Italian National Revisionism

Trieste Oggi 2003

January

From a small local Trieste newspaper, Trieste Oggi, published Tuesday to Saturday, we can glean something about Venice Giulia, Istria, Fiume and Dalmatia: 

 

 

 

Friday 31 January 2003

A dirigere la Risiera fu uno sloveno: l'ufficiale delle Ss Odilo Globocnik

(p.r.) La traduzione in sloveno del discorso del sindaco in occasione della
Giornata della Memoria intendeva rendere omaggio alle vittime slovene della
Risiera. In realtà però si dimentica che a dirigere quel campo fu uno
sloveno nato a Trieste: l'alto ufficiale delle Ss Odilo Lotario Globocnik.
Inoltre a organizzare i trasferimenti nei campi di concentramento nazisti fu
un altro sloveno, Raimund Piscanc, che per questo nel 1946 venne condannato
a 20 anni di carcere dalla Corte d'Assise Straordinaria di Trieste.
Quando il 1° maggio 1945 i titini occuparono la città, utilizzarono allo
stesso modo dei nazisti quanto rimaneva della ex fabbrica per la pilatura
del riso: infatti vi rinchiusero centinaia di italiani, che poi furono
inviati nei campi di concentramento jugoslavi (dai quali ben pochi fecero
ritorno) oppure direttamente gettati nelle foibe.
Dal 1947 agli anni '50 la ex "Risiera di San Sabba" venne invece utilizzata
quale campo profughi per gli istriani e fiumani che avevano dovuto lasciare
la loro terra a causa delle prevaricazioni titine.
Quanto poi al numero delle vittime, nel corso degli anni si sono davvero
dati i numeri: nel 1945 si era parlato di «centinaia», nel 1955 di «oltre
2.000», nel 1957 di «circa 2.000», nel 1961 di «almeno 2.000», nel 1968 di
«circa 3.000», poi di «4-5.000», e infine a partire dal 1988 di «5.000».
A ricordare tutti questi importanti elementi è stato in una lunga lettera
indirizzata al sindaco lo studioso triestino Giorgio Rustia, il quale
sottolinea come gli italiani, civili e militari, non ebbero alcuna
responsabilità diretta nella gestione della "Risiera", dal momento che tutto
era in mano a nazisti di origine tedesca e slava.


«Il console sloveno se ne vada». La Lega Nazionale denuncia le
intromiussioni di Jadranka Sturm Kocjan. Il suo ruolo diplomatico le
impedisce di metter becco nelle vicende italiane»

Paolo Radivo

La Lega Nazionale è contraria all'introduzione del bilinguismo a Trieste in
qualsiasi forma, sia pure surrettizia. Il riferimento è alla traduzione in
sloveno del discorso tenuto dal sindaco alla Risiera. Il presidente Paolo
Sardos Albertini Sardos ha affermato ieri in una conferenza stampa di
credere nella buona fede di Roberto Dipiazza, ma la sua iniziativa non
sarebbe servita a creare quella concordia e unità che si prefiggeva.
Inoltre, mettendo in rilievo la questione slovena, si sarebbe indirettamente
offesa la comunità ebraica, alla quale le celebrazioni erano principalmente
dedicate. È vero che la legge che nel 2000 ha istituito la Giornata della
Memoria parla sia delle vittime della persecuzione anti-ebraica, sia dei
deportati italiani nei campi nazisti, ma secondo Sardos si tratta di una
legge sbagliata, perché annacquerebbe l'unicità della Shoà. «E comunque - ha
continuato Sardos - alla Risiera morirono anche croati e ucraini: dunque
perché non si sarebbe dovuto tradurre il discorso anche nella loro lingua?».
«Il bilinguismo - ha affermato il presidente del sodalizio - è inutile,
perché a Trieste, città italiana con molte minoranze, nessuno sloveno ha in
realtà bisogno della traduzione, gravemente onoroso perché farebbe spendere
soldi alla collettività, e dannoso perché (come si è visto) alimenta
polemiche».
Sardos ha inoltre criticato duramente quanti «con vergognoso cinismo puntano
ad alimentare tali polemiche al solo scopo di recuperare il controllo della
minoranza slovena allo sbando, cercando di far passare una falsa immagine di
Trieste città italo-slovena. «A questi signori - ha continuato Sardos -
vanno poi aggiunti quei partiti che, con pari cinismo, si illudono di poter
cavalcare qualsivoglia tipo di polemica, quale facile surrogato di una vera
proposta politica».
Sardos ha poi ricordato come anche in quest'ultima occasione non siano
mancati gli interventi «queruli e petulanti» del console generale sloveno a
Trieste Jadranka Sturm Kocjan. «Questa signora - ha detto Sardos - dovrebbe
ricordare che il suo ruolo diplomatico le impedisce tassativamente di metter
becco in vicende interne allo Stato che la ospita. E le autorità italiane
dovrebbero comunque indurla a rispettare il ruolo che le compete». «Se
invece - ha concluso il presidente della Lega Nazionale - non è capace di
frenare le proprie esternazioni, se ne torni pure a Lubiana».
Alla conferenza stampa ha preso parte in qualità di membro della Lega
Nazionale anche il generale Basile, il quale è stato presente alla cerimonia
di lunedì per onorare «le vittime delle ideologie folli», come peraltro ha
sempre onorato quelle delle foibe. Secondo Basile tuttavia la Risiera non
può essere monopolio di ebrei e sloveni, in quanto vi morirono anche
italiani di religione cattolica come il tenente dell'esercito del Sud
Berghinz, poi decorato con medaglia d'oro al valor militare. Inoltre il
generale ha puntualizzato che con la Risiera i fascisti non c'entrarono
nulla. Pertanto parlare di «vittime del nazifascismo» sarebbe sbagliato e
fuorviante.



I pirati del Terzo Millennio sono tornati all'azione. Il mitragliamento del
peschereccio ha numerosi precedenti anche mortali

