN Angela campo N sez. 5/A n. 128 contratto 1738/1965;
COSULICH Amalia Campo J sez. 5/A n. 288 contratto n. 2362/1963;
MAIDICH Antonio campo N sez. 5/A n. 91 contratto 3474/1965;
ROIZ Giuseppe campo N sez. 5/A n. 122 contratto 1713/1965;
SAVIOLI MIHICH Olga campo N sez. 4/A n. 20 contratto 784/1973;
SPICICH Guerrino campo N sez. 5/A n.115 contratto 2100/1965;
TELICH Irene campo N sez. 5/A n. 27 contratto 35/1965;
UJCICH Giovanna campo J sez. 5/A n. 448 contratto 2402/1967;
ZUPPET Maria campo N sez. 5/A n. 37 contratto 902/1966;
TERSATTO:
FILIPOVICH Simeone campo 7 n. 1 contr. n.290 del 17.03.1952; scadeva
il
18.05.1991;
POPOV Vittorio campo 27 n. 24 contr. n. 2677 del 21.09.1961; scadeva il
21.09.1991;
Braccio 2
STEDUL Giuseppina e Isidoro campo C blocco 1 n. 25 contratto 868/25/03/1965
scadeva il 25.03.1965;
COSALA:
BAKARCICH Nina campo A sez. 5 n. 28 2935/21.09.1961 scadeva 21.09.1991
BRANCO Famiglia campo A sez. 4 n.53 1/9-59/20.02.1959; scadeva 20.02.1989;
BRUNETTI BOZO campo B 3/29 n. 3 72/4-58/16.01.1959, scadeva 16.01.1989
BUDA Genoveffa campo N sez. 5/a n.6 660/20.08.1954, scadeva 20.08.1984
BULCO Francesca e R. Stefan campo B sez. 3/29 n.13 793/24.08.1957 scadeva il
24.08.1987;
CATUNAR Zaira campo L sez. 6 n. 89 1/13-59/21.03.1959; scadeva il
21.03.1989;
DEQUAL Dragica campo E sez. 6 n. 3 2792/65/29.12.1965; scadeva il
29.12.1995;
DIRAKA Giuseppe campo L sez. 7 n. 55 1/64-59/18.12.1959; scadeva 21.12.1989;
IVASICH Rosina campo A sez. 3 n. 32, 1/27-59/19.05.1059; scadeva 19.05.1989;
MISIKA Fanni campo E sez.6 n. 78 1183/18.05.1966 scadeva 18.05.1996;
PILEPICH Maria campo J sez. VI/a n.5 2947/16.02.1961; scadeva 16.02.1991;
PREGARC Draga campo M sez. 3 n. 42 374/06.04.1953; scadeva 06.04.1983;
SALAMON Virginia campo A sez. 3 n. 36, 1/28-59/18.05.1959 scadenza 18.05
1989;
SOUCEZEK Famiglia campo L sez. 6 n. 102 1/66-59/21.12.1959 scad. 21.12.1989;
STARE Fanni campo B sez. 3/29 n. 9 615/24.08.1957; scadeva il 24.08.1987;
TOTH Pavica campo A sez. 3 n. 32 1/14-59/20.02.1959; scadeva il 10.05.1089;
ZORATTI Mario campo B sez. 3/29 n.7 863/31.12.1957; scadeva il 31.12.1987.
Nicchia:
KAVALEC Maria campo II sez. 5 n. 87 716/13.03.1964 scadeva il 13.03.1994;
Loculi:
CRESPI Alberta campo J sez. 5/A n. 539 611/22.03.1949 scadeva 22.03.1979;
MAGLIEVAZ Anna campo J sez. 5/A n. 108;
SMOJVER Pia campo J sez.5/A n. 309 1477/22.05.1962 scadeva 23.06.1992.
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26 February 2003
"Giustiziata" la verità
la trasmissione di canale 5 sembrava fatta su commissione di slovenia e
croazia
Le foibe sarebbero state una risposta ai presunti misfatti compiuti dagli
italiani
Carlo Montani
Negli ultimi anni, c'è stato un confortante aumento degli studi
giuliano-dalmati, anche di buon livello, ma i progressi dell'informazione
storica e culturale sono ampiamente e pesantemente caducati da qualche
contributo televisivo, pieno di faziosità e di forzature a smaccata tendenza
filo-slava.
Il servizio dedicato alla "Giornata della Memoria" da parte di Canale
5
nella serata del nove febbraio avrebbe avuto qualche pregio, ad esempio,
solo se non fosse andato in onda. A parte l'intervista con Graziano Udovisi,
sopravvissuto per miracolo all'infoibamento, sempre umanissima e commovente,
ma inserita nel palinsesto pur essendo oramai vecchia, la trasmissione non
ha fatto onore ai principi di obiettività propri del vero giornalismo,
indulgendo a palesi suggestioni demagogiche, se non anche a menzogne.
L'ignoranza della storia, non solo giuliano-dalmata, testimoniata dalle
interviste con alcuni giovani e dal colpevole silenzio dei libri scolastici
sulla tragedia delle foibe, reso più surreale dalla singolare quanto fallace
teoria secondo cui Venezia Giulia e Dalmazia sono state "restituite"
alla
Jugoslavia, avrebbe dovuto fornire lo spunto, se non altro, per un
intervento "super partes": il minimo che ci saremmo attesi da
un'emittente
davvero autonoma e libera.
Invece, è sembrato che fosse predisposto su commissione di Croazia e
Slovenia.
Si collocano in questo quadro l'affermazione secondo cui gli infoibamenti
sarebbero stati indotti da «vendette per fatti subiti» o da «uccisioni
casuali di fascisti», il ricorrente quesito su «chi ha avuto più colpe», il
tradizionale ridimensionamento del numero dei «giustiziati» (espressione
suggerita dall'essere stati «compromessi con il regime», e non già vittime
dell'ideologia, o peggio, dell'odio etnico), e la stessa limitazione degli
eventi al 1943/1945, quando tutti sanno che i delitti di stampo titoista si
protrassero ben più a lungo, ed a guerra finita, nell'arco di parecchi anni.
Naturalmente, nessun accenno è stato fatto a taluni eventi ormai emblematici
della tragedia giuliano-dalmata, come l'agghiacciante martirio della giovane
Norma Cossetto e dei suoi familiari, la terribile strage di Vergarolla, la
significativa uccisione di non pochi comunisti, fra cui Pino Budicin e Lelio
Zustovich, o l'ignobile mattanza di sacerdoti italiani come Don Bonifacio e
Don Tarticchio, mentre i preti slavi, bontà loro, soffiavano a più non posso
sul fuoco dello sciovinismo.
Al contrario, l'estensore del servizio, Toni Capuozzo, si è soffermato a
lungo, proprio in apertura, sulla vicenda friulana di Malga Porzus,
sostanzialmente fuori tema, senza illustrarne la tragica realtà di faida tra
partigiani bianchi e rossi, ma enfatizzando la presunta conciliazione tra le
fazioni che, sessant'anni dopo, è sembrata, nella migliore delle ipotesi,
nient'altro che una "lieta voglia" di due poveri vecchi.
Ancora più inaccettabile è stato il sostenere che le foibe, in un'ottica
palesemente giustificazionista, siano state la risposta a presunti misfatti
di parte italiana, come quelli che, secondo la solerte redazione di Canale
5, sarebbero stati compiuti dai "fascisti" nel marzo 1921, nel 1930 e
nel
1942. In effetti, nel primo caso la Marcia su Roma era di là da venire ed il
Governo Mussolini si sarebbe insediato solo un anno e mezzo più tardi; nel
secondo, fu necessario replicare, con proporzionata durezza conforme
all'ordinamento dell'epoca, alle ricorrenti operazioni terroristiche di
"Orjuna" e di altri gruppi eversivi slavi; nel terzo, i presunti
"lager"
italiani altro non erano che campi di internamento conformi al diritto
internazionale di guerra (nel cui ambito, giova ricordarlo, si inserisce
anche l'istituto della rappresaglia).
Da parecchi anni si insiste, correttamente, sull'opportunità di una reale
pacificazione, ma un servizio come quello del nove febbraio si inquadra,
senza dubbio, nella direttrice opposta, verosimilmente gradita in certi
ambienti, visto che lo stesso Mocnik (Unione Slovena) ha affermato senza
mezzi termini di ritenere «difficile» il processo di «riconciliazione».
Ebbene, attizzare l'incendio in questo modo non è certo commendevole.
Va aggiunto che le testimonianze raccolte a supporto della trasmissione non
sono state oggetto, se non altro, di una suddivisione equa: accanto a quelle
dello stesso Mocnik, di Valencich, di Livio Stuparich, Stelio Spadaro e di
un personaggio come Giacomo Scotti, la cui attendibilità tendente al minimo
è stata dimostrata in modo definitivo, anni or sono, da uno storico del
calibro di Gaetano La Perna, le Organizzazioni giuliano-dalmate sono state
sentite con singolare brevità, e quindi, con apporti limitati, soltanto
attraverso la Presidenza dell'Unione degli Istriani (Silvio Delbello) e
l'Ufficio Assistenza della Anvgd (Flaminio Rocchi), mentre il "flash"
di due
signore esuli a Roma è stato privo di contenuti reali, in quanto indirizzato
a dichiarazioni meramente nostalgiche.
Si tratta, come è facile comprendere, di una sperequazione che la dice lunga
sulla capacità delle suddette organizzazioni, e quindi del popolo
giuliano-dalmata, di farsi ascoltare nelle stanze dei bottoni, ma un'antenna
che aspira alla "leadership" nazionale, non solo in campo
pubblicitario,
avrebbe potuto e dovuto evitare una discriminazione ai limiti del diabolico.
Evidentemente, non ha voluto, per imperscrutabili ordini di scuderia.
Non c'è che dire: la "Giornata della Memoria" è stata tradita e
vilipesa, e
non avrebbe potuto contare su documenti televisivi più graditi a Croazia e
Slovenia di quello propinato da Canale 5. L'ignoranza, in effetti, è
destinata a perpetuarsi, non soltanto fra i giovani, e - quel che è peggio -
a trovare ulteriore sviluppo in una serie di falsi che sembrano fatti
apposta per uccidere, dopo gli infoibati, le residue speranze degli esuli.
Evidentemente, l'input che viene dall'alto è quello di fare ponti d'oro,
adesso più che mai, ai nostri amabili vicini, in attesa che il volgere
ineluttabile del tempo risolva, una volta per tutte, la questione
giuliano-dalmata. Non sarà il trionfo della giustizia, ma per i padroni del
vapore è un dettaglio di nessun conto: costoro non curano nemmeno la ragion
di Stato, ma più semplicemente, un ben preciso "particulare".
Il Consiglio comunale si occuperà delle tombe degli esuli
Presieduta dal consigliere Franco Ferrarese, si è riunita ieri in municipio
la Commissione Affari Generali del Comune di Trieste per affrontare le
problematiche legate alla tutela delle tombe di famiglia degli esuli situate
in Istria, a Fiume e in Dalmazia.
Nel corso della riunione - alla quale hanno preso parte anche il presidente
dell'Istituto regionale per la cultura istriana, fiumana e dalmata Silvio
Delbello e il vicesindaco e presidente dell'Anvgd Renzo Codarin - è stata
fatta un'ampia e accurata analisi della situazione e delle problematiche
connesse, avvalendosi anche del prezioso lavoro svolto dall'Irci, che in
questi anni è stato in grado di monitorare circa 16mila tombe di famiglia,
sviluppando una sensibile azione di conservazione e doverosa memoria, nel
pieno rispetto delle tradizioni e dei legami affettivi. La commissione ha
quindi dato mandato ai consiglieri comunali Fulvio Camerini e Francesco
Gabrielli affinché sia concordemente redatto un documento unitario che, in
uno spirito di collaborazione e amicizia, punti a sensibilizzare le autorità
di Slovenia e Croazia (ed in particolare i sindaci delle città interessate)
sui diversi aspetti legati alla conservazione e alla tutela delle tombe di
famiglia degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Il documento unitario
dovrebbe approdare all'esame del Consiglio comunale in una delle prossime
riunioni.
Il plebiscito negato
de gasperi temeva di perdere l'alto adige e affosso' l'autodeterminazione
Ma a Tenda e Briga la popolazione era stata consultata allontanando i
francesi
Gianni Giuricin
Su invito del gentilissimo amico Silvio Delbello, dinamico e valido
Presidente dell'Unione degli Istriani, dal carattere d'un decisionista, ho
partecipato sabato 8 corr. all'iniziativa di una delle cerimonie della
memoria "Per non dimenticare", che ha avuto luogo nella sede di via S.
Pellico, e ciò in considerazione anche dell'imminente anniversario, non poco
infausto, della firma del trattato di pace di Parigi ad opera dell'alto
funzionario delegato Antonio Meli Lupi di Soragna.
Il compito assegnatomi consisteva nell'evidenziare il ricordo degli ultimi
momenti cruciali della delegazione italiana alla conferenza della pace sulla
questione centrale dell'autodeterminazione e quindi del plebiscito richiesto
a gran voce e ininterrottamente per mesi e mesi dalle popolazioni di tutta
l'Istria, isole comprese, e di Trieste, senza escludere Fiume e Zara,
popolazioni condannate a passare da una dittatura d'un certo tipo a quella
d'un ben altro tipo, che si allargava dalle porte di Trieste a Vladivostock.
Era forse la prima volta, quella dell'Unione degli Istriani, che una
affollata assemblea di giuliani ascoltava, attenta, il resoconto di ciò che
stava anticipando il dramma della dispersione d'una intera popolazione
svolto da un testimone, forse l'unico ancora in vita dopo essere stato il
più giovane della delegazione giuliana, dei lavori parigini, delegazione a
disposizione di quella nazionale diretta dall'on. Alcide De Gasperi.
Avevo esordito premettendo che avrei fatto ogni sforzo per raccontare, in
succinto, la storia e non una delle svariate storie del latino "C'era una
volta".
La delegazione giuliana comprendeva tre elementi di livello, Franco Amoroso,
Giuseppe Bettiol e Antonio De Berti, tre esperti quali Carlo Schiffrer,
Silvio Vardabasso e Giulio Gratton, tre delegati dei Cln, Attilio Craglietto
per Pola, Gianni Giuricin per l'Istria occupata dagli jugoslavi e Giovanni
Paladin per la Zona A di Trieste.
Il Cln di Gorizia aveva tre rappresentanti, Angelo Culot, Guido Coceanis e
Federico Ribi, ed è indicato a parte perché le notizie parigine davano per
confermata all'Italia la città di Gorizia. Per questo il Cln Isontino non
era favorevole al plebiscito, che avrebbe potuto mettere in forse il destino
futuro di Gorizia. La città di Fiume, insieme alla Liburnia, era
rappresentata da Giovanni Dalma, senza escludere Riccardo Zanella, già
Presidente di Fiume, mentre le isole erano rappresentate da Gabrio
Vidulich-Premuda e Zara da Tullio Papetti. Non sono da trascurare per il
valido apporto da loro offerto Giorgio Buda, Riccardo Luzzatto e Redento
Romano, oltre a una presenza di Edoardo Marzari e Fausto Pecorari.
L'Italia, sul banco degli accusati, non disponeva di alcun titolo positivo
da far valere, neppure la cobelligeranza data dopo il settembre 1943 alle
formazioni alleate in Italia, né la partecipazione di partigiani della
resistenza più attiva nell'Italia settentrionale dopo il 1943.
Restava ad un Paese vinto il richiamo alla promessa "libertà ai popoli",
alla decisione sul proprio futuro da riconoscere ad ogni popolazione
autoctona di un territorio in contestazione, ed infine agli slogan alleati
di analogo significato elargiti dai microfoni dei vincitori.
Con esclusione quindi dei goriziani, peraltro comprensibili per il loro
atteggiamento imitabile da altri se nelle loro condizioni (restituzione
all'Italia senza condizioni apparenti, sebbene in elevata minoranza in un
territorio di prevalenza slovena), tutti i Cln di Trieste, dell'Istria e di
Pola, tutti i partiti, i circoli, le associazioni d'ogni tipo e colore
(esclusi quelli comunisti con qualche frangia di nazionalismo sloveno), per
mesi e mesi, si logoravano nella richiesta continua del plebiscito
appellandosi a De Gasperi e al mondo politico italiano, senza alcun esito.
Erano lasciati soli con la loro richiesta assordante del plebiscito i
cittadini di Trieste e dell'Istria (non c'entravano più Fiume, Zara e le
isole di Lussino e Cherso, perché De Gasperi a nome del Governo e dello
stesso Parlamento aveva rinunciato a Fiume, Zara e alle isole, limitandosi a
chiedere la restituzione dei territori ad occidente della Linea Wilson,
vecchia o nuova che fosse).
Nessun valore ebbe per il governo italiano la posizione del grande
presidente degli Stati Uniti, non dell'Albania o della Bosnia, Roosevelt,
che ancora il 14 luglio 1941 aveva scritto il seguente dispaccio a
Churchill, come riportato dallo scrittore e giornalista Lino Zencovich: «So
che non avrete obiezioni se menziono una faccenda che in questo momento non
riveste alcuna gravità, ma che potrebbe provocare spiacevoli guai più tardi.
Alludo a voci, che non sono né più né meno che voci, riguardanti
mercanteggiamenti o trattative che il governo britannico, a quanto si
asserisce, avrebbe incorso in alcuni Paesi occupati, come ad esempio la
diceria pazzesca (crazy) che voi avreste promesso di ripristinare la
Jugoslavia come esisteva prima e l'altra diceria che voi avreste promesso
Trieste alla Jugoslavia. In certi gruppi etnici degli Stati Uniti, si
approva, com'è naturale, entusiasticamente tal genere di promesse relative
al dopoguerra, ma d'altra parte esistono dissensi tra altri gruppi; ad
esempio tra i cechi e gli slovacchi, tra fiamminghi e valloni. Voi
ricorderete naturalmente che ai lontani inizi del 1919 vi furono guai seri a
propositi di promesse vere o asserite, fatte agli italiani ed altri. Sembra
a me di gran lunga troppo presto perché chiunque di noi prenda qualsiasi
impegno, per l'ottima ragione che la Gran Bretagna al pari degli Stati Uniti
desidera una sicurtà di futura pace disarmando tutti i fautori di torbidi, e
in secondo luogo contemplando la possibilità di far rivivere piccole nazioni
nell'interesse dell'armonia, anche se ciò dovesse attuarsi col metodo dei
plebisciti. Il plebiscito fu, dopo tutto, uno dei pochi risultati di
Versailles che riscosse successo e potrebbe esser possibile per noi di
estenderne l'uso proponendo in certi casi plebisciti preliminari seguiti
molto più tardi da un secondo e perfino un terzo plebiscito. Ad esempio,
nessuno di noi al momento attuale sa se non sia (forse) consigliabile,
nell'interesse di pacifiche relazioni, di trattenere i croati nella gola dei
serbi e viceversa. Sono incline a pensare che in questo momento potrebbe
essere utile una dichiarazione di massima da parte vostra, la quale
chiarisca che nessun impegno postbellico relativo alla pace è stato preso
riguardo a problemi territoriali, di popolazioni o economici. Potrei in tal
caso appoggiare la vostra dichiarazione in termini assai forti».
Da evidenziare che neppure la proposta del segretario di Stato (ministro
degli Esteri Usa) a Parigi di effettuare un plebiscito nella Venezia Giulia
compresa fra la Linea Wilson e il vecchio confine orientale italiano del
1866 viene presa in considerazione dal Governo italiano, mentre la lettera
platonica di Bonomi dell'11 settembre 1946 venne così giudicata al Ministero
degli Esteri di Roma: «Ha tutta l'aria di restare lettera morta». Venne
commentata invece dal New York Times dell'11 settembre 1946: «La proposta
del plebiscito è stata una ventata d'aria fresca nell'ammorbante atmosfera
del Lussemburgo», dove si svolgevano i lavori della conferenza.
Vox clamans in deserto anche quella di Diego de Castro, che aveva detto a
Gasperi: «Lei perde 300mila italiani per salvare 200mila tedeschi».
Il primo richiamo sommesso al plebiscito è contenuto nella lettera dell'on.
Ivanoe Bonomi al Presidente della conferenza di Parigi in data 11 settembre
1946. Essa però rimobilita in un certo senso la delegazione giuliana a
Parigi, i Cln della Venezia Giulia, i partiti giuliani, i circoli e le
associazioni di Trieste e di Pola (solo all'Istria occupata è accordato il
completo mutismo), senza parlare della vasta opinione pubblica in stato
d'ansia perpetuo.
Vengono nominati d'urgenza dai Cln di Trieste, Istria e Pola tre delegati,
che fanno ritorno a Parigi con la delega di sostenere in tutte le forme il
plebiscito (Paladin per Trieste, Giuricin per l'Istria occupata e Craglietto
per Pola ), i tre con pieni poteri in tema di plebiscito su tutti i delegati
e sui contatti con organi di stampa e con qualsiasi formazione politica,
italiana o straniera.
I giuliani non hanno però dimenticato che il Presidente del Consiglio dei
ministri e ministro ad interim agli Esteri aveva inviato a tutti gli
ambasciatori e diplomatici italiani del mondo la seguente lettera: «Mi
fanno pressione da molte ed autorevoli parti perché in caso di necessità si
proponga o si accetti da parte italiana un plebiscito per le città costiere
e particolarmente per Pola. Ella sa quale sia la nostra tesi per la
frontiera orientale e per quali ragioni siamo contrari, in linea di
principio, ai plebisciti. Se non fosse possibile arrivare ad una sollecita
soluzione ragionevole, preferiremmo un periodo di prolungata occupazione
alleata alla soluzione dello Stato Libero cui, per ragioni che le sono note,
siamo decisamente contrari. Ora credo che forse, come ultima ratio, la
questione di un eventuale plebiscito - limitato naturalmente alle sole
popolazioni istriane contese (inaccettabile ovviamente come ognuno di noi
sapeva bene, nds) - potrebbe essere inserita alla fine di questo periodo di
occupazione. È da sperare che allora le questioni relative alle altre
frontiere saranno definitivamente concluse e di conseguenza gli evidenti
pericoli che l'applicazione di quel principio potrebbe colà suscitare
saranno definitivamente superati. È anche da sperare che, sopite le
passioni, quella consultazione popolare, che oggi sarebbe informata alla
base degli arbritri e della violenza jugoslava, sia per allora possibile».
Data del testo della lettera: 20 luglio 1946.
Ciò non pertanto, alle ore 17 del 25 settembre 1946, nell'ufficio dell'on.
Bonomi a Parigi partecipano ad una riunione importante e straordinaria
Bettiol, Craglietto, Dalma, De Berti, Giuricin, Paladin e Romano. Oltre ad
ogni altro argomento connesso col plebiscito, viene ascoltata la relazione
del fiumano Giovanni Dalma, il quale in quella mattinata aveva avuto insieme
ai colleghi Riccardo Luzzatto e Gabrio Vidulich-Premuda uno strabiliante
colloquio con gli americani dell'ambasciata Usa a Parigi Wesley Jones e
Leonard Ungar, collaboratori del segretario di Stato Byrnes, i quali restano
meravigliati che sia ancora di attualità per una parte di italiani il
problema del plebiscito dopo che il ministro Usa Byrnes lo aveva proposto
alla conferenza senza che venisse dimostrato alcun interesse da parte
dell'Italia. Essi spiegano inoltre che, se l'Italia vuole il plebiscito,
deve fare richiesta nei modi e con le procedure regolamentari in questi
casi, rivolgendosi prima di tutto ai Quattro Grandi e quindi alle segreterie
degli altri 17 Stati vincitori partecipanti alla conferenza di Parigi.
L'Italia quindi, a loro giudizio, è ancora in tempo per il ricorso al
principio dell'autodeterminazione ed il ministro Byrnes è ancora disponibile
a riprendere il discorso che aveva già avviato, con il solo intervento del
sovietico Molotov, il quale non si era opposto al plebiscito, ma aveva
controproposto che il territorio da interessare era quello dell'intera
Venezia Giulia ("inscindibile") d'ante guerra e non entro i soli
termini
indicati dall'americano Byrnes, con un silenzio ingiustificabile
dell'Italia.
Dopo la nuova ampia discussione che ne segue, l'on. Bonomi comunica ai
delegati giuliani presenti di voler partire subito per Roma dove vorrebbe
farsi assegnare il mandato del Governo italiano di intraprendere le
iniziative regolamentari per l'ottenimento del plebiscito. Assicura il suo
ritorno a Parigi per il lunedì successivo, ma invece arriva da Roma al suo
posto con un preciso mandato governativo l'on. Giuseppe Saragat, che chiude
così in modo definitivo - per mandato del Governo - la questione del
plebiscito, giustificando questa decisione romana con la notizia che un
cambio di linea d'azione dell'Italia butterebbe all'aria gli accordi già
raggiunti fra i Quattro Grandi, per cui l'intera "normativa" in fieri
potrebbe essere peggiorata con gravi danni anche per l'Italia.
Inutili sembrano a chi scrive le recriminazioni da aggiungere a quanto
finora ricordato, che non recherebbero alcun vantaggio pratico. Comunque può
essere detto che l'on. Saragat ha dichiarato, dopo i numerosi interventi dei
presenti, che non gli resta alcun potere di apportare delle modifiche, anche
di poco conto, al mandato ricevuto.
Verranno a sapere molto più tardi alcuni delegati, naturalmente a conferenza
della Pace, conclusa e a trattato approvato dal parlamento italiano, che
Giappone e Germania non avevano firmato alcun trattato di pace, ma, a parte
questo aspetto che non riguarda l'Italia, è giusto rivelare che alcuni di
noi vennero informati che la questione similare di Briga e Tenda, sul
confine francese, era stata risolta con l'effettuazione di un plebiscito,
che diede la vittoria alla Francia, ed inoltre che prima che la questione di
Briga e Tenda venisse regolarmente conclusa dalla conferenza del trattato
con l'Italia l'alto comando del Mediterraneo alleato aveva ordinato alle
truppe francesi che occupavano i due abitati contestati di ritirarsi perché
quei territori non erano ancora modificati in sovranità. Questo avveniva
nonostante che la Francia fosse uno Stato dei cosiddetti Quattro Grandi
presieduto dal comandante militare Charles De Gaulle.
Si può ricordare, in chiusa, che il dichiarato (?) sostituto o subentrante a
Tito Milovan Gilas su "Panorama" di Roma del 21 luglio 1991 rilascia
un'intervista della quale riportiamo le seguenti parole: «Ricordo che nel
1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda
anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle
terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con
striscioni e bandiere. «Ma non era vero?» (parole dell'intervistatore).
«Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli
italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma
bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d'ogni tipo. Così
fu fatto» (e cioè con pressioni da parte della dittatura jugoslava). Gli
esuli sono grati a Milovan Gilas per la verità finalmente rivelata.
Nessuno ha spiegato finora come mai la situazione d'inizio della Conferenza
della Pace prevedesse delle buone promesse per l'Italia, che si ridussero
alla fine, per quanto concerne l'Istria intera con le isole, la Liburnia con
Fiume e la città di Zara, senza parlare d'altri territori lontani dal mare,
in una totale perdita d'ogni larga promessa delle. grandi potenze, gli Stati
Uniti in testa.
L'Italia è partita con in tasca la proposta americana della Linea Wilson
lievemente ritoccata, la linea inglese con la linea all'interno della costa
occidentale, da Trieste a Pola e Promontore, e la trovata francese del
Territorio Libero di Trieste, una parte comunque dell'Istria settentrionale.
Aveva incassato ancora, di fronte al mondo, la nota tripartita del marzo
1948 con la chiara proposta di restituzione all'Italia delle intere due Zone
A e B del citato Territorio Libero. Inoltre, durante la Conferenza della
Pace la più grande potenza del mondo aveva avanzato la proposta del
plebiscito che, come è stato dimostrato dal grande esodo, aveva il
significato di assegnare una linea etnica di confine raffigurabile
all'incirca con la Linea Wilson.
Nonostante ciò, alla faccia delle tre grandi potenze, oggi gli Stati Uniti
d'America, ieri la Gran Bretagna, in testa a mezzo mondo, e la Francia
onusta di civiltà, non dimentica di aver avuto al vertice il grande
Napoleone, qualcuno dovrebbe spiegare in base a quale linea politica si è
giunti alla liquidazione globale delle proposte di tre dei Quattro Grandi.