Liliana Toriser

Ancora ai tempi di Alcide De Gasperi si parlava di pace. E precisamente di
una "pace dei pesci" da stipulare con l'allora Repubblica popolare
federativa jugoslava. Ma quelli che reggevano tale Repubblica, Jozip Broz
Tito in testa, erano talmente convinti di essersi "ripresi" il Mare
Adriatico, già Golfo di Venezia, già Mare Superum dei Romani, che diedero un
calcio da pirata alla storia e considerarono un onore ripristinare nelle
nostre acque la nobile attività della guerra di corsa, che la civiltà
europea ancor oggi pretende di contrastare.
Mi sembra impossibile di dover trattare, a una certa distanza d'anni, un
simile argomento che credevo definitivamente chiuso. Almeno dopo
l'assassinio del pescatore gradese Bruno Zerbin, di soli 24 anni.
Solo che pochi ricordano (o non vogliono ricordare) che prima di Bruno
Zerbin, nel 1963, i "mitraglieri" titini ammazzarono il pescatore anconitano
Giuseppe Recchi, fatto che destò più scalpore, più indignazione ed
attenzione che quelli recenti. Forse perché erano ancora vivi i più anziani
fra quelli che il titoismo l'avevano provato sulla propria pelle e lo
testimoniavano in libri che oggi anche da parte di gente onesta si
vorrebbero occultare, dimenticare, presentare in luce diversa che in quegli
anni non si facesse.
Giuseppe Recchi era un uomo di media età, anche lui capobarca di un
peschereccio, questa volta di Ancona. Anche allora i titini accamparono la
scusa che aveva sconfinato nelle acque territoriali jugoslave, e questo
bastò per giustificare il fatto di doverlo uccidere. Il Governo italiano non
ebbe il coraggio se non dell'apparenza: il pescatore ucciso fu scortato ad
Ancona con i dovuti onori, e fu solennemente accolto in porto come una
vittima del terrorismo. Ma, una volta finite le cerimonie, silenzio.
C'è chi protrae la memoria di anno in anno, e c'è chi preferisce l'oblio.
C'è chi considera terrorismo quello commesso contro altri popoli e sorvola
su quello esercitato contro il proprio. Questo non è desiderio di pace: è
disfattismo, è servilismo. Ma è possibile che non si capisca che comportarsi
da corsari sia assai peggio oggi che due o mille anni fa? Che lo si faccia
in Europa?
Cambia soltanto il tipo d'imbarcazione, cambiano le armi, i sistemi di
avvistamento. Non conta che uno gridi «Nave a babordo!» o che invece usi
sistemi informatizzati. La volontà di sopraffazione è la stessa.
Al tempo di Tito, quanti nostri pescatori, di vari compartimenti marittimi,
non finirono nei porti istriani e dalmati, dove furono pesantemente multati
se non incarcerati, mentre veniva confiscato loro tutto il pescato? E i
nostri governi deploravano, aprivano inchieste, e poi... zitti. Vincevano i
pirati, a differenza di quanto accadeva nell'antichità o nel Medioevo.
Eppure la storia insegna quanto sleali fossero stati gli antichi popoli
slavi. Fra questi gli Uscocchi, succeduti ai Narentani vinti nel 1000 dal
doge veneziano Pietro Orseolo. Costoro (il cui appellativo significa
fuggiaschi) scapparono appunto a causa dell'invasione dei turchi nei secoli
in cui in Italia correvano i tempi dell'Umanesimo e del Rinascimento. Ma
l'Impero d'Austria se li accattivò perché nemico dei veneziani, ed essi, pur
di essere protetti e pagati, non combatterono soltanto i turchi, ma anche i
veneziani per conto dell'Austria, nonostante si fossero rifugiati in
Adriatico. Con la barbarie di sempre attaccarono la roccaforte veneziana di
Fianona d'Istria e ne uccisero in modo orrendo il capitano, scorticandolo
vivo. Venezia però non si accontentò di venire a colloquio con loro, ma in
successive azioni belliche li sconfisse definitivamente nel secolo
diciassettesimo.
Ma torniamo ai tempi nostri. I poliziotti croati spararono al peschereccio
"Eclisse" di Marano Lagunare, mettendone fuori uso l'apparecchiatura radar,
e il capobarca Oliviero Corso, dopo aver informato la guardia costiera
italiana, ha invertì la rotta verso il suo porto anche per la paura che
quanti erano con lui a bordo avevano preso sapendo con chi avevano a che
fare... «Non è la prima volta che succede, non sarà l'ultima» sono le loro
parole.
Ricordiamo qui che l'episodio precedente a questo è quello dell'aprile 2001,
quando una motovedetta croata usò le armi da fuoco contro l'imbarcazione
"Nuova Giuliana" del compartimento di Grado; e un'altra avventura del genere
  è stata vissuta, due anni prima dello sventurato Bruno Zerbin di Grado che
ci lasciò la pelle, dal pescatore triestino Luigi Mervi, proprietario di un
grande peschereccio, l'Orion, quest'ultimo bersaglio di una motovedetta
jugoslava (si era nel 1984) lanciata alla... guerra di corsa da Capodistria.
Il capo miliziano puntò il mitra contro Mervi, che chiamò la Guardia di
Finanza e i Carabinieri. La denuncia sporta contro i titoisti non fece altro
che scatenare un processo da parte di questi ultimi, pervicacemente convinti
di aver ragione. Mervi dovette cedere, vendere la preziosa barca, perché,
invece di essere protetto dal Governo nazionale, non ricevette alcuna
soddisfazione ed alcun aiuto. Per ragioni politiche? Ma quali? E mentre, se
Tito era morto, il suo regime viveva ancora, prima a succedergli fu la
compagna comunista Milka Planinc: anche questa oramai scordata?
Tutti sanno che occorre un accordo serio per la pesca in Adriatico fra tutti
quelli che vi si affacciano, perché il mare è stretto e più pescoso e
profondo sulla sponda destra. Questa sarebbe civiltà e solo così non si
potrebbe più parlare di pirati. Invece, se i nostri dirigenti intervengono,
anche a livello di ministri degli Esteri, ecco che gli attuali capi croati e
sloveni si dichiarano sulle prime terribilmente rammaricati, senza però
prendere provvedimenti contro la loro milizia.
O le scuse si fanno desiderare, o si affossa tutto, perché tanto, secondo
capi di Stato e ministri dell'altra sponda, quando capiscono di trovarsi di
fronte a colleghi che non sanno difendere la propria gente, è meglio
approfittare della loro debolezza e dichiarare che i nostri pescatori
avevano violato la... sovranità croata (o slovena, a seconda di dove avviene
l'incidente) e tollerare tutt'al più che le nostre imbarcazioni da diporto
s'inoltrino in quelle famose "acque territoriali" allorché si tratta della
"Barcolana" o di qualche altra regata. Altrimenti: «All'arrembaggio!»

 

Thursday 30 January 2003

Risiera. Ora il sindaco verifichi la buona fede degli sloveni

Franco Paticchio

I morti della Risiera usati come carne da cannone.
Quella che dovrebbe essere una commossa commemorazione civile e religiosa di
umana pietà in ricordo di quanti persero la vita a causa della brutalità
nazista si è trasformata nel tempo in una indegna gazzarra politica.
Minoranze, etnie e partiti politici tentano di volta in volta, in un
crescendo di pressioni e di spintoni partigiani, di accaparrarsi l'eredità
dei morti e di usarli come clave per colpire gli avversari politici,
dividerli, demolirli, soprattutto alle viste del voto di giugno che ormai
strumentalizza qualunque avvenimento.
Dipiazza ha introdotto nel rito di San Sabba la traduzione simultanea in
lingua slovena del suo discorso.
Alleanza Nazionale è insorta, sia perché all'oscuro dell'intenzione del
sindaco, sia perché intravede nel fatto il prologo alla richiesta di
bilinguismo a Trieste da parte della minoranza.
Gli oppositori della Casa delle Libertà si sono fregati le mani essendo
riusciti nell'intento di spaccare la coalizione che governa la città.
L'operazione quindi è andata a segno e adesso i morti non servono più, e
nessuno li piange.
La nostra potrebbe essere un'interpretazione troppo malevola dell'accaduto.
Allora il sindaco Dipiazza, per verificare la buona fede e le aperture
mentali dei suoi postulanti, con in testa il console sloveno a Trieste, non
ha che da formulare una richiesta ufficiale, oggi più legittima che mai:
vengano i governanti di Lubiana ad inginocchiarsi con un fiore in mano
davanti alla Foiba di Basovizza.
Solo così, archiviando il passato in una dolorosa memoria, sarà il futuro a
generare il presente.



«An ritorni sui suoi passi». Dipiazza assicura: il mio gesto non c'entra col
bilinguismo. «Ho un assoluto rispetto della storia e delle sensibilità
personali».

Non si è ancora rimarginata la grave ferita aperta nella Casa delle Libertà
dopo la cerimonia di lunedì alla Risiera. Ieri il sindaco Dipiazza ha
replicato alle accuse dell'on. Menia con un invito alla riflessione, che
suona sostanzialmente come una richiesta che Alleanza Nazionale torni sui
suoi passi.
Dipiazza ha però anche chiesto agli sloveni di fare la loro parte iniziando
«un percorso di avvicinamento altrettanto importante, per affermare anche
dalla loro parte la volontà di superare in modo definitivo i pregiudizi che
ancora permangono».
Il sindaco può contare sulla solidarietà del vertice nazionale di Forza
Italia (vedi a fianco la lettera del portavoce Bondi). E anche Menia, che
ieri non ha fatto alcuna dichiarazione sull'argomento, dovrebbe confrontarsi
al più presto con il vertice nazionale del suo partito, forse con lo stesso
Gianfranco Fini.
Di seguito riportiamo l'intervento integrale del sindaco Dipiazza letto ieri
ai giornalisti in Municipio.

Ritengo, alla luce dei fatti che si sono succeduti dopo il mio intervento
presso la Risiera di S. Sabba in occasione della Giornata della Memoria, di
fare questa comunicazione con il fine di riportare il dibattito politico
all'interno degli ambiti della ragione e del civile confronto tra partiti e
rappresentanti degli stessi.
Ribadisco che la mia scelta di tradurre in lingua slovena il discorso di
commemorazione è stata dettata dall'esclusivo principio del rispetto nei
confronti delle vittime di nazionalità slovena della Risiera e quindi deve
essere collocata al di fuori del dibattito sul bilinguismo, che nulla ha a
che vedere con questa importante e doverosa celebrazione.
Il mio gesto deve essere compreso all'interno di un processo di superamento
delle tensioni e degli attriti ideologici e culturali che da sempre
condizionano lo sviluppo dei rapporti tra le nostre comunità. Ciò senza
dimenticare la storia e rinunciare alla propria identità, ma nella
prospettiva di un grande incontro con i popoli dell'Europa Centro Orientale.
Non è la prima volta che nei miei interventi pubblici esprimo queste mie
convinzioni. Proprio per questo, mi è gradita l'occasione di chiedere alla
Comunità slovena di non rendere inutile questa mia apertura e di iniziare
quanto prima un percorso di avvicinamento altrettanto importante, per
affermare anche dalla loro parte la volontà di superare in modo definitivo i
pregiudizi che ancora permangono.
Trieste è stata chiamata dalla storia a fungere da porta di ingresso per
accedere ai Paesi dell'Est e alle loro culture, la città deve trovare al suo
interno la forza e le capacità per diventare il punto di riferimento
dell'intera area, solo così riuscirà ad uscire dall'isolamento e a crearsi
nuove opportunità di sviluppo economico e sociale.
In questo contesto si inserisce anche il messaggio che vorrei inviare ad
Alleanza Nazionale, vorrei richiamarli a riflettere su questa opportunità e
sulla necessità estrema di superare in nome del futuro tutte le divisioni e
le contrapposizioni che anche oggi segnano il nostro cammino
politico-amministrativo.
Ripeto, ho un assoluto rispetto della storia e delle sensibilità personali,
ma è mio compito, come primo cittadino, di lavorare perché dalle singole
diversità nasca un percorso unitario che ci porti realmente in Europa da
protagonisti.
Ho letto sulle pagine dei giornali le accuse e le parole che mi sono state
rivolte da esponenti di Alleanza Nazionale, devo dire che mi hanno colpito.
Ho riflettuto su quanto accaduto per ricercarne una motivazione che le
giustificassero, ma oltre a quello che sopra ho affermato, non trovo nulla
che le possano giustificare.
Io sono il Sindaco di tutta la città e ho il dovere, soprattutto in queste
occasioni, di rappresentarla nella sua complessità.
Alle offese, in politica, non si risponde con offese, la mia risposta è
invece di riflessione ad AN e ai suoi rappresentanti, una richiesta che li
induca a rivedere le loro posizioni e ad inviarmi precisi messaggi in tal
senso.
La gente, i triestini, mi hanno votato per questo.
Roberto Dipiazza