P.S. Se neppure il tempo - come s'è visto - ha lavorato a favore dell'Italia
e quindi delle popolazioni giuliane, non sarebbe giusto gioire che sia stata
definita (a parte il come) e non prolungata l'occupazione della zona A che,
in caso diverso, il tempo avrebbe "lavorato" per portarsi via anche
Trieste?
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25 February 2003
Chiesto alla Slovenia il permesso di transito per materiale bellico
Convogli Usa sul Carso?
Se Lubiana dirà sì, i mezzi militari dovranno passare per Opicina
(p.r.) Il governo degli Stati Uniti ha chiesto a quello sloveno il via
libera al passaggio di 20 treni carichi di mezzi militari blindati che
dall'Italia dovrebbero raggiungere la Turchia attraversando Slovenia,
Ungheria, Romania e Bulgaria. Il tutto ovviamente nell'ottica di un
imminente attacco all'Iraq.
L'opzione slovena è stata presa in seria considerazione dal momento in cui,
nei giorni scorsi, l'Austria ha condizionato il passaggio dei mezzi Usa a
una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
Il premier sloveno Anton Rop ha detto che entro questa settimana sottoporrà
la richiesta al Parlamento, in modo da riceverne un preciso mandato. Se la
Camera di Stato dirà sì, i convogli non potranno che passare per le stazioni
ferroviarie di Aurisina e Opicina e inoltrarsi poi oltre confine verso
Lubiana, Budapest, Bucarest, Sofia e Istanbul, fino ai confini con l'Iraq,
nel Kurdistan turco. Il timore dei governanti di Lubiana è tuttavia che un
via libera ai convogli possa suscitare ulteriori accuse di sottomissione
agli Usa da parte dell'opinione pubblica interna proprio in corrispondenza
del referendum sull'adesione alla Nato. Del resto critiche sono già state
formulate al governo quando recentemente ha aderito alla Dichiarazione di
Vilnius con la quale 10 Paesi dell'Europa centro-orientale candidati ad
entrare nella Nato hanno espresso appoggio alla linea Bush.
L'incognita del referendum sulla Nato
Appare molto incerto l'esito del prossimo referendum sull'adesione della
Slovenia alla Nato. Secondo gli ultimi sondaggi, solo il 43,4% degli
elettori è orientato a votare "sì", mentre il 36,2% opterebbe per il
"no".
C'è poi un 20,4% ancora indeciso. I giochi, insomma, sono tutti aperti e
l'esito dipenderà anche dall'andamento della crisi tra Washington e Baghdad.
Molto più chiara, invece, la situazione per quanto riguarda l'Unione
Europea. Qui i sondaggi indicano un 72,7% dell'elettorato sloveno pronto a
dire il suo "sì" all'adesione.
Una targa per gli infoibati
la prevede una proposta di legge dell'on. menia, che iniziera' domani il suo
iter
«L'insegna postulerà il rispetto di ogni italiano verso chi ne sarà
fregiato»
Un'insegna in acciaio brunito e smalto con la scritta «Per l'ltalia»: è il
riconoscimento per i familiari delle vittime delle foibe nella
Venezia-Giulia previsto da una proposta di legge del deputato triestino di
An Roberto Menia, il cui esame inizierà domani alla Commissione Affari
costituzionali della Camera. La targa verrà consegnata non solo ai familiari
degli infoibati, ma anche a quelli di tutti coloro i quali, dall'8 settembre
del 1943 al 10 febbraio del 1947, sono scomparsi per mano delle truppe di
Tito in Istria, nelle allora province di Trieste e Gorizia e in Dalmazia.
«Nessuno sa con precisione quante siano state le vittime delle foibe perché
- afferma l'on. Menia - nessuno allora tenne quella tragica contabilità, ma
anche perché in molti Comuni i partigiani di Tito distrussero le anagrafi
per occultare il numero dei loro misfatti».
Secondo una pubblicazione, citata nella relazione alla proposta di legge,
gli infoibati sarebbero stati circa diciassettemila. «Tutti - si legge nella
relazione - soppressi perché italiani; tutti con il loro sacrificio hanno
ancora una volta cementato la storia dell'lstria e della Dalmazia e quella
dell'ltalia».
«Essendo materialmente impossibile assegnare a ciascuno, caso per caso, una
adeguata ricompensa al valore alla "memoria", riteniamo doveroso -
spiega
Menia - che il Parlamento italiano conceda almeno un riconoscimento formale
ai familiari superstiti di questi martiri: una insegna in acciaio brunito e
smalto con la scritta "Per l'ltalia". Insegna che a nulla dà diritto
in
termini di benefici, ma che postula il rispetto di ogni italiano verso chi
ne sarà fregiato».
L'individuazione dei destinatari della targa competerà ad una speciale
commissione di nove membri costituita presso la Presidenza del Consiglio
costituita una commissione di nove membri, di cui faranno parte i capi
servizio degli uffici storici degli stati maggiori dell'Esercito, della
Marina e dell'Aeronautica, due rappresentanti del comitato per le onoranze
ai caduti delle foibe, un esperto designato dall'lstituto regionale per la
cultura istriana di Trieste, un esperto designato dalla Federazione delle
associazioni degli esuli dell'lstria di Fiume e della Dalmazia, e un
funzionario del Ministero dell'lnterno.
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20 February 2003
«Estradate il boia di Gorizia»
il senatore di an franco mugnai chiede che venga processato in italia
«Altrimenti si ponga il veto all'ingresso della Slovenia nell'Unione
Europea»
Paolo Sardos Albertini
Dopo l'amnistia che ha chiuso il processo per le foibe di Zara contro 82
aguzzini colpevoli di aver trucidato 15.000 italiani e il processo contro
Oskar Piskulic per gli eccidi compiuti a Fiume, il Procuratore militare di
Padova Maurizio Block ed il Sostituto Sergio Dini hanno chiesto l'ergastolo
per Franc Pregelj, il "boia di Gorizia", responsabile degli eccidi di
202
civili e 635 militari, compiuti tra il 2 maggio e il 14 giugno 1945.
E la storia, in questo caso, si amplia e si arricchisce di contorni sempre
più inquietanti: il ruolo dei partigiani italiani nel 1945, gli archivi del
Pci alle Botteghe Oscure, i campi di concentramento jugoslavi che hanno
operato fino al 1950 (Lepoglava, ad esempio, vicino a Lubiana), le pensioni
Inps che l'Italia elargisce a tanti criminali ora residenti in Slovenia e
Croazia, il processo di annessione della Slovenia (Stato in cui attualmente
vive Pregelj) all'Unione Europea.
Su tutti questi fatti, nei giorni scorsi, il sen. Franco Mugnai di Grosseto
ha presentato una interrogazione ai ministri della Giustizia, degli Affari
Esteri e del Lavoro per sapere se e quando è stata chiesta l'estradizione
dell'imputato, e soprattutto se, ad un rifiuto della Slovenia, l'Italia
opporrà il suo veto all'accesso della vicina Repubblica nell'Unione Europea.
Fatto questo di una certa rilavanza, se si considerano le prese di posizione
del Tribunale dell'Aja e della Nato nei confronti dell'ex Capo di Stato
Maggiore dell'esercito croato, Janko Bobetko. Ma non solo: bisogna ricordare
pure che la Gran Bretagna ha deciso di sospendere il procedimento di
ratifica dell'accordo di stabilizzazione e associazione che la Croazia ha
firmato con l'Unione Europea a causa del rifiuto di Zagabria di estradare il
generale Bobetko. La risposta affermativa della Slovenia in questo caso,
quindi, rappresenta non solo un principio di collaborazione, ma addirittura
un condicio sine qua non per la sua adesione all'Ue.
Pregelj, è giusto ricordarlo, sarebbe responsabile anche dell'arresto di ben
665 partigiani goriziani che si opponevano all'annessione della città alla
nascente Repubblica federativa di Tito. Partigiani che vennero deportati nei
campi di Aidussina e Idria, ma anche a Borovnica, Lepoglava e Maribor. Fatto
questo non di secondaria importanza se si scopre che le testimonianze sono
ancora chiuse negli archivi dell'ex Pci a Botteghe Oscure. Ma la Procura
Militare di Padova punta l'indice contro i crimini compiuti nei confronti di
202 civili e 635 militari, fatti prigionieri e infoibati. In questo caso vi
sono ben due norme del Codice penale militare di guerra che vengono
imputate a Pregelj e che prevedono l'ergastolo. «In vista ed in funzione
dell'eventuale annessione allo Stato jugoslavo della città, Pregelj
disponeva arresti indiscriminati ai cittadini italiani e la loro successiva
uccisione"», recita il capo di imputazione del "boja di Gorizia".
Un nuovo "processo con la storia", dunque, dopo anni di indagini
difficili
per cercare di chiudere ferite che - come si evince dalle testimonianze
raccolte a margine del processo - sanguinano ancora.
*Presidente
della Lega Nazionale
Una strategia perversa
i titini suscitavano le rappresaglie italiane per coinvolgere la popolazione
In realtà gli ustascia erano "alleati nemici", mentre i cetnici
"avversari
amici"
Paolo Radivo
Ieri con il dott. Mario Dassovich abbiamo iniziato a commentare le due
trasmissioni dedicate dalla rubrica "Altra storia" de "La 7"
alla
proposizione di un documentario realizzato una ventina di anni fa dalla Bbc
con l'obiettivo di dimostrare che tra il 1935 ed il 1943 il "regime
fascista" compì in Etiopia e Jugoslavia tutta una serie di crimini
ingiustificabili che non furono sanzionati da nessun tribunale né etiope né
jugoslavo, né tantomeno internazionale. In sostanza si sarebbe trattato di
crimini impuniti.
Qui ricorderemo che l'occupazione italiana di una parte della ex Jugoslavia
cominciò nell'aprile 1941 con la disintegrazione del Regno dei
Karagiorgevic, che si sciolse come neve al sole. Fu una specie di 8
settembre ante litteram, che portò ad annessioni e occupazioni militari da
parte delle potenze dell'Asse (Germania, Italia, Ungheria, Bulgaria e
Albania) e alla creazione dello Stato indipendente di Croazia.
«Il problema è lo sfondo. I due imputati dovrebbero essere il generale
Ambrosio e il generale Roatta. Ma si dimentica la situazione in cui questi
militari hanno operato. Già ho accennato alle difficoltà dei rapporti tra
l'Italia e il neoistituito Stato croato, e fra le autorità italiane militari
e le autorità politiche. Resterebbe da sottolineare ancora qualche altro
aspetto. Il De Felice lo ricorda molto brillantemente parlando di una
situazione con un doppio equivoco. Un doppio equivoco in cui esisteva un
"alleato nemico", cioè lo Stato indipendente di Croazia, che sul
piano
pratico avversava iniziative italiane, e di un "avversario amico"
costituito
dalla minoranza serbo-ortodossa nella parte della Croazia occupata dalle
truppe italiane. I serbo-ortodossi si trovavano nella situazione di dover
sottostare alle persecuzioni religioso-nazionalistiche degli ustascia e di
doversi quindi affidare all'impostazione giuridica ineccepibile dello Stato
italiano per quanto riguardava la loro esistenza e la sopravvivenza
materiale in una situazione di fame generale in buona parte d'Europa
(comprese quelle zone contestate). Ho già accennato che il De Felice non
manca di sottolineare le stragi commesse dagli ustascia e la reazione armata
degli ortodossi. Se le trasmissioni di Radio Londra sottolineavanosubito
dopo l'aprile del 1941 il ruolo insurrezionale antinazista ed antifascista
dei cosiddetti cetnici, si dimentica di ricordare che le loro reazioni più
forti avvennero soprattutto come problema di sopravvivenza contro i
"pogrom"
degli ustascia, che non ammettevano minoranze serbe in quello che era stato
assegnato come loro territorio. Gli obiettivi dei cetnici, se
originariamente dovevano essere quelli di mantenere il territorio in
condizioni tali da rendere possibile quanto prima uno sbarco alleato, via
via che fu evidente dal 1941 al 1943 che lo sbarco angloamericano non
avveniva, non erano più di tenere sotto controllo il territorio che doveva
cambiare tipo di occupazione, ma di sopravvivere. E i cetnici tentarono in
tutti i modi di far sopravvivere la propria popolazione. Diversi furono gli
obiettivi del movimento partigiano, e qui una piccola annotazione va fatta.
Nell'elencazione delle 3 o 4 righe del De Felice esistono solo due parole
per il movimento partigiano. Il De Felice non ha affrontato tutti i
retroscena riguardanti la costituzione e la costruzione della guerriglia da
parte partigiana. È doveroso ricordare a questo punto che il movimento
partigiano assunse una certa rilevanza alla fine di giugno '41 soltanto
quando Hitler e la Germania invasero l'Unione Sovietica: soltanto allora
suonò la Diana per i comunisti jugoslavi, soltanto dopo che si erano
mossi
i cetnici si mossero i partigiani jugoslavi».
Ricordiamo che fino al 22 giugno del 1941 la Germania nazista e l'Unione
Sovietica erano alleate e per questo Tito non mosse un dito fino a circa il
10 luglio del 1941...