La solidarietà dal vertice di Forza Italia. Il portavoce Bondi chide le
scuse di Alleanza Nazionale


Sandro Bondi*


In relazione alle polemiche suscitate, in occasione della commemorazione per
la Giornata della Memoria alla Risiera di San Sabba, dalla decisione del
sindaco di Trieste di far accompagnare il suo discorso da una traduzione
consecutiva in lingua slovena, Forza Italia esprime solidarietà al Sindaco
Dipiazza e piena condivisione della sua scelta. Essa non va infatti
invischiata nel dibattito sul bilinguismo, sul quale la posizione della Casa
delle Libertà è e resta unitaria, ma va concepita come puntuale segno di
rispetto nel confronti delle vittime di nazionalità slovena della Risiera e
valorizzata nel contesto dell'evoluzione geopolitica geoculturale
dell'Europa attuale, che deve portare a superare le tensioni e gli attriti
ideologici che in passato hanno lacerato questa nostra Regione, certo senza
obliare la storia e senza rinunciare alle proprie identità, ma guardando
oltre, nella prospettiva sia pragmatica sia spirituale di un rinnovato
incontro tra i popoli dell'Europa centro-orientale.
In questo senso, Forza Italia vuole cogliere questa occasione sia per
sottolineare a tutte le organizzazioni slovene di Trieste e del Friuli
Venezia Giulia la necessità che, a partire da qui, esse corrispondano a
questa iniziativa del Sindaco Dipiazza con azioni di avvicinamento
altrettanto forti e concrete, improntate a una precisa volontà di dialogo e
di collaborazione, sia per ribadire la necessità che anche da parte della
minoranza slovena si facciano tutti gli sforzi possibili per superare
definitivamente i pregiudizi culturali e politici che in essa pure
permangono.
Infine, nella convinzione che i comuni interessi politici e culturali
all'interno della Casa delle Libertà debbano trovare sempre punti di
mediazione e di condivisione, Forza Italia prende atto della posizione
critica assunta da Alleanza Nazionale, di cui comprende le ragioni, ma al
tempo stesso, in nome di un comune obiettivo politico strategico non
declinabile a causa di divergenze circoscritte, chiede che Alleanza
Nazionale riveda e ritiri le pesanti offese personali rivolte al Sindaco
Dipiazza, che non solo sono ingiuste nei confronti del Sindaco ma anche
inadeguate alla qualità e alla maturità politica di tutti gli esponenti
locali e regionali di Alleanza Nazionale. Nella prospettiva della necessaria
comprensione reciproca fra i partiti della Casa delle Libertà, Forza Italia
è disponibile ad affrontare le grandi questioni di fondo sollevate dall'on.
Roberto Menia, al quale nonostante questo spiacevole incidente ribadiamo la
nostra stima, invitando fin d'ora Alleanza Nazionale a sviluppare una più
pacata riflessione e un passo storico in avanti rispetto al passato, nel
nome di quello sforzo che, anche e proprio con il prezioso contributo di
Alleanza Nazionale, il Parlamento Europeo e la Convenzione Europea (qui con
l'apporto diretto del vicepresidente del Consiglio on. Gianfranco Fini)
stanno facendo per la riunificazione non solo formale ma anche culturale e
spirituale del Continente diviso da mezzo secolo di totalitarismo comunista.

*portavoce nazionale
di Forza Italia
e responsabile
dei Dipartimenti



Figli di un Dio minore? Anche gli istriani hanno patito, ma per loro non c'è
una Giornata della Memoria. «È difficile per un popolo di sconfitti
accettare la perfetta equazione ebrei-sloveni»

Piero Delbello*

Il mio pensiero è rivolto al signor Mariani, neo presidente della Comunità
ebraica triestina, e nasce a margine dell'uso simultaneo della lingua
slovena per il discorso del sindaco in Risiera. Vede, caro Mariani, da parte
nostra, esuli istriani, fiumani e dalmati, entrare in discussioni relative
alla Giornata della memoria a Trieste significa percorrere la lama di una
spada Solingen, più affilata di un rasoio. Ogni parola, pure il respiro e,
ahimé, anche il silenzio pesano a tal punto che qualunque atteggiamento si
assuma diviene facilmente oggetto di manipolazioni. Siamo, comunque si
agisca, vittime di una distorsione implicita che trova la sua misura in una
diffusa esecrazione, facile preda del mondo che ama dirsi progressista, se
si cade nella tendenza di stabilire contrapposizioni, similitudini o
rapporti tra il dramma della mia gente e quello della Sua. E a questo punto,
per il popolo umile, per l'infaticabile capra (troppo spesso pecora)
istriana, il giusto modo di essere starebbe nel silenzio. Quello stesso
silenzio intenso che dimensiona la tragedia ebraica, quel silenzio e quel
vuoto che danno il limite eterno del miglior ricordo, del più efficace
"museo".
Nessuno della nostra gente (quanti ebrei fra di noi?) riesce a vivere
"facilmente" il 27 gennaio (o il 10 febbraio, se questo ha da essere un
altro segno), pur nella considerazione che i nostri morti inseribili in
quella data ci sono e, in più, che la Risiera, per noi, ebbe un
prolungamento durante i 40 giorni di occupazione titina di Trieste.
Vede quanto è difficile, in una città che per noi esuli (dai campi profughi
in poi siamo rimasti in 80.000 a Trieste) ha significato Italia, ha
significato prima patria di nazione, condividere la scelta del sindaco.
Quanto è difficile da parte di un popolo di vinti della storia, come siamo,
da parte di uomini, ormai esuli di seconda, terza generazione che, pur
avendo patito, pur contando almeno un morto in ogni famiglia, non hanno
mostrato mai né revanchismi né odi verso altri popoli (e Lei sa che genti
diverse in ben altro modo hanno reagito), accettare la perfetta condivisione
ebrei-sloveni nella Giornata della memoria. Tali equazioni, proprio nel
rispetto per tutti, nelle complesse diversità di ognuno, siano essi sloveni,
zingari, omosessuali o istriani, diventano difficili proprio perché corrono
il rischio di allontanare quella concordia, che ho sempre creduto si dovesse
cercare, e quella pace cui gli uomini di buona volontà dovrebbero puntare.
Lei, se non ho inteso male, ha considerato il dramma istriano, fiumano e
dalmata, una grande tragedia che deve essere spunto per riflessioni,
peraltro «al di fuori del concetto di olocausto». E se si deve condividere
ciò, bisogna riflettere sulle frasi di altri quando si afferma che «alcuni
non sanno o non vogliono capire le necessità fondamentali della cittadinanza
di Trieste». Io "voglio" credere che necessità fondamentale per gli esiti
non solo di quegli 80.000 esuli ma di tutta la cittadinanza sia il rispetto,
anche silenzioso, per tutti senza ordini da parte di consoli sloveni nello
stesso modo come non danno ordini, né purtroppo si levano a protestare, i
consoli italiani in Slovenia o in Croazia, davanti alla continua
profanazione di tombe italiane o davanti a picconate di sindaci
"democratici" (eletti peraltro dalla Dieta Democratica Istriana appoggiata
dall'Unione Italiana dell'Istria e di Fiume) a lapidi in ricordo dei caduti
nelle foibe.
Caro presidente, figlio di un padre nato per sorte proprio il 27 gennaio ed
io nato solo per pochi mesi fuori dal campo profughi di San Sabba (che
strano destino), non "voglio" credere di sentirmi "figlio di un Dio minore":
preferisco credere e ricordare con affetto le parole rivolte a me
personalmente e in pubblico dal caro Wiesenfeld, con cui negli ultimi mesi
si è progettata una giornata in ricordo da fare insieme (esuli ed ebrei) per
Palatucci, che mi diceva «voi istriani e noi ebrei siamo la stessa cosa,
abbiamo patito e dobbiamo fare in modo che, non dimenticando, tutto ciò non
si ripeta».

*Presidente della Famiglia di Grisignana - Libero Comune d'Istria in Esilio


Vicenza chiede la medaglia d'oro per Zara "martire"

Il Consiglio provinciale di Vicenza ha approvato a larghissima maggioranza
la mozione di Ettore Beggiato della Liga Fronte Veneto, affinché la
cerimonia per la consegna della medaglia d'oro alla città di Zara si svolga
al più presto. Doveva tenersi il 13 novembre 2001; invece il presidente
della Repubblica Ciampi ha "congelato", su pressioni della Repubblica di
Croazia, il tutto.
E così Zara, città martire della II guerra mondiale, sulla quale si
accanirono 54 missioni "alleate" scaricando ben 900 tonnellate di bombe, che
fu per l'ottanta per cento rasa al suolo e da cui ben sedicimila abitanti su
ventimila furono costretti a fuggire, ha subito l'ultimo schiaffo.
Nella mozione si fa riferimento al comune patrimonio di storia, di lingua e
di tradizioni delle due città (Zara fece parte della Repubblica veneta dal
1409 al 1797) e come a Vicenza diversi zaratini trovarono rifugio nel
drammatico dopoguerra.
«Profonda soddisfazione» è stata espressa da Ettore Beggiato auspicando che
il popolo veneto venga messo nelle condizioni di studiare, conoscere e amare
l'Istria e la Dalmazia.

 

 

Wednesday 29 January 2003

Terremoto politico in Comune. Menia accusa il sindaco di «viltà» per la
cerimonia bilingue alla Risiera. Nonostante i durissimi attacchi a Dipiazza,
però, An non parla di "sfiducia"


(p.z.) Altissima tensione nella Casa delle Libertà. Al Comune di Trieste la
coalizione di centrodestra è sul punto di saltare. La miccia è stata accesa
dalle polemiche sulla Giornata della Memoria, che ha visto il sindaco
Dipiazza accettare la traduzione simultanea in sloveno del suo discorso. Una
scelta che è stata contestata con toni durissimi dall'onorevole Roberto
Menia, leader regionale di An ed assessore alla Cultura nella stessa Giunta
Dipiazza. In un'affollatissima conferenza stampa, Menia ha usato toni
durissimi contro il sindaco, pur senza mai parlare di "sfiducia" o di uscita
di An dal governo del Comune.


Menia spara a zero su Dipiazza. «Quello della Risiera non è stato un atto di
coraggio, ma di viltà». «Ha fatto qualcosa che nessun predecessore, neppure
l'ulivista Illy, aveva fatto»

Paolo Zeriali


«Quello del sindaco Dipiazza non è stato un atto di coraggio, ma un atto di
viltà». Sono parole di pietra quelle pronunciate dall'onorevole Roberto
Menia, massimo rappresentante regionale di An ed assessore alla Cultura
della stessa Giunta Dipiazza. Parole scandite sillaba per sillaba nel
silenzio tombale della sede di An gremita ieri mattina dai giornalisti. Il
titolo della conferenza stampa lasciava già presagire aria di tempesta, ma
quando Menia ha iniziato a parlare sull'orizzonte della politica triestina
si è profilato un uragano.
La traduzione simultanea in sloveno del discorso pronunciato alla Risiera
dal sindaco Dipiazza ha scatenato il ciclone-Menia. «Dipiazza - ha detto il
leader di An - ha fatto quello che nessun precedente sindaco, neanche
l'ulivista Illy, ha osato fare. Ora deve chiedere scusa a tutti i
concittadini che hanno avuto i familiari uccisi dalla violenza comunista».
«Il sindaco - ha aggiunto Menia - si tenga pure l'abbraccio della console
slovena, dell'Arcigay e dell'Arcilesbica, ma non avrà più l'abbraccio di
tanti amici che gli volevano bene». E sul ruolo della diplomatica
d'oltreconfine nella vita della città l'onorevole ha avuto parecchio da
ridire. «Invece di limitarsi a rappresentare gli interessi dei cittadini
sloveni - ha detto - la console entra nelle vicende interne alla città. E
questa non è la prima volta. Il sindaco Dipiazza mi aveva assicurato che non
si sarebbe fatto mettere i piedi in testa da nessuno e invece si è fatto
imporre scelte e comportamenti dalla console di Slovenia».
Alla conferenza stampa Menia non era certo solo. Ad affiancarlo c'era tutto
lo stato maggiore di An e i rappresentanti di quel partito nelle
istituzioni. A cominciare dal leader triestino del partito Paris Lippi e dal
presidente della Provincia Fabio Scoccimarro. E poi il presidente dell'Act
Morgera, gli assessore comunali Brandi, Sluga e Sbriglia, l'assessore
provinciale Tononi, i consiglieri comunali Rosolen e Porro, il presidente
della Quarta Circoscrizione Lobianco. Tanto per citare alcuni dei numerosi
intervenuti. L'unica assenza eccellente era quella dell'assessore regionale
Dressi, il quale ci ha tuttavia precisato al telefono di non avere alcun
motivo di dissenso nei confronti di Menia.
Dopo tanto livore verbale nei confronti del sindaco, alcuni interrogativi
sorgevano spontanei: al Comune di Trieste si apre la crisi? An è pronta a
sfiduciare Dipiazza? A queste domande i vertici di Alleanza Nazionale non
hanno dato risposte precise. Lippi ha ricordato che anche nei matrimoni si
litiga, senza necessariamente arrivare alla rottura. Ma poi ha aggiunto che
«forse sul divorzio aveva ragione Pannella», una frase che fa temere il
peggio sulla tenuta della coalizione. Anche Menia non ha mai pronunciato la
parola «sfiducia», ma ha spiegato che d'ora in poi i rapporti tra il suo
partito e l'Amministrazione saranno diversi.
Ieri il sindaco era irreperibile, ma già oggi dovrebbe giungere una sua
reazione al duro attacco di An.


Staffieri: «Non è mica facile fare il sindaco...». Ret e Marini con Palazzo
Cheba

(p.z.) Alla Risiera Dipiazza non era il solo esponente istituzionale del
centrodestra. Oltre a Scoccimarro, che ieri ha preso le distanze dalla
scelta "bilingue", e al primo cittadino di Muggia Gasperini, alla
commemorazione c'era anche Giorgio Ret, primo sindaco di Duino-Aurisina a
non venir espresso dall'Ulivo. Ret guida un territorio con una forte
presenza della comunità slovena, che per decenni è stato contrassegnato da
accese tensioni di natura etnica. Un Comune che però oggi - come ha più
volte sottolineato lo stesso Ret - ha intrapreso la via di una piena
convivenza. Come dimostra, del resto, il fatto che un sindaco slegato dal
centrosinistra sia stato eletto anche con un notevole pacchetto di voti
sloveni.
Ebbene, nel giorno delle polemiche Ret non può che schierarsi con Dipiazza.
«La sua scelta di far tradurre il discorso in sloveno - afferma - mi è
sembrata un messaggio di pace e non certo un segnale politico. In una
giornata dedicata alla memoria, in un momento di profonda sensibilità
religiosa, non vedo come possa entrare la politica. E non credo proprio che
quello del sindaco Dipiazza si possa interpretare come un via libera al
bilinguismo a Trieste».
Con Dipiazza si schiera senza riserve anche il segretario provinciale
dell'Udc Bruno Marini. «Credo che al sindaco - dice  questa volta non si
possa proprio imputare nulla. Il suo è stato un atto di riconciliazione
cittadina, ho apprezzato il suo gesto, che non significa affatto introdurre
il bilinguismo in città. Non credo proprio che questo obiettivo sia negli
interessi del sindaco».
Ma che cosa avrebbe fatto in questa circostanza Giulio Staffieri, l'ex
sindaco che oggi siede in Consiglio regionale nelle file di Forza Italia?
«Non posso dire che cosa avrei fatto o non avrei fatto - spiega Staffieri -
ma comprendo le difficoltà in cui si è trovato il primo cittadino, che se
non avesse agito così avrebbe sollevato altre polemiche». «Portando
all'estremo il rispetto per le minoranze - aggiunge Staffieri - dico che
sarebbe stato opportuno tradurre il discorso anche in tedesco e friulano,
visto che queste sono lingue riconosciute dalla Regione. Dipiazza ha fatto
un gesto di buona volontà, ma sbaglia di grosso chi pensa che quella dei
discorsi bilingui diventi una prassi...».