«Sì. Stavamo dicendo che gli obiettivi dei cetnici e dei partigiani erano
diversi. Mentre i cetnici sostanzialmente nella loro propaganda parlavano di
tenersi pronti allo sbarco alleato, il movimento partigiano guidato dai
comunisti tendeva essenzialmente ad aiutare l'Unione Sovietica in guerra
contro i nazisti. Per cui ogni soldato tedesco o italiano ammazzato in
Dalmazia, in Slovenia o all'interno della Croazia era un soldato in meno
potenziale assalitore dell'Unione Sovietica. Ogni movimento ha i suoi
obiettivi, ma questa tattica della guerra totale portata avanti dal
movimento partigiano coinvolgeva inevitabilmente le popolazioni civili,
perché in quel momento esistevano determinate leggi internazionali per
quanto riguarda le rappresaglie. Soprattutto all'inizio, ma anche molto più
tardi, "belligeranti legittimi" non potevano essere considerati i
partigiani
per il fatto che non si presentavano con divise, distintivi e cose del
genere che permettessero una loro individuazione. Per quanto riguarda le
rappresaglie, ci limiteremo a dire che erano previste nel diritto
internazionale. Sono tuttora uno scottante tema d'attualità in Israele e in
Palestina. Furono sottovalutate, direi volutamente, dal movimento
partigiano, che sapeva benissimo che determinati attacchi proditori
avrebbero scatenato una rappresaglia. Ma il movimento partigiano tendeva a
scavare un solco tra le popolazioni locali e le autorità militari di
occupazione. Ancora un elemento andrebbe sottolineato. Il movimento
partigiano guidato dai comunisti non si limitava ad avere come obiettivo
l'espulsione dal territorio jugoslavo delle Forze di occupazione straniere,
ma tendeva dichiaratamente (e tutta la storiografia ufficiale jugoslava del
dopoguerra lo conferma) alla conquista del potere. I partigiani guidati dai
comunisti si battevano contro il nazifascimo e per la costituzione di uno
Stato praticamente comunista, ma se vogliamo usare altri termini si può dire
"socialista" o "popolare": siamo sempre nella medesima
situazione. Ultimo
punto ricordato dal De Felice sono i sempre più difficili rapporti fra Roma
e Berlino. Cioè le autorità militari italiane si trovarono molto spesso sole
di fronte ai politici italiani e soli di fronte ai tedeschi, che per vari
motivi tendevano ad aumentare la zona di occupazione in Croazia o a
controllare più strettamente l'economia croata per far affluire in Germania
determinate materie prime dalle miniere della Bosnia o di altre parti.
Queste mi sembra che siano le cose essenziali. A questo punto forse potremmo
passare ad esaminare i singoli episodi. Tra quelli ricordati nelle
trasmissioni, uno è l'insurrezione del Montenegro nell'estate del 1941, ma
più che l'insurrezione in sé la trasmissione tendeva a sottolineare il
periodo di occupazione italiana del Montenegro, che avrebbe dovuto essere un
Regno indipendente. A questo proposito, ampliando il problema, va detto che
l'insurrezione del Montenegro fu essenzialmente condotta da ufficiali o
sottoufficiali dell'esercito monarchico jugoslavo che riuscirono - come
disse uno storico inglese - quasi a buttare a mare gli italiani. Iniziativa
questa che non trova riscontro fino al 1943 nei movimenti partigiani. A
questo punto subentra un altro elemento. Dopo l'esaurimento della fase
insurrezionale, gli elementi comunisti inseritisi fra gli insorti, già
controllati da ufficiali e sottoufficiali regi jugoslavi, cominciarono a
dettare legge soprattutto su iniziativa di due personaggi: Milovan Gilas e
Mosa Pijade».
Cosa possiamo invece dire a proposito dell'occupazione italiana in Croazia e
Slovenia?
«Per quanto riguarda la Slovenia dovremmo sottolineare un aspetto. La
nascita del movimento insurrezionale attraverso le cosiddette Vaske Straze,
cioè guardie civiche costituie spontaneamente dai contadini per difendersi
dalle irruzioni dei partigiani. Poi c'erano due movimenti insurrezionali: la
Plava Garda, movimento insurrezionale monarchico jugoslavo in contatto con
la Slovenska Zveza (cioè la Fratellanza Slovena, che restava nell'ombra, a
mezza strada tra le collaborazione e l'acquisizione di armi sempre in attesa
del fantomatico sbarco alleato), e la Bela Garda (collaborazionista)».
Nel documentario si è parlato della strage di Podhum e delle deportazioni
dei prigionieri slavi nei campi di concentramento, per esempio ad Arbe...
«Per le deportazioni ad Arbe dobbiamo rifarci ancora una volta al volume di
Talpo per un caso parallelo. È quello dei campi di internamento di Meleda,
con un trattamento sostanzialmente analogo a quello di Arbe. Contro il campo
di internamento di Meleda, il vescovo cattolico di Sebenico indirizzò una
lettera al governatore italiano della Dalmazia Bastianini. Bastianini
rispose punto per punto, dando dalla situazione nei campi un quadro diverso
da quello normalmente propagandato. Resta il caso di Podhum: va collegato ad
una circolare del sottosegretario agli Interni del Governo italiano
Buffarini-Guidi, interpretata a modo suo dal prefetto italiano di Fiume
Temistocle Testa, che di sua iniziava, senza consultare di fatto le autorità
militari italiane, organizzò una rappresaglia».
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19 February 2003
Esuli e Governo in sintonia
positivo l'incontro di ieri con frattini, giovanardi e antonione
Si opererà sul piano interno e internazionale ispirandosi ai principi
dell'Ue
Il ministro degli Esteri Franco Frattini, il ministro per i rapporti con il
Parlamento Carlo Giovanardi e il sottosegretario agli esteri Roberto
Antonione hanno ricevuto ieri alla Farnesina i rappresentanti della
Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati Guido
Brazzoduro, Lucio Toth, Silvio Delbello, Bernardo Gissi, Silvio Stefani e
Giuseppe de Vergottini.
«I rappresentanti degli esuli - si legge nel comunicato congiunto emesso al
termine dell'incontro - hanno espresso apprezzamento per la sensibilità del
Governo italiano per le loro attese riguardo alla restituzione e agli
indennizzi dei beni sottratti ed hanno invitato il Governo a proseguire nel
suo impegno nelle diverse sedi interessate».
«Frattini, Giovanardi e Antonione - continua il comunicato - hanno
assicurato il perdurante impegno italiano, a sostegno delle legittime
istanze degli esuli, a ricercare soluzioni morali e materiali
soddisfacenti». Queste, si sottolinea alla Farnesina, dovranno continuare ad
essere perseguite sia sul piano interno, sia su quello internazionale anche
nella prospettiva europea dei Paesi vicini e dei principi dell'Unione
europea. Ciò dovrebbe significare che il Governo italiano chiederà la
restituzione di almeno parte del maltolto in base al principio di non
discriminazione.
Il comunicato non ha voluto dire altro per salvaguardare la riservatezza
delle trattative diplomatiche fra Italia e Croazia, che dovrebbero
riprendere la prossima settimana a Bruxelles nell'ambito del processo di
associazione della Croazia all'Unione Europea.
Il presidente della Federazione Guido Brazzoduro parla comunque di
«sintonia» con il Governo sulla strategia e la tattica adottate.
Un Esercito criminalizzato
un documentario della bbc stigmatizza l'occupazione italiana della
jugoslavia
Ma le autorità militari furono intransigenti nei confronti delle scorribande
ustascia
Paolo Radivo
Il dott. Mario Dassovich, oltre che direttore de "La Voce di Fiume",
è anche
uno storiografo che negli ultimi anni ha scritto diversi volumi sulle
vicende dell'Adriatico orientale tra il XVIII e il XX secolo. Con lui
vogliamo parlare della trasmissione "Altra storia" andata recentemente
in
onda per due sabati consecutivi su "La7". Il conduttore Sergio
Luzzatto ha
mandato in onda integralmente senza alcun commento critico un documentario
realizzato dalla Bbc circa 20 anni fa denominato "Fascist legacy", cioè
"Il
retaggio fascista". La Rai lo aveva acquistato, ma non ha mai voluto
trasmetterlo. Questo documentario intendeva illustrare i cosiddetti crimini
"fascisti", compiuti fra il 1935 e il 1943 dalle forze armate italiane
in
Etiopia, ma soprattutto in Jugoslavia. La tesi di questo documentario, fatta
propria dal conduttore della trasmissione, è che in sostanza il Regno
d'Italia si macchiò di crimini orrendi di sua iniziativa, per il gusto
dell'orrido e della crudeltà. Per quanto riguarda la Jugoslavia, la tesi
finale del conduttore è che le foibe e le deportazioni di italiani compiute
dai titini furono una reazione a tali crimini. L'autore del documentario,
Ken Kirby, aveva individuato in particolare due presunti crimini di guerra:
sono i generali Vittorio Ambrosio e Mario Roatta, che ebbero incarichi di
enorme rilievo nella guerra antipartigiana nella Jugoslavia occupata. Senza
garantire loro neppure una difesa d'ufficio (a meno che non si voglia
considerare tale quella dell'ambasciatore Bottai), sono stati definiti come
dei massacratori non solo di partigiani, ma anche di civili. In sostanza gli
italiani nella Jugoslavia occupata dall'aprile '41 al settembre '43,
sarebbero stati forse peggiori dei nazisti, crudeli per il gusto di
saccheggiare e di uccidere.
Nel documentario è stato detto semplicemente che nell'aprile 1941 tedeschi e
italiani occupano la Jugoslavia. In realtà bisognerebbe anche ricordare che
il 25 marzo '41 il Regno di Jugoslavia aderisce a Vienna al Patto tripartito
tra Italia, Germania e Giappone. La Jugoslavia entra così ufficialmente
nell'orbita dell'Asse. Due giorni dopo, colpo di Stato da parte di alcuni
alti graduati dell'esercito jugoslavo, che spodestano il reggente Paolo e
mettono al suo posto il 17enne re Pietro, legato a filo doppio con gli
inglesi. Il Governo insurrezionale tenta un accordo con l'Unione Sovietica,
che arriva alle 2.30 della notte del 6 di aprile, mentre alle 7 di mattina
dello stesso giorno i tedeschi bombardano Belgrado e successivamente le
truppe tedesche, bulgare, italiane ed ungheresi cominciano ad invadere la
Jugoslavia. Il 10 di aprile, grazie alla diserzione di moltissimi croati che
accolsero l'invito di Ante Pavelic, i tedeschi presero Zagabria. Si costituì
in tal modo lo Stato Indipendente di Croazia, che comprendeva, oltre alla
Croazia centrale, la Slavonia e lo Srijem, buona parte della Dalmazia e
tutta quanta la Bosnia-Erzegovina. Erano escluse l'Istria, Fiume e Zara, e
in più i nuovi territori italiani di Veglia, Arbe e una parte del Gorski
Kotar (aggregati alla Provincia di Fiume), tutta la Dalmazia costiera tra
Nona (Nin) e Spalato e la zona di Cattaro (che è nell'attuale Montenegro). I
nuovo confini furono stabiliti da un apposito trattato tra Italia e Croazia.
La Slovenia venne invece divisa in tre parti: la "Provincia di Lubiana"
all'Italia, la Gorenjska e la Bassa Stiria alla Germania, e il Prekmurje
all'Ungheria. La Voivodina fu spartita tra Ungheria e quello che restava
della Serbia, mentre la Macedonia e un pezzo di Serbia venne ceduta alla
Bulgaria. L'Albania si prese una buona parte del Kossovo e il Montenegro
ritornò, almeno sulla carta, un Regno indipendente.
Bisogna anche ricordare che gli inglesi avevano fatto pressione sul nuovo re
Pietro affinché attaccasse gli italiani in Albania. Questa decisione presa
da Hitler di invadere la Jugoslavia, alla quale Mussolini si aggregò, fu
dunque per certi versi anche una "guerra preventiva", se vogliamo
usare un
termine ormai entrato nell'uso comune. Dicendo questo non si intende certo
assolvere gli Stati che allora violarono clamorosamente la sovranità della
Jugoslavia sopprimendola e spartendosela: si vuole solo contestualizzare il
discorso meglio di quanto sia stato fatto nel documentario e nella
trasmissione.
Mario Dassovich che ha studiato in maniera molto dettagliata e precisa il
periodo dall'aprile 1941, inizio dell'occupazione italiana, all'8 settembre
1943, fine di una presenza organizzata degli italiani nell'allora
Jugoslavia.
Nella trasmissione si è detto che i generali Ambrosio e Roatta non sono mai
stati consegnati alle autorità jugoslave che li richiedevano per essere
processati, e che, mentre i criminali tedeschi tramite il processo di
Norimberga sono stati puniti, gli italiani l'hanno fatta franca. In tal modo
si è criminalizzato non solo il fascimo e il regno Sabaudo, ma un po' tutti
gli italiani...
«Si è criminalizzato soprattutto l'Esercito italiano, che non fu il
promotore di eventuali situazioni difficili. Vorrei ampliare il discorso
dicendo che sostanzialmente tutta la trasmissione alla quale ha accennato
era un atto di accusa, una brillante accusa di un pubblico ministero. La
domanda è se di fronte all'arringa del pubblico ministero ci dovrebbe essere
qualche difensore d'ufficio che dica di rimettersi alla clemenza della
Corte, o invece un difensore che dovrebbe prendersi la briga di ribattere
punto per punto alle tesi avversarie. Direi che l'eventuale difensore dei
presunti imputati Roatta e Ambrosio dovrebbe essere l'Ufficio storico dello
Stato maggiore dell'Esercito italiano, il quale non ha mancato da 20 anni a
questa parte (e forse più) di pubblicare tutta una serie di studi
sull'argomento Jugoslavia. Io ne vorrei citare solamente due: uno è il
saggio in tre volumi di Oddone Talpo intitolato "Dalmazia: una cronaca per
la storia", l'altro è "L'occupazione italiana della Slovenia
'41-'43", di
Marco Cuzzi, che è più recente. Oltre a questo accenno, vorrei ricordare che
il volume di Oddone Talpo ha un'autorevole prefazione dello storico italiano
Renzo De Felice, il quale, con riferimento a quanto stiamo dicendo, dice
sostanzialmente che lo studio del Talpo ha dei limiti, ma i pregi sono
superiori. Sempre riferendosi al De Felice possiamo sottolineare tre o
quattro righe nelle quali il De Felice delinea lo sfondo sul quale si
sviluppa la vicenda. Non molti studiosi a differenza del De Felice ritengono
importante o utile quel volume. Io mi permetto di pensare che invece è
certamente utile. Forse avrebbe dovuto avere un solo aggettivo in più:
"Dalmazia: una cronaca italiana per la storia". Il che ammette la
possibilità che esistano in circolazione documentaristi, registi, scrittori
che scrivono una cronaca jugoslava per la storia. Deve essere evidente a
questo punto che esistono due cronache e che qualcuno dovrebbe fare una
sintesi delle due teoriche possibili cronache. In questo momento io mi
proporrei di esaminare quelle tre righe dettate da Renzo De Felice non per
esaminare il volume del Talpo edito dallo Stato maggiore dell'Esercito
italiano, ma per esaminare lo sfondo su quanto avvenne soprattutto in
Dalmazia, come desiderato dal Talpo. Gli elementi sottolineati dal De Felice
sarebbero sostanzialmente 8. Io vorrei ricordarli uno a uno, perché hanno
condizionato pesantemente tutta la vicenda. Io non ho cronometrato la
trasmissione incriminata che stiamo tentando di contestare, ma probabilmente
era una trasmissione di 2 tempi di 45 minuti ciascuno: quindi un'ora e
mezza. Credo di essere autorizzato a spendere 5 minuti nell'elencazione
degli elementi che il De Felice ritiene fondamentali come sfondo per un
esame di questo problema. Il primo secondo il De Felice è l'ambiguità, e
l'instabilità dei rapporti tra Roma e il Governo di Zagabria. Il Governo
italiano doveva fare i conti con il Governo ustascia, sottobanco
spalleggiato dai tedeschi, i quali tentavano di infiltrarsi su quello spazio
che sulla carta era stato lasciato all'Italia nei Balcani».