«Dobbiamo assolutamente evitare la crisi». Il monito di Gambassini, rivolto
ad entrambe la parti in causa

(p.z.) Critiche al sindaco, ma anche a Menia. Gianfranco Gambassini,
presidente della Lista per Trieste, distribuisce su più versanti le colpe
del terremoto che sconvolge la Casa delle Libertà. «Il sindaco - afferma
Gambassini - ha commesso un errore nell'assumere un atteggiamento non
concordato con la Giunta, di cui dovrebbe aver capito le sensibilità. Come
LpT, però, crediamo che in una giornata come quella della memoria qualsiasi
divisione debba venir messa da parte e superata». E quindi il Melone non
condanna la traduzione in sloveno. «Menia - aggiunge Gambassini - ha però
ragione quando dice che anche in questa spiacevole circostanza c'è stata una
strumentalizzazione. Ha sbagliato la console slovena abbracciando il sindaco
e internazionalizzando il problema. Questo fatto non dovrà essere
considerato un precedente che possa autorizzare il bilinguismo». Il
presidente della LpT conclude con un forte appello a entrambe le parti in
causa: «Abbiamo il dovere assoluto di evitare qualsiasi crisi che getterebbe
la città in balia di gravi divisioni». E che porterebbe probabilmente a una
vittoria del centrosinistra.



Un atto di doverosa sensibilità contro i subdoli nazionalismi

Il Giorno della Memoria 2003, celebrato nella Risiera di San Sabba, unico
campo di sterminio sul territorio nazionale, ha ridato speranza e dignità a
Trieste. Il discorso del sindaco Dipiazza, che si è collocato ad interprete
dei sentimenti di coloro che furono umiliati dalle leggi razziali
nazifasciste, è concreto auspicio di solidarietà, tolleranza e pace per chi
crede nella dignità della persona.
L'aver voluto - nel contesto del Giorno della Memoria - che il messaggio del
Primo Cittadino fosse tradotto nella lingua della minoranza autoctona di
questa città e della sua provincia, è stata una sensibilità doverosa in
questo momento in cui una cultura subdola di contrapposizione nazionalista
da tempo sta annidandosi in molti ambienti, non solo della nostra città.
L'italianità di Trieste non si difende emarginando lingue, culture,
religioni di presenze autoctone o vetuste in loco. Si serve la vera cultura
e nazionalità del Popolo italiano, sottolineandone quelle caratteristiche
che sono proprie ad esse, cioè la tolleranza, il dialogo, la laboriosità,
l'ingegno e il saper costruire gli uni accanto agli altri.
La diversità è un valore nella misura in cui ci si vuol far consocere e
insieme costruire per il Bene Comune.
Il Giorno della Memoria 2003 possa aiutare le persone libere della nostra
Città ad abbandonare quei condizionamenti di ideologismi implosi, che sono
un attentato all'ordine sociale stesso. Se tutti i cittadini sono eguali,
colui che è stato eletto dalla collettività, quale un Sindaco, non può,
tanto più in un giorno come quello della Memoria, che essere rappresentativo
di tutti, al di là delle appartenenze etniche, religiose e sociali,
dimostrandolo anche con dei gesti concreti. Alla Risiera questo c'è stato.
Pluralità religiosa: Rabbino, Vescovo, Pope, Archimandrita hanno pregato
nelle loro lingue; pluralità laica: il Sindaco ha voluto che gli idiomi
delle popolazioni autoctone che "sono Trieste" fossero presenti a questo
alto momento spirituale di riparazione e memoria.

Don Ettore Malnati


Nucleare: il governo croato vende la sua quota nella centrale di Krsko. Alla
Slovenia verranno chiesti 717,5 milioni di dollari


(p.z.) Zagabria è ormai decisa ad uscire dalla proprietà della centrale
nucleare di Krsko, che condivide da sempre con il governo di Lubiana. Come
noto, l'impianto energetico si trova nella Slovenia meridionale, non lontano
dal confine con la Croazia.
Nei giorni scorsi, il governo di Zagabria ha formalizzato un'offerta per la
cessione della sua quota di controllo della centrale alla Slovenia, alla
quale vengono chiesti in cambio 717,5 milioni di dollari. A questo punto,
Lubiana avrà 3 mesi di tempo per rispondere all'offerta dei croati e, in
caso negativo, la questione verrà rimessa ad un arbitrato internazionale. Se
invece accetterà la proposta di Zagabria, la Slovenia dovrà accollarsi anche
i costi futuri per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Quello di Krsko è uno dei maggiori temi di trattativa fra i due paesi. Non
dimentichiamo, inoltre, il contenzioso sempre esistente sul confine
marittimo e sul controllo di alcuni paesini dell'entroterra istriano.




Il Fronte Sociale Nazionale terrà questo pomeriggio alle 17.45 davanti
all'Agenzia consolare americana in via Roma 15 una manifestazione «a difesa
della sovranità nazionale e contro la pavidità dell'Europa e la sudditanza
italiana a Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele». «L'Onu che cerca e non
trova in Iraq "armi di distruzione di massa" dovrebbe in realtà - afferma
l'Fsn - disarmare Usa, Inghilterra e Israele, che tali armi sono gli unici
ad aver ripetutamente usato»


Anche la Regione diventa plurilingue?

(p.z.) Skgz ed Sso, le due maggiori organizzazioni della minoranza slovena,
ringraziano il sindaco Dipiazza, al quale esprimono «riconoscenza e
solidarietà, nel momento in cui alcuni non sanno o non vogliono capire le
necessità fondamentali della cittadinanza di Trieste». E intanto si profila
una nuova polemica legata alla visita che il presidente della Camera Casini
compirà al Consiglio regionale venerdì prossimo. Sono stati richiesti
messaggi in sloveno, friulano e tedesco e l'apposizione di una tabella
multilingue all'ingresso del Palazzo regionale.


(p.r.) Concludiamo oggi, con il capitolo finale "Conclusioni e proposte", la
pubblicazione dello studio realizzato dal dott. Giorgio Rustia (segretario
dell'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani in Jugoslavia e
infoibati), dal titolo «Contributo di analisi alla valutazione della
"Relazione sui rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956" presentata dalla
Commissione "storica" mista italo-slovena al Ministero degli Affari esteri
italiano». La "controrelazione" è stata sottoscritta dall'Associazione
famiglie e congiunti deportati italiani in Jugoslavia e infoibati, dal
Centro studi storici della Guardia civica di Trieste, dall'Associazione
Culturale Giuliana, dal Gruppo Memorandum 88, dal Movimento Nazionale
Istria, Fiume, Dalmazia e da Continuità Adriatica. Chi avesse perso qualcuna
delle "puntate" precedenti apparse su "Trieste Oggi" e fosse interessato ad
averla può chiedere copia del giornale direttamente in redazione.

Conclusioni e proposte
È stato dimostrato che la relazione della Commissione mista è inficiata da
una serie di errori clamorosi. Ciò è particolarmente grave in un lavoro che,
secondo la copresidente slovena Milica Kazin Wohinz, dovrebbe rappresentare
«il punto di partenza per il dialogo e la riconciliazione» tra i due popoli
vicini.
La relazione, invece, contrariamente alle dichiarate buone intenzioni della
Kazin, raggiunge lo scopo diametralmente opposto. Essa pare scritta apposta
per alimentare il risentimento e l'odio reciproco tra gli sloveni e gli
italiani.
Ad esempio, essa, sostenendo contro ogni evidenza storico-demografica che
Gorizia e Trieste, senza la Grande Guerra, sarebbero diventate
"naturalmente" due città slovene, alimenta il risentimento e l'odio degli
sloveni verso gli italiani "usurpatori" di due loro città.
Analogamente, tutte le affermazioni della relazione demolite con il presente
studio convincono il lettore sloveno che il suo popolo è stato una vittima
degli italiani e lo inducono ad odiarli almeno fino a quando essi non
avranno pagato il loro debito morale.
È vero che un lettore italiano, ignorante delle vicende della Venezia Giulia
e credulone come i componenti italiani della Commissione, potrebbe,
leggendola, convincersi dell'esistenza di un "debito morale" dell'ltalia
verso gli slavi. Ciò potrebbe anche indurlo a riconoscere le "giuste
rivendicazioni" slovene su Trieste e Gorizia ed a giustificare la feroce
pulizia etnica fatta a Pirano, Capodistria ed Isola d'lstria e via
discorrendo.
Ma non tutti gli italiani sono dei perfetti ignoranti sulle nostre vicende e
non tutti sono dei creduloni come i già citati membri italiani di questa
Commissione. A parte i dati dei censimenti austroungarici, a smentire le
affermazioni della relazione c'è un'ampia letteratura scritta da storiografi
quali Tamborra, Valiani, de Castro, Salvemini, Valussi, che sono studiosi
ben più autorevoli ed importanti dei quattro docenti di storia, del
giurista, del senatore e della geografa che, con scelta veramente infelice,
i passati Governi italiani hanno incaricato di confrontarsi con i membri
sloveni.
Così, il lettore italiano del documento della Commissione mista che andasse
a verificare sui testi dei citati studiosi quale fu il vero svolgersi e
concatenarsi degli avvenimenti troverebbe confermato che gli sloveni, oggi
come cento e più anni fa, non hanno riposto le loro mire espansionistiche
sui territori italiani e che per loro l'assassinio terroristico e
l'attentato dinamitardo rivolti contro gli italiani altro non sono che delle
legittime manifestazioni di autonomia culturale.
Insomma, questo documento "storico", anziché indurre nei lettori quel
processo psicologico così mirabilmente descritto dal Manzoni nei personaggi
della "festa del perdono", altro non fa che aizzare all'odio entrambe le
parti.
Perciò esso non deve rimanere "congelato" alla Farnesina com'è adesso, ma
deve venire pubblicamente sconfessato dal Governo italiano.
Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, cui dovrebbe far seguito una
onesta ricostruzione delle vicende della nostra terra (ricostruzione basata
sui fatti e non su interpretazioni letterario-filosofiche o, peggio, sui
desideri personali nati da inclinazioni politiche), il gruppo di studio
sottopone i risultati di questa ricerca al giudizio di Enti pubblici, di
associazioni socioculturali, di studiosi e di tutti coloro cui sta a cuore
la pace e la pacifica convivenza tra i popoli, pronto ad accettare ogni
critica fondata ed a discutere ogni punto esposto.

 

Tuesday 28 January 2003



«Condanno il nazifascismo». Con l'omaggio alle vittime della Risiera,
Dipiazza supera le divisioni della città. Tradotto simultaneamente in
sloveno l'intervento del sindaco. Assente l'on. Menia


Silvia Stern

Nonostante le polemiche e i timori di contestazioni, il Giorno della Memoria
si è trasformato in un successo politico per l'Amministrazione comunale ed
in particolare per il sindaco, che è riuscito a superare le divisioni
esistenti in città facendo tradurre simultaneamente il suo discorso in
lingua slovena. Una decisione che è fruttata al primo cittadino l'applauso
dei partecipanti.
L'appello del primo cittadino è quello di custodire la memoria per
tramandarla ai giovani. «Ora più che mai c'è bisogno di conciliazione, di
integrazione e soprattutto di sensibilità affinchè questa memoria non venga
strumentalizzata. Auspico - ha concluso il primo cittadino - che le
sofferenze e i segni di dolore divengano un elemento di coesione e non di
frantumazione, una nuova volontà di rinsaldare la convivenza, la reciproca
conoscenza delle comunità esistenti in città, creando le premesse per nuovi
rapporti di collaborazione, di cooperazione e di condivisione».
«Come sindaco di tutti cittadini di questa città - ha detto - affermo che
questo "Giorno della Memoria" è il giorno della memoria di tutti noi, eredi
della storia di Trieste, che coondanniamo il nazifascismo e siamo accomunati
dei valori di libertà e democrazia».
«La Risiera di San Sabba - ha ricordato Dipiazza - è stata attivata dai
nazisti tra il 1943 al 1945 durante l'occupazione dei nostri territori, come
campo di detenzione di polizia dotato poi di forno crematorio, ed è l'unico
esempio, in Italia e in tutta l'Europa occidentale occupata, di Lager che
risponde alle metodologie naziste di reppressione e sterminio». «La Risiera
- ha continuato - è la sintesi di un momento della storia della città di
Trieste nel quadro europeo: è stata luogo di transito per ebrei e deportati
e si stimano in oltre 20mila le persone avviate ai campi nazisti, ma è stata
anche luogo di detenzione e di eliminazione soprattutto per gli oppositori
politici, i partigiani e gli ostaggi civili». «Sono state qui uccise e
bruciate - ha precisato - dalle tre alle quattromila persone, in massima
parte partigiani ed ostaggi sloveni e croati, rastrellati nei villaggi del
circondario, dell'Istria, del Fiumano, ma anche esponenti di primo piano
della Resistenza e dell'Antifascismo italiani, ebrei, friulani, militari e
civili».
«Qui - ha detto Dipiazza - privati dei loro beni, i deportati hanno perduto
la libertà, la loro identità e la vita, affratellati nell'umiliazione e
nella sofferenza, condividendo la discriminazione e la violenza contro la
diversità voluta dalla lucida follia dei criminali nazisti».
Un appello che ha trovato la condivisione di tutti gli intervenuti, fra cui
il Prefetto Vincenzo Grimaldi e il Questore Natale Argirò, ma che
soprattutto ha riscosso i consensi delle associazioni degli ex deportati.
Assenti invece alcuni esponenti del centrodestra, tra cui l'onorevole
Roberto Menia che è assessore comunale alla Cultura e che quindi presiede il
Comitato per le onoranze della Risiera di San Sabba.
I Comuni di Trieste e Muggia (i cui Gonfaloni sono stati decorati
rispettivamente con la medaglia d'oro e con quella d'argento al valor
militare), assieme a Regione, Provincia e Comune di Duino-Aurisina hanno
deposto le corone d'alloro assieme ai rappresentanti delle associazioni. Al
discorso del sindaco Dipiazza sono seguiti poi i riti religiosi: cattolico
(in lingua italiana e slovena), ebraico, serbo-ortodosso e greco orientale.
Infine, è stata depositata alla Risiera un'ampolla contenente la terra di
Gerusalemme, dono della Fondazione Keren Hayesod. A consegnarla Diamantina
Salonicchio della Comunità Ebraica di Trieste, ex deportata a Bergen-Belsen.



Wiesenfeld: «Un discordo limpido che non lascia spazio a critiche»


«Il sindaco Roberto Dipiazza è stato chiaro e limpido e non lascia riserve a
nessun dubbio e a nessuna critica. Il suo è stato un discorso di condanna al
nazifascismo e per questo lo ringrazio». Lo ha detto Nathan Wiesenfeld,
presidente uscente della Comunità israelitica di Trieste, al termine della
celebrazione della Giornata della memoria che ha trovato tutti d'accordo
sulla necessità di ricordare lo sterminio e le persecuzioni di vari popoli,
in modo particolare di quello ebraico. «Nel corso della cerimonia - ha
aggiunto Wiesenfeld - si è avuta la netta sensazione che il sindaco abbia
parlato a nome di tutti coloro che hanno avuto le loro vittime trucidate,
con i mezzi più nefasti, in questa Risiera. Noi speriamo che simili atrocità
non accadano mai più né qui né in nessuna parte del mondo».
A cinquantotto anni dalla liberazione dei pochi superstiti di Auschwitz da
parte dell'esercito russo, ieri mattina, i deportati sopravvissuti, i
familiari delle vittime, ma soprattutto i rappresentanti della Comunità
ebraica di Trieste e delle Associazioni dei deportati, dei perseguitati
politici antifascisti e dei partigiani hanno, dunque, apprezzato il discorso
del sindaco Dipiazza. «Il discorso del sindaco - ha concluso Nathan
Wiesenfeld - ha certamente stemperato le polemiche della vigilia, e a questo
hanno contribuito in modo determinante anche la traduzione simultanea del
testo in lingua slovena e la preghiera del vescovo di Trieste Eugenio
Ravignani».


Zvech (Ds) riconosce che Dipiazza ha parlato a nome di tutti i cittadini


Anche l'opposizione riconosce che alla Risiera il sindaco Dipiazza ha saputo
rappresentare tutti i cittadini. Un commento in tal senso viene dal Bruno
Zvech, segretario provinciale dei Democratici di Sinistra, uno dei più
agguerriti oppositori di questa Amministrazione comunale.
«Le manifestazioni promosse in occasione del Giorno della Memoria - afferma
Zvech - si sono svolte con la sensibilità e il rispetto per tutti, propri
dello spirito della ricorrenza. Per questo risultato ci siamo impegnati
assieme a molti altri del mondo delle Istituzioni politiche e religiose».
«La cerimonia alla Risiera di San Sabba - continua il leader dei Ds - ha
espresso quell'unità cittadina, basata sulla condivisione dei valori
fondanti le Istituzioni Repubblicane, che da anni riteniamo indispensabile
per lo sviluppo di Trieste».
«In questa direzione - spiega ancora Zvech - un segnale significativo è
venuto dal discorso del sindaco Dipiazza che, nei contenuti e nelle
modalità, ha inteso rappresentare tutti i cittadini, facendosi così
interprete dell'esigenza, sempre più diffusa, di archiviare la stagione
delle divisioni anacronistiche che hanno condizionato nella nostra città
l'esercizio della normale dialettica politica».


Il plauso degli sloveni: «Parole di grande apertura e disponibilità»


Per il console di Slovenia a Trieste Jadranka Sturm Kocjan la cerimonia
commemorativa di ieri alla Risiera di San Sabba «è stata ricca di contenuti
e di messaggi. Sono molto contenta della celebrazione e soprattutto del
discorso del sindaco Dipiazza - ha aggiunto - E' stata una Giornata della
memoria piena di valori ed è così che noi tutti la desideravamo».
L'intervento del sindaco è stato apprezzato anche dall'Unione culturale
economica slovena. «Abbiamo espresso al sindaco la nostra soddisfazione - ha
commentato il presidente Rudi Pavsic - soprattutto per i contenuti del suo
intervento, che hanno dimostrato grande apertura e disponibilità». «Quella
di Dipiazza - ha aggiunto - è stata la condanna del passato che in questi
luoghi ha avuto delle ripercussioni molto gravi, e che ha anche condizionato
il dopoguerra non solo a Trieste, ma in tutto il Friuli Venezia Giulia e
nella vicina Slovenia».