Ricordiamo tra l'altro che la condizione dello Stato indipendente di Croazia
in realtà era abbastanza strana. Italiani e tedeschi lo suddivisero in due
zone di influenza: quella settentrionale tedesca e quella meridionale
italiana. In realtà l'attività partigiana riuscì a svilupparsi nella parte
meridionale, nella cosiddetta "seconda zona", tra le zone annesse
all'Italia
e la linea di demarcazione italo-tedesca che tagliava sostanzialmente a metà
la Bosnia- Erzegovina.
«Questo vale anche per la Slovenia. I tedeschi ci tenevano ad occupare tutta
la Slovenia, ma per un colpo di fortuna una colonna di militari italiani
riuscì ad occupare Lubiana. Quindi, la colonna riuscì a far sì che mezza
Slovenia non fosse occupata dai tedeschi, ma proprio in questa ci sviluppò
soprattutto il movimento partigiano».
Nella parte occupata dai tedeschi ci furono invece non solo delle
rappresaglie, ma delle vere e proprie deportazioni. Ci fu un'annessione al
Reich con un tentativo di germanizzazione che invece da parte italiana non
fu compiuto...
«Esatto. Il secondo elemento che vorrei ricordare è costituito dai contrasti
nelle valutazioni fra i comandi militari italiani e i nostri rappresentanti
diplomatici a Zagabria. Renzo De Felice sottolinea le pressioni esercitate
dai rappresentanti diplomatici a Zagabria contro le Autorità militari
italiane, che erano piuttosto severe rispetto alle scorrerie degli ustascia.
Ma i rappresentanti diplomatici italiani, in nome dei buoni rapporti con il
neocostituito Stato croato, tendevano invece a far sì che le Autorità
militari italiane lasciassero. Quella frase del De Felice andrebbe
integrata, a mio avviso, in questo senso. Anche per quanto riguarda lo Stato
italiano c'è da tener presente che non si trattava semplicemente di
contrasti fra autorità diplomatica all'estero e autorità militari in
Dalmazia o in Slovenia, ma contrasti tra autorità militari italiane ligie al
proprio dovere e autorità politiche dello Stato italiano, che non erano
Ambrosio e Roatta».
(continua domani)
Condannati all'estinzione
i nipoti degli esuli in canada non hanno piu' legami con le loro radici
Il gruppo più coeso è a Chattam, nel sud dell'Ontario, dove opera la Lega
Istriana
Paolo Radivo
Ieri il professor Konrad Eisenbichler, docente all'università di Toronto ma
lussignano d'origine (la madre è una Martinolli), ha tenuto nell'aula magna
della Facoltà di Scienze della formazione in via Tigor 22 una conferenza per
parlare di un tema significativo ma poco conosciuto dalle nostre parti, cioè
l'esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati in Canada. Abbiamo avuto
l'occasione di incontrarlo e di approfondire l'argomento con lui. È
direttore de "El boletin", un giornalino dei lussignani residenti a
Toronto.
Professor Eisenbichler, come si è formata questa comunità oltreoceano e
quando?
«Si è formata subito dopo la seconda guerra mondiale, nei primi anni
Cinquanta, in seguito all'esodo degli italiani dall'Istria e dalla Dalmazia.
I primi sono arrivati in Canada nel 1951, ed hanno continuato ad arrivare
fino agli anni Sessanta. Oggi la situazione è stabile, non ci sono nuovi
arrivi: il nucleo principale è stato nei primi anni Cinquanta».
Quanti erano circa, e dove si sono insediati?».
«Quando sono arrivati, il Governo canadese li ha mandati principalmente
nelle foreste e nelle miniere a lavorare, ma già nei primi tempi, dopo aver
terminato il servizio obbligatorio di due anni, si sono trasferiti nelle
città principali, cioè principalmente Toronto e Montreal. C'è un nucleo di
istriani che si è stabilito in un paesetto agricolo chiamato Chattam, nel
sud dell'Ontario, dove ha costruito delle fattorie ed ha istituito il primo
club sociale, la Lega Istriana di Chattam.
Da quali zone in particolare provenivano gli esuli?
«Tantissimi dall'Istria, molti da Fiume e Zara, ed anche un piccolo numero
dalle isole di Lussino e Cherso».
Lussino è l'isola da cui anche lei è originario...
«Sono nato a Lussinpiccolo, e dopo essere emigrati siamo stati rimpatriati
in Austria perché mio padre era austriaco, poi in Italia e alla fine in
Canada».
Quindi lei è un esempio abbastanza tipico di questo esodo
transcontinentale...
«Penso di essere tipico, ma la gente mi dice sempre che sono atipico».
Tipico nella sua atipicità, forse...
«È vero, perché quando si parla di emigrazione di italiani negli Stati Uniti
e in Canada si pensa sempre ad abruzzesi, calabresi, friulani, che sono
partiti per una motivazione economica, e si dimentica chi come noi è partito
per un motivo politico, fuggendo dalle terre passate poi all'ex Jugoslavia.
Per questo noi giuliano-dalmati siamo un caso atipico dell'emigrazione
italiana».
Com'è la realtà di questo gruppo oggi? È rimasto coeso, oppure c'è stato uno
sventagliamento simile a quello che si è verificato in Italia?
«Sono avvenute entrambe le cose: c'è la prima generazione di emigrati,
quella che noi chiamiamo dei "veci", che è rimasta molto unita, ha i
suoi
club sociali che si incontrano e festeggiano i santi patroni delle loro
città, ma già la seconda generazione, quella della mia età, si è sposata per
lo più con gente di diverse lingue e culture e in famiglia parla inglese,
mentre i figli sono ormai canadesi a tutti gli effetti, per cui c'è il
pericolo che la cultura giuliano-dalmata nel Nord America stia per
scomparire».
Quindi questa è una comunità ormai destinata all'estinzione?
«Nel Nord America penso di sì: è difficile che sopravviva oltre i prossimi
vent'anni, mentre in Italia la situazione è diversa, perché ci sono città
come Trieste che possono ancora sostenere questa cultura».
Quali sono le aspirazioni degli esuli e dei loro figli verso la loro terra
d'origine?
«Per gli esuli quella d'origine rimane una terra di ricordi e nostalgia, o
di vacanza, quando si torna d'estate a Cherso e Lussino. Pochi della mia
generazione tornano, ricordano queste terre grazie ai racconti dei genitori,
mentre per la terza generazione è solo storia di famiglia».
Come si è sviluppato in questi decenni il legame con le altre comunità di
italiani?
«Grazie ai nostri club in Canada questo legame è molto forte: partecipiamo
alle manifestazioni indette dal Consolato italiano o dall'Istituto di
Cultura di Toronto, siamo un elemento importante e vitale di queste feste.
Nei paesi piccoli la situazione è diversa, ma per quanto riguarda grandi
città come Toronto e Vancouver il legame con la comunità italiana si è
mantenuto».
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18 February 2003
A Cittanova di nuovo un sindaco
italiano
La Dieta Democratica Istriana capeggiata da Anteo Milos ottiene la
maggioranza
(p.r.) Sarà (di nuovo) un italiano il prossimo sindaco di Cittanova.
Le elezioni di domenica scorsa hanno infatti assegnato la maggioranza
assoluta alla Dieta Democratica Istriana, che due anni fa (ma con un altro
capolista) non era andata oltre il 40,6%. Allora aveva ottenuto 7 seggi su
15, insufficienti a formare una maggioranza; ora invece è arrivata a quota
8. Il suo capolista Anteo Milos verrà dunque con ogni probabilità eletto
sindaco dal Consiglio comunale, dove saranno rappresentate in tutto 7 delle
13 liste presentatesi. Ad avere 2 seggi sarà soltanto quella denominata
"Mendula", capitanata da Elio Mohorovic, che fu sindaco dal luglio
2001
all'agosto 2002 a capo di una coalizione composita comprendente anche quei
socialdemocratici che ora gli elettori hanno bocciato negando loro persino
l'accesso al Consiglio. Nella precedente tornata l'Sdp aveva invece ottenuto
l'11,9% e 2 consiglieri. Evidentemente ai cittanovesi di oggi non è piaciuto
l'atteggiamento ondivago di un partito che, pur di restare al potere, prima
sostiene un sindaco e poi fa il ribaltone per eleggerne un altro (lo stesso
Milos, che nel settembre scorso fu dimissionato da Zagabria per questioni
formali).
Dal canto suo, anche 2 anni fa "Mendula" si piazzò al secondo posto,
ma
ottenendo il 20,8% e 3 consiglieri.
Confermano invece le loro posizioni la lista civica di Zeljko Rakamaric (che
nel 2001 ebbe il 7,7% e un consigliere) e il Partito Contadino Croato,
mentre non ce la fanno ad entrare il Partito Social-liberale, il Partito
Popolare, il Partito Socialista dei Lavoratori e la lista civica "Prizma".
Ad entrare questa volta in Consiglio racimolando un seggio ciascuno sono
invece l'Hdz, il Foro Democratico Istriano e la lista civica di Miro Peric.
Alle urne si sono recati 2.073 elettori su 3.621: circa 400 in più di 2 anni
fa, segno che il "gioco" della democrazia comincia a piacere anche ai
cittadini dell'Istria croata.
Milos aveva impostato la sua campagna elettorale, oltre che sulle questioni
amministrative, anche sul concetto di identità e di autoctonia. Per questo
aveva presentato ufficialmente la sua lista alla stampa nella sede della
locale Comunità degli Italiani.
Vittime colpevolizzate
la trasmissione di canale 5 fa seguito a molte altre che snaturano i fatti
Ma molti antifascisti ex fascisti non raccontano tutto quello che sanno
Giorgio Rustia
Il programma "Terra!" di Canale 5 ha spiegato agli italiani che il
maestro
Giovanni Renzi e sua moglie Franca furono infoibati perché l'uomo, che era
tubercoloso, aveva l'abitudine di sputare in bocca agli scolari slavi quando
sbagliavano un verbo o una parola italiana. Ciò, ovviamente, è un vero e
proprio falso inventato dal signor Giacomo Scotti, un napoletano comunista
che nel secondo dopoguerra lasciò volontariamente l'Italia per andare in
Jugoslavia e partecipare alla costruzione del comunismo titino. Tale falso
fu pubblicato nel numero di febbraio-marzo 1997 della rivista "Il ponte
della Lombardia" e la sua falsità è già stata dimostrata su queste
colonne
il 2 gennaio 2001, dal mio scritto "Le fobie degli infoibatori",
assieme
alla infondatezza di tutte le altre affermazioni fatte da Scotti nel suo
articolo.
Nello stesso programma televisivo dell'altra domenica si è parlato dei
crimini di guerra compiuti dall'esercito italiano in Jugoslavia ed è stato
citato l'eccidio di Lipa. Su di esso esiste un fascicoletto intitolato "Lipa
accusa", scritto nella immediatezza dei fatti dal Comitato Popolare di
Liberazione per l'Istria, nel quale la responsabilità del massacro è
chiaramente attribuita non alle truppe italiane, ma alle Ss germaniche.
Studiosi della materia hanno identificato nell'ufficiale tedesco Artur
Walter il comandante del reparto che operò la strage, ma ciò agli "storici"
della televisione berlusconiana non importa. Ciò che conta è diffamare
l'Esercito italiano per poter giustificare gli infoibatori slavocomunisti.
Sempre per restare nel campo delle tesi "giustificazioniste", il
9/3/2000,
sul Corriere della Sera, è stata pubblicata una lettera firmata delle
Medaglie d'Oro della Resistenza Arrigo Boldrini (comandante della 28esima
brigata Garibaldi copertasi di gloria negli epici combattimenti svoltisi a
Codevigo dal 2 al 10 maggio 1945), Carla Capponi (eroica combattente della
battaglia di via Rasella a Roma), Giuseppe Maras, Giovanni Pesce e Roberto
Vatteroni, nonché delle Medaglie d'Argento della Resistenza Marisa Mussu e
Rosario Bentivegna, altro eroico combattente dell'azione di guerra di via
Rasella. In essa è affermato che: «...già prima dell'8 settembre 1943,
criminali di guerra italiani, tedeschi, sloveni e croati, come ricordano
Mario Bussoni (Historia n° 386, aprile 1990) e altri autori, hanno usato
quelle foibe contro gli slavi, i partigiani, gli italiani antifascisti....».
Leggendo però l'articolo del Bussoni, l'unico accenno agli infoibamenti si
trova a pagina 102, dove sta scritto: «Nella sua politica di genocidio
attuata senza scrupoli, l'Ndh (lo Stato croato nazista di Pavelic - nds)
potrà così mostrare l'intera gamma di ogni sadismo e perversione umana. Le
uccisioni indiscriminate, perseguite nella maniera più efferata, spaziano
dal classico colpo alla nuca, al salto nel burrone, dalla frantumazione del
cranio e degli arti con martelli appuntiti, all'infoibamento». L'articolo
non accusa gli italiani, ma i croati di Pavelic, di aver infoibato i loro
nemici; tuttavia ciò, per i citati decorati della Resistenza importa poco.