Due pesi e due misure. La Commissione italo-slovena ha sminuito le ragioni
dell'esodo istriano. I titini si servirono di uccisioni, rapimenti e
pestaggi per terrorizzare gli italiani


(p.r.) Dopo una pausa di alcuni giorni, dovuta a totale mancanza di spazio,
riprendiamo oggi la pubblicazione dello studio realizzato dal dott. Giorgio
Rustia (segretario dell'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani
in Jugoslavia e infoibati), dal titolo «Contributo di analisi alla
valutazione della "Relazione sui rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956"
presentata dalla Commissione "storica" mista italo-slovena al Ministero
degli Affari esteri italiano». La "controrelazione" è stata sottoscritta
dall'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani in Jugoslavia e
infoibati, dal Centro studi storici della Guardia civica di Trieste,
dall'Associazione Culturale Giuliana, dal Gruppo Memorandum 88, dal
Movimento Nazionale Istria, Fiume, Dalmazia e da Continuità Adriatica.

Cause dell'esodo istriano e persecuzioni italiane sugli sloveni dopo la
seconda guerra mondiale
In conclusione, la relazione non può esimersi dall'accennare all'esodo degli
istriani schiacciati sotto le efferate violenze del regime comunista titino.
In merito a ciò, essa afferma: «Complessivamente nel corso del dopoguerra
l'esodo dai territori istriani oggi soggetti alla sovranità slovena
coinvolse più di 27.000 persone, vale a dire la quasi totalità della
popolazione italiana ivi residente...».
Esponendo le ragioni di questo esodo la relazione usa delle espressioni
molto ovattate quali: «l'impedimento della libera espressione dell'identità
nazionale», «il rigetto dei mutamenti nell'egemonia nazionale e sociale
nell'area», «la ripulsa nei confronti delle radicali trasformazioni
introdotte nell'economia», non mancando di accennare di sfuggita «all'azione
propagandistica di agenzie locali filoitaliane, anche in assenza di
sollecitazioni del governo italiano...».
Parlando invece del ritorno dell'ltalia a Gorizia, la relazione denuncia che
il reinserimento della città nello Stato italiano «fu accompagnato da
numerosi episodi di violenza contro gli sloveni e contro le persone
favorevoli alla Jugoslavia».
Riferendosi poi alla posizione degli sloveni abitanti nelle valli del
Natisone, del Resiano e dalla Val Canale, la relazione dice che gli
assertori degli orientamenti politici filo-jugoslavi «furono fatti oggetto
di intimidazioni ed arresti, e in alcuni casi di atti di violenza da parte
di gruppi estremisti e formazioni paramilitari».
Ed essa aggiunge ancora: «Anche il clero sloveno incontrò difficoltà sia con
le autorità civili sia con quelle religiose diocesane nel riaffermare il
proprio ruolo di riferimento per l'identità degli sloveni».
Non si capisce come la relazione abbia ritenuto doveroso sottolineare queste
asserite «violenze» ai danni degli sloveni ed abbia sottaciuto invece
l'azione terroristica svolta dalle cosiddette "autorità popolari" (che si
giovarono persino di italiani ideologicamente loro affini) e che portò alla
eliminazione fisica di centinaia e centinaia di italiani di Capodistria,
lsola e Pirano nel maggio-giugno 1945.
Eppure, è certo che:
- nei primi giorni dell'ottobre 1945 a Bertocchi una banda di sloveni titini
massacrò quatro persone della famiglia Pizziga;
- il 30 ottobre 1945 ci fu a Capodistria uno sciopero contro il furto
legalizzato costituito dall'introduzione della jugolira, e che detto
sciopero fu selvaggiamente represso dagli sloveni con la devastazione dei
negozi italiani del centro della cittadina e con il bestiale linciaggio
pubblico di Angelo Zardi e Francesco Reichstein.
Altrettanto certi sono i rapimenti con relativa scomparsa che dura a
tutt'oggi, operati dagli sloveni, ai danni dei seguenti italiani della
Venezia Giulia:
- Mario Marcosig, nato a Mossa di Capriva nel 1922, di professione muratore,
rapimento avvenuto a Gorizia il 18 agosto 1945;
- Andrea Margarita, nato a Piedimonte del Calvario nel 1899, possidente,
prelevato in via Diaz a Gorizia il 20 settembre 1945;
- Luigi Tracanelli, nato a Codroipo nel 1926, studente, prelevamento
avvenuto nel febbraio 1946 a Ospo;
- Giovanni Carta, nato a Fiume nel 1925, agente della Polizia Civile,
rapimento avvenuto al posto di blocco di Albaro Vescovà il 24 marzo 1946;
Domenico Passacqua, nato a Partinico (Pa) nel 1901, medico condotto di San
Dorligo della Valle, rapito dall'Ozna il 4 giugno 1946;
Luigi Maffezzoni, nato a Piubega (Mn) nel 1895, impiegato del Comune di San
Dorligo della Valle, rapito il 13 luglio 1946;
Edoardo Devetach, già internato in Germania, impiegato presso
l'amministrazione alleata a Comeno, rapimento ivi avvenuto il 25 agosto
1946;
- Vincenzo Meo, nato in provincia di Chieti nel 1898, prelevato a Gorizia il
3 settembre 1946.
Non meno tragica sorte toccò, nell'lstria amministrata dagli sloveni, a:
Mario Musizza, da lsola d'Istria, arrestato dalla polizia segreta Udba e
"trovato" impiccato nella sua cella delle carceri di Capodistria il 29 marzo
1948;
Piero Minca, nato a Capodistria nel 1898, di professione tipografo,
arrestato il 5 marzo 1951 per aver avuto un diverbio con un "druze" della
Difesa Popolare, consegnato cadavere ai suoi familiari tre giorni dopo,
perché pure lui "si era impiccato".
Passando alle valli del Natisone, dove secondo la relazione si era
instaurato un clima di intimidazione e di violenze ai danni degli sloveni,
la Commissione ha taciuto che nel settembre del 1945 furono assassinati il
dr. Giuseppe Penasa, medico condotto e sindaco di San Leonardo del Natisone,
e sua moglie Giuseppina, nata Cepparo. L'uomo aveva ripetutamente denunciato
i delitti commessi dagli «assertori degli orientamenti politici filo
jugoslavi», cioè di quella banda di criminali slavocomunisti, denominata
Beneska Ceta, comandata dal ben noto Mario Sdraulig, che aveva terrorizzato
la zona con omicidi e rapine durante e dopo la guerra.
Sempre restando nella cosiddetta Benecia, dove secondo la relazione la
minoranza slovena veniva brutalmente vessata dalla Repubblica ltaliana,
ricordiamo che:
- la bambina decenne Ludmilla Mauri, il 4 dicembre del 1947, fu uccisa a
raffiche di mitra da un soldato sloveno, sulla sponda dello Judrio, «perché
tentava di espatriare»;
- Silvio Buttolo, nato ad Uccesa di Resia (Gorizia) nel 1925, l'11 settembre
1950 fu ucciso a fucilate dai gendarmi sloveni mentre, munito di regolare
permesso, stava raccogliendo legna in un bosco nei pressi del confine.
Sul Carso triestino, a Draga Sant'Elia, due gitanti triestini, Pierina
Panicari e Vittorio Di Pompeo, che la domenica 3 settembre 1951 avevano
inavvertitamente sconfinato di pochi metri nel territorio della Zona B,
furono uccisi entrambi a raffiche di mitra dai gendarmi sloveni.
La relazione, come abbiamo visto, asserisce ancora che il clero sloveno
avrebbe incontrato delle difficoltà nei rapporti con le autorità civili
italiane.
Benché dette «difficoltà» non siano state chiaramente esplicitate,
difficilmente esse furono superiori o paragonabili a quelle incontrate dal
parroco di San Daniele del Carso, don Antonio Satej, assassinato dai
partigiani sloveni il 26 settembre 1943; dal parroco di Poggio S. Valentino
(Gorizia), don Luigi Obid, prelevato dai partigiani sloveni il 2 gennaio
1944; dal diacono della diocesi di Gorizia, Rodolfo Trcek, assassinato a
Montenero d'Idria il primo settembre 1944; dai sacerdoti di Chirchina, don
Ladislao Piscanc e don Lodovico Sluga, assassinati a Chirchina il 5 febbraio
1945; dal parroco di Brja (Gorizia), don Ernesto Bandelj, assassinato il 18
aprile 1945; dal parroco di San Giovanni di Sterna, don Casimiro Paich,
assassinato a S. Croce di Gorizia il 29 aprile 1945, dal parroco di Goregna
di Salona (Gorizia), don Isidoro Zavadlav, assassinato dai partigiani
sloveni il 17 settembre 1946.
Quelli furono tempi molto duri per il clero slavo, ma solo per la parte di
esso che rimase soggetta alla sovranità degli sloveni e dei croati, federati
nella Repubblica comunista di Jugoslavia.
Infatti, da mano titino-croata, furono assassinati, solo nel dopoguerra, il
parroco di Elsane, don Vittorio Perkan (ucciso il 9 maggio 1945 mentre si
trovava al cimitero ad officiare un servizio funebre); il curato di Villa
Gardossi, don Francesco Bonifacio, prelevato e fatto sparire l'11 settembre
1946, ed il parroco di Mompaderno, don Miroslavo Bulesic, che fu assassinato
a Lanischie il 24 agosto 1947. Nella stessa occasione monsignor Ukmar si
salvò solo perché ritenuto già morto.
Ad ogni buon conto, anche mons. Ukmar fu successivamente processato e
condannato ad un mese di prigione per gli incidenti avvenuti quando i titini
gli impedirono di cresimare i giovani di Lanischie.
È incredibile che da un lato la Commissione mista parli di generiche
"difficoltà" incontrate dal clero sloveno nei rapporti con le autorità della
Repubblica italiana, e dall'altro nessuno dei suoi membri italiani, a
proposito di rapporti tra clero italiano ed autorità slovene, si sia
ricordato di ciò che avvenne a Capodistria il 19 giugno 1947.
Per ricordarlo a questi immemori, citiamo ciò che ne scrive il professor
Diego de Castro nel suo "La questione di Trieste" a pagina 592:
«Un terzo episodio, che ebbe grandissima risonanza per la personalità che ne
fu coinvolta, è costituito dall'aggressione al vescovo di Trieste e di
Capodistria, mons. Antonio Santin, che si era recato nella sua diocesi, cioè
a Capodistria, per la festa del patrono, San Nazario, il 19 giugno 1947,
dopo aver chiesto ufficialmente il permesso alle autorità jugoslave. Riporto
dal libro del Vescovo: "Mi trovarono, mi insultarono, gridando che dovevo
andarmene. E mi trascinarono violentemente giù per le scale percotendomi con
pugni, calci e con legni sulla testa. Arrivai in cortile perdendo mozzetta,
rocchetto, croce e scarpe. Ero tutto insanguinato. Mi spinsero e
trascinarono, mentre sui muri esterni del cortile gente arrampicata urlava
improperii...". Il vescovo si salvò perché i capodistriani corsero a
chiamare la polizia, che intervenne tardi ad arginare la folla, proprio
quando un energumeno entrato in cucina aveva preso dal tavolo un gran
coltello con cui le suore tagliavano la carne. E si salvò anche perché una
donna del popolo lo avvertì che gli avrebbero offerto di riportarlo in barca
a Trieste, allo scopo di gettarlo in mare in mezzo al golfo con una pietra
al collo. E la barca gli fu effettivamente offerta. Il vescovo era stato
informato dell'aggressione prima di partire da Trieste; tuttavia era andato
a Capodistria da solo per non mettere in pericolo la vita di altre persone
che l'accompagnassero».
Aver sottaciuto tutte le persecuzioni, le violenze, le rapine e gli omicidi
che gli sloveni inflissero agli italiani dell'Istria, camuffandole come
«impedimento alla libera manifestazione dell'identità nazionale, e nel
contempo l'aver accreditato per vera una presunta (ma mai avvenuta)
persecuzione degli sloveni in Italia nel secondo dopoguerra, sostenendo
perfino delle mai avvenute persecuzioni religiose e dimenticando la brutale
aggressione slovena al vescovo di Trieste e Capodistria, sono conferme
dirette ed incontestabili al giudizio dato dal prof. Sema sui membri
italiani della commissione: «Essi non si sono comportati né da storici
italiani né da storici competenti».