Gli italiani erano alleati di Pavelic e quindi sono colpevoli anch'essi, pur
non avendo infoibato nessuno. Questo ragionamento, già in se stesso del
tutto distorto e capzioso, non sta in piedi anche perché uno dei firmatari,
l'ex senatore comunista ed oggi presidente dell'Anpi (Associazione Nazionale
Partigiani Italiani comunisti) Arrigo Boldrini, fu, fino all'8
settembre1943, un capomanipolo della legione delle camicie nere ravennati e
svolse servizio di repressione antipartigiana proprio nella zona dove
sarebbero avvenuti gli asseriti crimini di guerra commessi dall'Esercito
italiano. Forse egli, visto che per i due anni dal 194l al 1943 fu fascista
italiano alleato dei fascisti croati, è in possesso di informazioni che
nemmeno lo storico Mario Bussoni conosce. Ma allora non sarebbe stato meglio
se, invece di tacere per mezzo secolo, il signor Boldrini fosse andato dai
magistrati a riferire su ciò che sapeva sino dalla fine della guerra? E come
mai i comunisti italiani, che a causa dei crimini dei fascisti giustificano
gli infoibatori di donne e bambini, hanno accolto nelle loro fila uno che
era stato volontario nella Milizia fascista ed aveva ricoperto il grado di
sottotenente della Mvsn, di creazione mussoliniana?
Comunque non si deve credere che la manovra di criminalizzazione delle
vittime e di giustificazione degli infoibatori sia nata lontano dalla nostra
regione. No, affatto. È stato proprio un certo ambiente triestino a fornire
ampia messe di affermazioni subdole e menzognere atte ad alimentare l'odio
contro gli infoibati ed a giustificare il loro sterminio e la successiva
pulizia etnica. Il Comune di Trieste, imperante l'assessore alla cultura
prof. on. Roberto Damiani (oggi redentosi confluendo nelle file
postcomuniste, ma da giovane dirigente di una organizzazione neofascista),
nel febbraio di due anni fa editò il fascicolo "Foiba di Basovizza.
Monumento nazionale". Nella parte scritta da un tale che si è
firmato
"r.p." lapidariamente si sentenzia che: «Obiettivi delle retate (cui
seguì
l'infoibamento - nds) furono i membri dell'apparato repressivo nazifascista,
i quadri del fascismo giuliano, elementi collaborazionisti, ma anche
partigiani italiani che non accettavano l'egemonia del movimento di
liberazione jugoslavo ed esponenti del Cln giuliano, assieme a sloveni
anticomunisti e a molti cittadini privi di particolari ruoli politici, ma di
chiaro orientamento filo-italiano». Gli infoibati per costui e per il Comune
di Trieste (versione Illy e Damiani) erano quindi in grande maggioranza
meritevoli di morte perché «membri dell'apparato repressivo nazifascista».
In questo fascicolo, però, non vengono fatti i nomi di questi meritevoli di
morte. Non si dice se i 97 finanzieri della caserma di Campo Marzio abbiano
meritato o meno il massacro. Non si precisa se tutti gli agenti di Ps
catturati a Trieste siano stati gettati giustamente nel Pozzo della Miniera,
o se la maestra di pianoforte Licia De Furlani, che abitava al quinto piano
del n° 74 di viale XX Settembre e che quando mi incontrava sulle scale mi
faceva sempre una carezza e mi dava una caramella siciliana al limone, sia
stata un membro dell'apparato repressivo nazifascista. Non lo si dice perché
all'estensore ed ai commissionatori del libercolo non interessa inchiodare
eventuali colpevoli alle loro eventuali responsabilità. L'unica cosa che
interessa a costoro è lanciare un'accusa infamante ma generica, allo scopo
di criminalizzare la stragrande maggioranza delle vittime senza indicare
specificamente nessuno, anche per evitare le conseguenze penali della
diffamazione.
Più categorico è stato, sul numero dell'ottobre 1989 di "Nuova società",
il
signor Galliano Fogar, esponente di spicco dell'Istituto storico
resistenziale triestino, che ha affermato: «.. Fra i soppressi c'era una
manovalanza di rastrellatori, feroci aguzzini e delatori (i capi erano
riusciti quasi tutti a squagliarsela in tempo), ma una parte era incolpevole
o comunque non meritevole della pena di morte». Anch'egli però, seppur
invitato più volte a fare i nomi di questi «rastrellatori, aguzzini e
delatori», non ha mai soddisfatto tale richiesta. E questa è una
caratteristica comune a tutti coloro che insultano gli infoibati: lanciare
l'offesa in modo generico e poi ritirarsi in un silenzio sdegnato. Un'altra
caratteristica comune a quasi tutti i "negazionisti" o
"giustificazionisti"
delle foibe è quella di essere fieramente antifascisti oggi, ma di non esser
stati sempre degli oppositori del regime, specialmente quando esso era in
auge. Ed anche il signor Fogar, nella trasmissione radiofonica di Rai 2
sulle foibe, tenutasi alle ore 10.30 di martedì 10 febbraio 1987,
intervenendo in difesa di tale Mario Pacor, prima giornalista fascista del
mussoliniano "Il popolo di Trieste", poi direttore del giornale titino
"Il
nostro avvenire" ed infine direttore dell'Istituto storico resistenziale di
Novara, candidamente confessò: «.. Mario Pacor, sì, era stato da giovane,
come molti di noi, era stato fascista...».
Un'altra organizzazione comunale che a Trieste sta svolgendo una azione
diffamatoria dei Martiti delle foibe è la Commissione consultiva per il
Museo storico della Risiera di San Sabba. Uno sloveno, membro di essa, meno
di un anno fa, sul quotidiano più venduto in città, ha sostenuto che, a
parte una trentina di Volontari della Libertà, gli altri assassinati avevano
avuto ciò che si meritavano perché erano stati complici degli sterminatori
nazisti. Non sorprende quindi il fatto accaduto il 29 agosto dello scorso
anno, quando, nell'ambito di un gemellaggio tra Prato ed Ebensee, un folto
gruppo di studenti italiani ed austriaci si recò a visitare il tragico
Sacrario dell'olocausto ebraico di Trieste. Gli addetti comunali, incaricati
di accompagnare i visitatori, saputo che all'indomani i giovani della
comitiva si sarebbero recati a visitare anche la Foiba di Basovizza,
Monumento Nazionale non meno della Risiera di San Sabba, dissero loro che
gli infoibati «erano collaborazionisti che avevano giurato fedeltà al
nazismo con formula pronunciata in tedesco... Non c'era in loro
contrapposizione all'annessione (alla Jugoslavia di Tito nds): erano stati
condannati a morte perché nazisti».
Dunque, se perfino dei dipendenti comunali in servizio alla Risiera, in
linea col pensiero pubblicamente esplicitato da un membro della Commissione
consultiva comunale, lanciano in Italia ed in Europa il messaggio sugli
infoibati criminali nazisti che hanno subito la "giusta punizione" e
la
"legittima vendetta", si può tranquillamente affermare che le scritte
ingiuriose non sono solo il gesto di un eunuco mentale, ma sono anche il
frutto della cultura slavocomunista che impera nella nostra città. E di ciò
vi è anche conferma inoppugnabile. L'altro quotidiano locale, che si è
sempre giustamente indignato ogni qualvolta sui muri della città è stata
vergata una svastica, una croce runica o altri simboli della criminalità
umana passata e dell'imbecillità umana presente, benché abbia avuto via
e-mail le foto di queste ignobili scritte, non solo non le ha pubblicate, ma
non ne ha nemmeno dato la notizia. E ben si sa che chi tace conferma...
Tutti coloro che all'apparire dei simboli nazisti si strapparono le vesti e
lanciarono alti lai di sdegno oggi tacciono e tacendo confermano di
condividere l'ignobile esternazione murale. Tace Rifondazione Comunista e
tacciono i Comunisti italiani, ma ciò non sorprende, visto che la falce e
martello che firma tali frasi essi se la sono tenuta ben stretta nei loro
simboli. Tace e conferma quindi il dottore "honoris causa" (nonché
onorevole) Riccardo Illy, candidato del fronte slavo-catto-comunista alle
prossime elezioni regionali. Spendere una parola per difendere la memoria
dei martiri delle foibe (tra i quali avrebbe potuto esserci anche suo padre,
la guardia civica Ernesto Illy, uno dei "collaborazionisti" che
secondo i
suoi compagni di viaggio odierni aveva giurato fedeltà ai nazisti) potrebbe
costargli un sacco di voti di trinariciuti e pertanto è un rischio da non
correre. Tace perfino l'insigne germanista professor Claudio Magris, che ha
definito "buzzurri morali" coloro che lo scorso 25 aprile si permisero
di
onorare a Basovizza gli infoibati. Tacciono pure gli eredi dell'Osvobodilni
Fronta e tace anche la console slovena a Trieste, solitamente così pronta ad
intervenire sulle questioni cittadine, quasi che Trieste non appartenesse
alla Repubblica italiana, ma fosse già una città slovena.
Che la squisita sensibilità di tutte queste persone non sia stata nemmeno
scalfita da tali frasi non sorprende. Meraviglia un po' di più il silenzio
delle Associazioni degli esuli, a meno che esse non siano imbarazzate dal
fatto che migliaia di istriani siano stati buttati nelle foibe e pertanto
almeno una parte di esse abbia fatto parte, secondo la teoria storica dei
catto-slavo-comunisti, della «manovalanza di rastrellatori, aguzzini e
delatori». Se queste Associazioni soffrono di tale imbarazzo, mi sento di
poterle tranquillizzare. Presto la Radiotelevisione italiana produrrà una
"fiction" sulle foibe e tale vicenda immaginaria, tratta da un
romanzo, sarà
ambientata ad Umizza in Friuli. Essa racconterà che in tale paese, alla fine
del secondo conflitto mondiale, iniziarono delle strane sparizioni che
nessuno riusciva a spiegarsi. Poi, piano piano, il protagonista cominciò a
rendersi conto che era in atto una sorta di slavizzazione del paese e
nottetempo, per sfuggire ad essa, riuscì ad imbarcarsi su una nave ed a
raggiungere Venezia dove poté salvarsi all'ombra del tricolore.
Così, nell'immaginario collettivo degli italiani si confermerà che: le foibe
sono una state una cosa nebulosa (forse "un'invenzione dei servizi segreti
alleati in funzione anticomunista") che coinvolse solo pochi friulani e che
pure l'esodo fu un fenomeno molto circoscritto, limitato agli abitanti di
Umizza, paese che non so di preciso dove sia, ma che dev'essere un grande
porto di quel Friuli dove gli abitanti parlano la "marilenghe" e che,
come
tutti ben sanno, è una regione delle secolari tradizioni marinare.
I nostalgici di Tito colpiscono ancora
(p.r.) Forse l'autore è lo stesso, o forse no. Sta di fatto che scritte
analoghe a quelle appena cancellate nel sottopassaggio della stazione
campeggiano su un muro della parte alta di via Settefontane, in
corrispondenza della Fiera. Una dice «W Tito e le foibe», l'altra «W Oscar
Piskulic», ovvero l'ex dirigente della polizia politica jugoslava amnistiato
in primo grado (e ora imputato in appello) in riferimento all'assassinio di
un antifascista fiumano il 3 maggio 1945. Accanto a queste scritte campeggia
l'immancabile falce e martello con tanto di stella rossa.
Ma non mancano slogan e frasi offensive dirette contro altri bersagli e di
diversa estrazione politica.
Comunque sia, risulta quanto meno ridicolo che, a oltre 50 anni di distanza,
in giro ci siano ancora nostalgici di spietati dittatori e di agenti dei
loro servizi segreti. Speriamo che questi nostalgici siano pochi e
soprattutto speriamo che chi di dovere provveda quanto prima a cancellare
simili incitamenti all'odio e alla violenza.
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14 February 2003
(p.r.) Entro il 2008 Trieste avrà
un deposito per il materiale radioattivo a
soli 180 chilometri di distanza. Lo realizzeranno gli sloveni nei pressi
della centrale nucleare di Krsko.
Il ministro dell'ambiente sloveno Janez Kopac ha annunciato che l'impianto
diverrà operativo al più tardi nel 2013.
Kopac spera di ottenere il parere favorevole del Comune di Krsko assicurando
i fondi per smantellare in futuro la centrale nucleare e una nuova legge sul
tasso di ionizzazione dell'aria.
Restano ancora in alto mare invece le trattative con la Croazia per definire
la proprietà della centrale. L'anno scorso fra i due governi era stato
firmato un accordo che però il Parlamento di Lubiana non ha ancora
ratificato. Alcuni vorrebbero apportarvi delle modifiche, ma il ministro
Kopac sostiene che queste sarebbero possibili anche dopo la ratifica. Di
opinione diametralmente opposta è invece Lojze Ude, docente di diritto
internazionale alla facoltà di giurisprudenza di Lubiana, secondo il quale
l'accordo sarebbe immodificabile.
«Non si mistifichi più la storia»
la federazione degli esuli traccia un bilancio positivo del giorno della
memoria
«Per la prima volta il Governo italiano ha chiesto scusa per il lungo
silenzio»
Guido Brazzoduro*
56 anni dopo quel 10 febbraio 1947, data del Trattato di Pace di Parigi, ii
Governo italiano ringrazia gli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati per l'alto
valore della loro testimonianza di italianità e chiede scusa per il mezzo
secolo di silenzio sulla loro storia del confine orientale, considerata
scomoda. A constatarlo è l'Esecutivo della Federazione, riunitosi a Roma il
giorno dopo la Giornata celebrativa della Memoria, voluta per la prima volta
dalla Federazione per ricordare e far conoscere alla nazione «una vicenda
dimenticata per troppo tempo e rimasta nelle pieghe della nostra storia»,
come ha affermato il Presidente della Camera Pierferdinando Casini.
È stata espressa soddisfazione ed anche apprezzamento per le presenze
politiche ed istituzionali che hanno dato particolare rilievo alle
iniziative programmate.
Il 10 febbraio in mattinata a Roma, il Vicepresidente della Camera Publio
Fiori ed il Ministro degli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia, davanti
all'Altare della Patria, hanno promesso che di questi temi si continuerà a
parlare, per restituire dignità alla storia di un popolo sparso in Italia e
nel Mondo.
Hanno segnato una svolta di questa giornata sia l'intervento del Presidente
Pierferdinando Casini in apertura di seduta della Camera, quanto il discorso
del Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini al Quartiere Giuliano
Dalmata di Roma.
Alla Camera, all'intervento del Presidente Casini ha fatto seguito quello
del Ministro Tremaglia. Applausi sono stati rivolti alla delegazione degli
esuli presenti in aula.
Le parole dell'on. Fini - pronunciate nella piazza principale del Quartiere
Giuliano Dalmata di Roma - hanno avuto un significato storico, quando ha
chiesto perdono agli esuli «per tutto ciò che è accaduto e per tutto ciò che
colpevolmente i libri di Storia non hanno raccontato né insegnato». Ha
citato le parole di Giani Stuparich sullo stretto legame tra l'amore della
libertà e l'amor di Patria. Ha ribadito inoltre la necessità dì restare
vicini agli italiani della minoranza d'oltre confine e di varare progetti
comuni in Parlamento anche con l'adesione dell'opposizione, rappresentata in
occasione della cerimonia romana dal senatore Willer Bordon e dall'on.
Marcella Lucidi, per una legge che riconosca il 10 febbraio Giornata della
Memoria dell'Esodo. Un discorso, quello di Fini, nel quale non sono stati
dimenticati quelli che non ci sono più e sono morti senza che qualcuno
ricordasse il loro sacrificio.
Tra gli ospiti anche il Ministro delle Comunicazioni Gasparri, che in merito
ai beni abbandonati ha affermato che il Governo attende un segnale chiaro
dai due Paesi, Croazia e Slovenia, che vogliono entrare in Europa, nonché il
sottosegretario agli Esteri Roberto Antonione.
Sentita la patecipazione a Roma dei rappresentanti del Friuli Venezia
Giulia: Regione, Provincia e Comune di Trieste, ai massimi livelli, con una
folta delegazione delle nostre Associazioni triestine, città che si
riconferma capitale dell'esodo. All'invito della Federazione ha aderito
anche il Presidente dell'Unione Italiana Maurizio Tremul, che afferma di
voler operare per una memoria finalmente condivisa. Importante e sentito
l'indirizzo rivolto ai presenti dal vescovo di Trieste Monsignor Eugenio
Ravignani e le riflessioni di Sua eccellenza Stephen Fumio Hamao -
Presidente del Consiglio Pontificio per la Pastorale dei Rifugiati e dei
Migranti - durante la celebrazione della Santa messa.
Numerosi i messaggi di solidarietà pervenuti da parte di esponenti politici
sia di maggioranza che dell'opposizione. Si ricordano gli indirizzi del
Presidente del Senato, on. Marcello Pera, dei Ministri Antonio Martino e
Carlo Giovanardi, degli onorevoli Luciano Violante (presidente dei Deputati
Ds), Piero Fassino (Ds) e Sandro Bondi (Fl), nonché della Federazione Ds di
Trieste.
Il convegno, aperto in serata dall'on. Lucio Toth, Presidente deII'Anvgd, è
stato affidato alle relazioni degli studiosi prof. Giuseppe De Vergottini e
prof. Giuseppe Parlato, dalle quali è emersa l'importanza fondamentale di
una storia finalmente riconosciuta quale patrimonio comune.
A tale proposito bisognerà produrre iniziative che coinvolgano tutti i mezzi
di comunicazione, tenendo conto della verità dei fatti, affinché non portino
più alla mistificazione della nostra storia.
*Presidente
della Federazione
delle associazioni
degli esuli
istriani fiumani e dalmati
La Provincia appoggia la proposta presentata da An
Come annunciato, il gruppo parlamentare di Alleanza nazionale ha presentato
mercoledì scorso alla Camera dei Deputati una proposta di legge per fare del
10 febbraio il "Giorno nazionale della memoria e della Testimonianza".
Si
prevede l'organizzazione di cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni
di narrazione degli eventi e di riflessione (in modo particolare nelle
scuole di ogni ordine e grado), per conservare la memoria della millenaria
storia romana, veneta e italiana dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, ma
anche dello sterminio di molti suoi abitanti da parte titina, e dell'Esodo.
Alla presentazione hanno partecipato fra gli altri il primo firmatario on.
Roberto Menia, il presidente del gruppo Ignazio La Russa e il presidente
della Provincia di Trieste Fabio Scoccimarro.
«Oltre a esprimere - ha affermato il presidente Scoccimarro - il mio
apprezzamento per il contenuto della proposta, mi auguro che questa trovi
nei due rami del Parlamento un'ampia adesione da parte delle forze politiche
di tutti gli schieramenti, per riconoscere su scala nazionale il significato
di quell'Esodo, che fu un grande plebiscito di italianità e libertà».
«Se (come è senz'altro prevedibile) - ha concluso Scoccimarro - la proposta
verrà convertita rapidamente in legge, si andranno a completare e a
valorizzare ulteriormente anche le iniziative già intraprese dalla Provincia
di Trieste, ovvero la creazione della commissione di esperti di diritto
internazionale che ha svolto un pregevole lavoro sui beni degli esuli, il
concorso di idee per un memoriale alla Foiba di Basovizza, e la proposta
(che avanzerò ai Comuni del Friuli Venezia Giulia nel prossimo mese di
aprile, quando assumerò la presidenza di turno dell'Unione delle Province
regionali) di intitolare vie e piazze all'Esodo e ai Martiri delle Foibe».
Delegazione dell'Alida ricevuta dall'assessore al bilancio del Veneto
I rappresentanti dell'Associazione Libera Italiani dell'Adriatico
-"Alida"
si sono recati a Venezia per presentare alla Regione Veneto i programmi
culturali per la tutela dell'etnia italiana in Istria e Croazia. A
riceverli, nei giorni scorsi, è stata l'assessore alle politiche di bilancio
Maria Luisa Coppola nella stupenda sede di Palazzo Balbi sul Canal Grande.
La neo costituita associazione culturale per statuto si adopera per
promuovere la lingua e la cultura italiana nell'attuale sistema etnico
politico dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Durante il caloroso incontro con l'assessore, il responsabile dei rapporti
esterni dell'Alida, prof. Tullio Persi (vice sindaco del Comune di Pola), ha
reso noto che nelle prossime settimane a Pola si svolgerà il primo congresso
dell'associazione, onde poter approvare una serie di programmi culturali ed
imprenditoriali per la tutela della cultura italiana in Croazia.
Per dare una maggiore ufficialità all'Alida, l'assessore Coppola ha
organizzato un incontro con la Direzione regionale Relazioni internazionali
del Veneto, al fine di concordare un programma per l'applicazione della
legge regionale n° 15 del 1994 ("Legge Beggiato"), per gli interventi
di
recupero e valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta
nell'Adriatico orientale. La delegazione, oltre al prof. Persi, era formata
dai presidenti delle Comunità degli Italiani di Abbazia, Pietro Nutrizio, di
Pinguente, Alen Jermanis, di Draga di Moschiena, Teobaldo G. Rossi, e da
Mario Micheli, socio della Ci di Fiume.
Anche Dipiazza alla messa per gli infoibati
Il sindaco Dipiazza è stato presente alla chiesa di Notre Dame de Sion alla
messa in ricordo degli esuli giuliano-dalmati e delle vittime delle foibe.
Prima dell'inizio della celebrazione liturgica, il sindaco ha deposto una
corona d'alloro presso il busto di mons. Santin, antistante l'ingresso della
chiesa. Alla cerimonia è intervenuto il Gonfalone del Comune di Trieste.
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13 February 2003
Tito perseguitò la Chiesa
molti sacerdoti in istria furono uccisi, aggrediti o comunque vessati
La politica anti-cristiana andò di pari passo con la pulizia etnica degli
italiani
Don Ettore Malnati*
Il voler far conoscere il dramma dell'esodo, che si è consumato nella terra
giuliano-dalmata dopo il Trattato di Pace di Parigi, è un dovere morale, dal
quale non ci si può esimere senza gravi responsabilità.
Trecentocinquantamila lasciarono le cittadine istriane e dalmate, non certo
per una libera scelta, ma costretti dalla capillare vessazione operata
dall'Ozna e dallo spettro delle foibe.
Si trattò di un'operazione subdola, che aveva come obiettivo un'annessione
sicura dell'Istria già ceduta e del territorio della Zona B, che da
amministrazione jugoslava sarebbe divenuto poi territorio della Repubblica
di Tito con il Trattato di Osimo.
È difficile dimenticare i tanti campi-profughi che Trieste ospitò sino agli
anni Sessanta, dove le persone vivevano in situazioni di precarietà in tutti
i sensi.
Diverse città in Italia ospitarono i profughi istriani e non sempre questi
trovarono benevola accoglienza. Anche Trieste stessa, già in difficoltà per
i posti di lavoro dei suoi cittadini, non sempre seppe accogliere
generosamente la loro presenza.
La laboriosità di questa Gente e anche le agevolazioni a loro giustamente
offerte fece sì che negli anni Settanta a Trieste si chiuse l'esperienza dei
campi profughi e si popolarono delle zone della città, come Borgo S. Sergio,
Borgo S. Nazario, Chiarbola etc., con insediamenti di famiglie istriane.
Molti, portando nell'animo i segni dell'angoscia del regime di terrore
instaurato dal titoismo, causa dell'esodo forzato per chi non accettava quel
regime o rappresentava un grave impedimento per esso, come l'essere di etnia
autoctona italiana o l'essere attaccato alle proprie convinzioni religiose
in modo evidente, vollero non solo lasciare Trieste, ma addirittura si
spinsero oltre oceano per ricominciare una vita negli Stati Uniti, nel
Canada o nella lontana Australia.
È giusto che le nuove generazioni, anche della nostra città, abbiano a
conoscere, oltre i luoghi comuni che sono sempre superficiali, la tragedia
di chi, senza alcuna volontà, ha dovuto abbandonare tutto, comprese le
proprie radici, scappando più volte, complice il buio della notte o altri
sotterfugi, per avere almeno salva la vita.
Ricordo i molti campi-profughi di Trieste (Padriciano, S. Sabba, S.
Giovanni, Campo Marzio, le Noghere, etc.) dove la gente portava sul volto
una profonda tristezza, ma nello stesso tempo voleva ricominciare a vivere.
È difficile descrivere la vita di un campo-profughi senza provare una
profonda e amara tristezza.
I discorsi ritornavano sempre al rammentare le Case lontane, le persone che
nottetempo erano state prelevate dall'Ozna e non avevano fatto più ritorno,
il regime poliziesco che aveva fatto dell'Istria e dei suoi villaggi una
regione del sospetto dove il vicino, l'amico, il parente potevano diventare
la "longa manus" dell'oppressore.
Gli occhi degli anziani erano velati dalle lacrime al pensiero di non potere
neppure recarsi a deporre un fiore sulla tomba dei familiari rimasti nei
piccoli e ordinati cimiteri dei villaggi.
La Chiesa di Trieste, e in modo particolare l'opera generosa
dell'Arcivescovo Santin, non abbandonò la sua gente. In ogni campo fu
organizzata l'assistenza religiosa e tutti i sacerdoti condivisero la sorte
delle stesse loro popolazioni. Spesso andiamo lontano a cercare le
testimonianze coraggiose dei martiri dei vari totalitarismi. Molti nostri
sacerdoti vissero la pesante oppressione del regime titoista, che praticò
un'aperta persecuzione religiosa, oltre a quella etnica.
Vogliamo ricordare il caso di don Francesco Bonifacio, che subì il martirio
per il suo zelo pastorale nella zona del buiese, le aggressioni del vescovo
Santin a Capodistria, di mons. Ukmar, il martirio di don Bulesich e le
continue vessazioni inflitte ai parroci delle cittadine e dei piccoli
villaggi, tanto da creare l'impossibilità dell'esercizio del loro ministero.
L'invasione titoista dell'Istria fu vera tragedia, la politica di epurazione
nei confronti particolarmente dell'etnia autoctona italiana fu vera pulizia
etnica, che ha inflitto non solo lutti e dolore, ma profonda ingiustizia nei
confronti dei diritti fondamentali della persona umana.
Ricordare è dovere nei confronti di chi ha subito questa ingiustizia e per
chi ha perso la vita in nome di un egemonismo ideologico che, a mio avviso,
talvolta si è servito anche della stessa ideologia marxista per imporre un
nazionalismo espansionista, principale responsabile della tragedia delle
foibe e del dramma dell'esodo.
È necessario che chi ora vive in queste terre trovi certamente l'opportunità
di costruire un nuovo corso della storia, fondato certamente su una mutua
conoscenza e una reciproca fiducia.
Per ottenere ciò è doveroso però con onestà riconoscere quello che qui, in
queste terre nostre, si è consumato.
Le profonde radici cristiane della nostra gente, che spingono a dare qualità
alla memoria, ci inducono a ricercare la verità, a chiedere pietà per le
vittime e a edificare nella giustizia una convivenza di pace.
Ciò sarà possibile se con equità e con umiltà ciascuno riconosce gli errori
della propria parte e sa accettare le sofferenze e la tragedia che l'altro
ha dovuto subire;
Chi è demandato ad occuparsi della "cosa pubblica" in queste terre,
deve
profondamente muoversi con quella sapiente attenzione che richiede spesso un
passo indietro, piuttosto che un antitetico o rivendicazionista piccolo
soffio in avanti.
Equilibrio e moderazione non spengono e non offuscano la verità, ma la
mantengono viva; arroganza e ostentazione sono la tomba di una convivenza
composita e preziosa, come è quella di Trieste, in cui noi siamo.
*Teologo e irenologo
«I debiti di guerra furono pagati perlopiù con i beni degli esuli»
Spett. redazione,
nel recente servizio di "Terra" su Canale 5, padre Flaminio Rocchi ha
reso
noti i numeri che quantificavano i danni di guerra che l'Italia doveva
corrispondere alla Jugoslavia. L'ammontare complessivo era di 120 milioni di
dollari. Veniva inoltre quantificato in 72 milioni di dollari l'ammontare
dei beni immobili di proprietà dei cittadini della Venezia Giulia compresi
nei territori da cedere ai vincitori.
Come è noto, il Governo italiano di allora ebbe la "brillante" idea
di
utilizzare questi beni, detraendone il valore dai 120 milioni di dollari che
l'Italia doveva alla Jugoslavia secondo le clausole del Trattato di Pace.
Iniziativa indegna e deprecabile.
I giuliano-dalmati hanno pagato per tutti.
Volevo sapere se tra i beni depredati ai profughi giuliani e dalmati (ripeto
con la complicità dei governanti italiani) sono comprese anche le tombe dei
cimiteri. È probabile che sia così, perché attualmente i proprietari delle
tombe di famiglia sono costretti a pagare un canone mensile di affitto alle
autorità slovene e croate, pena la demolizione. È ovvio che su questi beni
immobili nessuno ha mai chiesto alcun indennizzo (come invece è in parte
avvenuto per case e terreni), visto che oltre all'area di sepoltura si
sarebbe dovuto rinunciare anche ai propri morti.
Nel sottopassaggio della stazione ferroviaria di Trieste il Comune aveva
provveduto da qualche tempo a ripulire le pareti da una marea di scritte più
o meno oscene. Queste sono recentissime, apparse qualche giorno prima del 10
febbraio 2003, Giornata della Memoria. Nessuno ha ancora provveduto a
cancellarle. Poco da commentare.
Riconciliazione?
Oppure, come dice Versace, la madre degli imbecilli è sempre incinta?
Grazie per l'attenzione.
Piero Valente
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12 February 2003
Foibe, oltraggio alla memoria
sui muri del sottopassaggio della stazione appaiono gravissime offese
Scoccimarro chiederà a tutti i Comuni del Fvg di intitolare vie all'Esodo e
alle vittime di Tito
La Giornata della Memoria non è stata ben digerita da tutti, almeno a
Trieste. Ignoti estremisti di sinistra hanno infatti tracciato fra lunedì e
ieri con la vernice rossa nel sottopassaggio della stazione due scritte
inneggianti alle foibe e ai gulag, affiancate dalla falce e martello e dalla
stella rossa.
La prima («Ai martiri delle foibe ci piscio sopra») è particolarmente
offensiva e sprezzante nei confronti delle vittime e denota un'assoluta
carenza di pietà e di comprensione umana. La seconda, senza troppa fantasia,
si limita a dire «Viva le foibe e i gulag». Una terza scritta, tracciata con
la vernice nera, inneggia invece all'Intifada palestinese.
Quasi per contrappunto, il presidente della Provincia Fabio Scoccimarro ha
annunciato che in aprile, quando assumerà la presidenza di turno dell'Unione
delle Province del Friuli-Venezia Giulia, chiederà ufficialmente a tutti i
Comuni della regione di intitolare delle vie all'Esodo e ai Martiri delle
Foibe, nonché di cancellare dalla loro toponomastica, se esiste, il nome del
«dittatore» Tito.
Scoccimarro ha in tal modo raccolto immediatamente la proposta avanzata
dalla consigliera regionale lombarda di An Silvia Ferretto Clementi, ovvero
di sostituire al più presto nella toponomastica italiana il nome del
maresciallo Tito con i Martiri delle Foibe.
«In Italia - spiega la Ferretto - sono ancora vergognosamente presenti vie
dedicate al dittatore comunista Maresciallo Tito, lo stesso che si è reso
responsabile del tremendo dramma delle foibe e dell'esodo forzato di 350.000
istriani, fiumani e dalmati. Nell'anniversario della firma del trattato di
pace, con cui nel 1947 le province di Pola, Fiume e Zara, nonché parte delle
province di Gorizia e Trieste passarono alla Jugoslavia, è necessario
ricordare il dramma di un popolo sottoposto ad inaudite crudeltà da parte
dei partigiani di Tito».
«La proposta di istituire un altro Giorno della Memoria per il dramma dei
profughi giuliano-dalmati - ha concluso la Ferretto - non ha in alcun modo
l'intenzione di contrapporsi al 27 gennaio. Si tratta di due drammi della
storia che devono essere rispettati, affinché servano alle future
generazioni. Ricordare gli italiani infoibati dai comunisti di Tito e far
sapere alle giovani generazioni quali e quanti massacri sono stati compiuti
all'ombra della falce e martello non giustifica né potrà mai giustificare il
giudizio di condanna morale politico e storico delle persecuzioni razziali o
gli orrori dell'olocausto».
Dal canto suo, Scoccimarro ha inoltre ribadito che la Provincia lancerà
prossimamente un concorso di idee per realizzare un memoriale presso la
Foiba di Basovizza «sul modello di quelli che altri Paesi hanno dedicato ai
loro martiri».
Auto croata con armi da guerra fermata dai Carabinieri a Basovizza
Traffico internazionale di armi. Con questa accusa i Carabinieri di Trieste
hanno arrestato un uomo e tre donne bloccati al valico internazionale di
Basovizza su un'auto nella quale erano state nascoste, in un doppiofondo del
vano motore, due mitragliette Skorpion di fabbricazione cecoslovacca, munite
di silenziatore e due pistole tipo "Crvena zastava" calibro 7,65
entrambe
con caricatore e silenziatore. Le armi, tutte in perfetto stato di
efficienza, sono state inviate al Ris Carabinieri di Parma, per gli esmai
balistici. Da quanto si è appreso, nel corso di una conferenza stampa,
l'auto sulla quale i quattro viaggiavano ed avevano nascosto le armi, una
Ford con targa croata, era sotto osservazione da tempo, effetto di una
segnalazione giunta dai servizi di sicurezza italiani. Il blitz dei
Carabinieri è scattato sabato scorso al valico italo-sloveno dove l'auto è
stata fermata e sono saltate fuori mitragliette e pistole che, prelevate in
Bosnia, pare fossero dirette a Milano.
Per l'uomo e le tre donne croate che erano sulla vettura - Milorad Granulic
di 43 anni, jugoslavo residente ad Enna e Sanja Tominac di 26 anni, Slavica
Bozic di 33 e Katica Vrban di 46 anni - sono scattate le manette ed ora si
trovano nelle carceri del capoluogo giuliano. Per il sostituto procuratore
Pietro Montrone, che ha coordinato le varie fasi dell'intervento, l'indagine
è tutt'altro che conclusa.
Gli interrogativi riguardano in particolare chi ha spedito le armi e a chi
erano destinate. Con molta probabilità dovevano comunque finire nelle mani
della criminalità organizzata per equipaggiare un commando terroristico. Un
attentato messo a segno con quel tipo di armi silenziate di fabbricazione
cecoslovacca ricorda la barbara esecuzione di Aldo Moro da parte delle
Brigate Rosse.
Quelle strane amnesie
gli esponenti ulivisti non dicono che a provocare esodo e foibe furono i
titini
Sia Violante sia Bordon sembrano dimenticare le responsabilità comuniste
Paolo Radivo
Nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto essere una Giornata
"bipartisan", ovvero priva di faziosità politica e non monopolizzata
da una
parte sola. In realtà però lo è stata solo in parte, e non certo per cattiva
volontà della Federazione delle associazioni degli esuli o del
centro-destra.
Sì: sul palco a Roma c'era una sparuta rappresentanza dell'Ulivo composta
dal capogruppo della Margherita al Senato Willer Bordon (forse perché
muggesano?) e dal consigliere della Lista Illy presso la Provincia di
Trieste Alberto Russignan (forse perché esule da Isola?), ma non si sono
visti neanche con il connacchiale rappresentanti nazionali dei Ds, dei
Verdi, dello Sdi, dei Comunisti Italiani, dell'Udeur, né tanto meno di
Rifondazione Comunista (non sia mai!).
Dunque la rappresentanza ha finito comunque per essere sbilanciata da una
parte. Ma non è tutto.
Va indubbiamente dato atto al vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini,
al ministro per gli italiani nel mondo Mirko Tremaglia, e anche ai ministri
per le telecomunicazioni Maurizio Gasparri e a quello ai rapporti con il
Parlamento Giovanardi (questi ultimi non presenti materialmente alle
cerimonie, ma partecipi attraverso dei messaggi) di aver rivolto parole
rispettose nei confronti di chi la tragedia dell'Esodo e delle Foibe l'ha
vissuta in prima persona e severe nei confronti di chi l'ha provocata.
«Il Governo italiano - ha detto Fini durante il suo intervento nel quartiere
giuliano-dalmata - vi chiede ufficialmente scusa per tutto ciò che è
accaduto e per tutto ciò che colpevolmente i libri di scuola non hanno
raccontato».
Il vicepresidente del Consiglio ha assicurato che il Governo sosterrà
l'istituzione di una Giornata nazionale della Memoria dell'Esodo e delle
Foibe. La proposta è stata formalmente presentata ieri alla Camera dal
gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale, primo firmatario l'onorevole
Menia, dopo aver ottenuto lunedì il sostegno ufficiale anche dei ministri
Tremaglia e Gasparri.
«Il ricordo e il dolore - ha detto Fini - non vanno gettati nell'oblio. Vi
chiediamo scusa per l'insensibilità che per tanto tempo ha caratterizzato la
vostra tragedia. Ma il tempo è galantuomo. Le ferite vengono lentamente
rimarginate, ma il ricordo dei tanti, dei troppi che hanno subito l'esodo e
dei tanti, dei troppi che hanno chiuso gli occhi con il nome della patria
nel cuore deve rimanere indelebile». «Solo nel valore di quei ricordi - ha
continuato Fini - si può costruire un futuro per i nostri figli e per i
nostri nipoti guardando all'Europa e alla sua identità. Perché questo accada
dovremo continuare ad essere figli della terra in cui siamo nati».
Il ministro Tremaglia ha ancora più esplicitamente parlato di «atto di
doveroso omaggio e di profonda devozione verso tutti i caduti e tutti gli
esuli che, per la vendetta comunista delle bande di Tito, hanno pagato la
loro unica colpa: essere italiani». «Basta con i silenzi, basta con gli
ostracismi», ha detto il ministro. «Noi - ha continuato - abbiamo una grande
responsabilità: tenere viva la memoria, a cominciare dalla memoria degli
orrore delle foibe, mai ufficialmente riconosciuti. Nessuno può dimenticare
il dramma vissuto dai nostri connazionali costretti ad abbandonare l'Istria
e la Dalmazia. Il tempo non cancellerà mai la ferita inferta all'Italia
intera da quell'esodo forzato». Per questo Tremaglia ha annunciato che il
suo Ministero promuoverà un convegno mondiale che riunisca gli esuli. «Sarà
- ha detto - un'occasione per ricordare e per discutere dei problemi ancora
aperti».
Ma Tremaglia è andato oltre, parlando anche della restituzione dei beni
"rapinati". «Noi ci battiamo e ci batteremo - ha garantito il
ministro -
perché gli esuli possano tornare e riavere le loro case: i loro diritti
devono essere riconosciuti».
Da sottolineare anche il commento del deputato di An Enzo Fragalà a sostegno
della proposta di fare del 10 febbraio una Giornata della Memoria per
ricordare «il massacro delle foibe e l'esodo di 350.000 italiani» dalle
terre passate sotto la Jugoslavia nel dopoguerra. «Basta - ha detto Fragalà
- con la memoria a senso unico: il silenzio sulla tragedia delle foibe è una
delle pagine più nere della nostra storiografia, colpevole di una
sistematica rimozione dei morti scomodi, gettati senza troppi indugi nella
fossa comune del silenzio. Un silenzio vergognoso, più assordante delle urla
dei nostri connazionali massacrati in Friuli, ma che oggi finalmente, grazie
alla maturità e alla rinnovata coscienza civile delle istituzioni, avrà fine
una volta per tutte, per restituire ai nostri martiri il meritato posto
nella storia del nostro Paese».
Degno di nota anche l'intervento del presidente della Provincia di Trieste
Fabio Scoccimarro (pure lui di An e sempre molto sensibile a queste
tematiche), il quale ha sottolineato come Roma e Trieste abbiano trasmesso
in quella solenne occasione di lunedì «il positivo esempio di due capitali,
della Repubblica Italiana e dell'Esodo, che hanno liberamente e
generosamente ritenuto d'associare al loro destino decine di migliaia di
connazionali dell'Adriatico orientale».
Anche il capogruppo della Margherita al Senato Willer Bordon e il capogruppo
dei Ds alla Camera Luciano Violante hanno sottolineato l'importanza di
ricordare quanto è capitato agli istriani, ai fiumani e ai dalmati, ma si
sono ben guardati dall'individuare nei comunisti titini gli autori dei
massacri e degli abusi che determinarono l'esodo di oltre 300mila italiani.
Per entrambi gli esponenti ulivisti quei crimini sembrano non avere
responsabili, e tutto viene visto solo come conseguenza del fascismo e della
seconda guerra mondiale. È apprezzabile infatti dire, come ha fatto Violante
nel messaggio inviato alla Federazione degli Esuli, che la Giornata della
Memoria dell'Esodo «deve essere di tutta l'Italia, perché tutta l'Italia ha
un debito ancora insoluto nei confronti di quegli italiani». «Una memoria -
ha continuato Violante - da trasmettere alle giovani generazioni senza le
reticenze del passato, per capire quello che accadde, per evitare che quella
tragedia si ripeta, per impedire ancora una volta che il razzismo, l'odio
politico, la persecuzione, il totalitarismo, la guerra minaccino le
popolazioni di qualsiasi parte del mondo». Ciò è apprezzabile, ma non basta.
È giusto affermare che «questa è la terra che ha pagato di più in vite umane
e violenze durante e dopo la lotta di liberazione», ma è troppo comodo
sostenere che «le tragiche conseguenze della insensata politica del
fascismo, del conflitto e della sconfitta nella seconda guerra mondiale
vennero pagate soprattutto qui a Trieste». Sono dunque queste le uniche
cause dei crimini programmati ed eseguiti dai titoisti? Fu forse Mussolini a
buttare gli italiani nelle foibe, a fucilarli nelle cave di bauxite o a
deportarli nei campi di concentramento jugoslavi? Il fascismo e la guerra
d'aggressione al Regno di Jugoslavia hanno avuto sicuramente un ruolo in
questa vicenda, ma non bastano certo a spiegare il perché dei massacri e
delle sistematiche prevaricazioni compiute ai danni non solo degli italiani,
ma anche degli altri popoli "non graditi" nella nuova Jugoslavia
"popolare",
e degli oppositori politici reali o presunti. No, gli a