(continua)

 

 

25 January 2003


Ecco il Giorno della Memoria a Trieste

Sarà ricco il carnet di appuntamenti per celebrare il Giorno della Memoria,
commemorazione in ricordo delle vittime delle persecuzioni anti-ebraiche e
dei deportati italiani nei campi di concentramento nazista istituita per
legge nel 2000 e promossa a livello locale dal Comune di Trieste attraverso
l'Assessorato ai Beni e alle Attività Culturali, i Civici Musei di Storia ed
Arte e il Civico Museo della Risiera di San Sabba.
Si comincerà domani alle 11 alla Scuola Media Brunner con lo scoprimento di
una targa realizzata dall'Associazione Deportati e Perseguitati Politici
Italiani, mentre alle 15 al Miela verrà proiettato il documentario "Shoah"
di Claude Lanzmann con ingresso a 3 euro. Sempre domenica al Museo "Carlo e
Vera Wagner" alle 16.30 verrà proiettato il documentario "Nei suoi occhi
Ravensbruck" (una testimonianza video della ex deportata Savina Rupel), cui
seguirà un dibattito. Alle 20.30 sarà invece proiettato il video "La fuga
degli angeli" di Mark Jonathan Harris, che ripercorre la storia del
trasporto di oltre 10mila bambini ebrei dalla Germania e dai territori
occupati verso l'Inghilterra.
Lunedì 27, Giorno della Memoria, al Miela verrà proiettato, a partire dalle
8.30, il documentario per le scuole "Destinazione "Auschwitz" di Andrea
Jarach, mentre alla Risiera e al Museo Wagner, con ingresso libero, si potrà
usufruire dalle 9 alle 19 del servizio didattico-informativo.
Sempre alla Risiera, alle 11 comincerà la cerimonia commemorativa con
l'intervento del sindaco, seguito dai riti religiosi cattolico (in lingua
italiana e slovena), ebraico, serbo-ortodosso e greco-orientale, e ci sarà
la testimonianza di Diamantina Salonicchio, ex deportata a Bergen-Belsen.
Alle 12.30 al Museo Wagner ci sarà la visita delle autorità e dei
rappresentanti delle istituzioni.
Sarà particolarmente nutrito il programma del pomeriggio al Miela. Si
comincerà alle 15 con le testimonianze di ex deportati nei campi di
sterminio nazisti, fra cui la triestina Marta Ascoli. Alle 16.45 verrà
presentato il progetto "La memoria dei giusti", presentato dalla Comunità
ebraica di Trieste, per far conoscere, ricordare e onorare coloro che hanno
aiutato gli ebrei a sfuggire alle persecuzioni. Alle 17 ci sarà "Spegnete
quella radio", una conversazione con Gianni Gori sulle drammatiche vicende
del sestetto vocale di Joseph Schmidt e dei "Comedian Artists".
Alle 18.15 verrà presentato il volume "Giovanni Palatucci. Il poliziotto che
salvò migliaia di ebrei", con interventi del vescovo di Trieste Eugenio
Ravignani e del Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Trieste Umberto
Piperno. Seguirà alle 19 la proiezione del video "Che storia è questa?" di
Antonella Restelli, dove la curiosità di un bambino scatena in una piccola
stazione di provincia una conversazione sul nazismo e la Shoah in cui si
inseriscono i viaggiatori come testimoni della Resistenza e della
deportazione, mentre alle 19.30 ci sarà una replica de "La fuga degli
angeli".


Da Gianfranco Gambassini riceviamo e volentieri pubblichiamo questo suo
intervento, scritto a titolo personale, sul conflitto in atto fra Università
Popolare di Trieste e Unione Italiana di Fiume.

Ho seguito, prima con preoccupazione e poi con apprensione, il progressivo
aggravarsi della crisi nei rapporti fra l'Università Popolare di Trieste
(UpT), istituzione da sempre incaricata dal Governo italiano di investire ed
oculatamente gestire i numerosi miliardi che l'Italia eroga a favore della
minoranza italiana in Slovenia e in Croazia, e l'Unione Italiana (Ui) che ne
è stata, ugualmente da sempre, il partner e l'istituzione parallela oltre
confine.
La situazione è tale in quanto mi sembra sia arrivata ad un vero e proprio
punto di frattura. Come prima osservazione, devo ricordare che il canale
stabilitosi da decenni fra l'UpT, con i consigli direttivi che l'avevano
governata da una parte, e l'Ui, con i vertici che ne avevano condotto
l'azione dall'altra parte, è stato un canale giudicato sempre smaccatamente
di sinistra, corrispondente ai sistemi politici di sinistra in vigore a
quell'epoca. A Trieste, sia l'opinione pubblica, sia soprattutto quelli che
si interessavano al problema hanno sempre criticato i metodi e i sistemi che
trovavano attuazione in questo tipo di rapporto e di pur doverosa assistenza
nei confronti delle disagiate condizioni in cui versavano le nostre
minoranze oltre confine. L'opinione pubblica si è poi sempre posta anche la
domanda del perché l'Italia debba tutelare con tanti soldi sia la nostra
minoranza di lingua slovena in Italia, sia la minoranza italiana in Slovenia
e Croazia, senza alcuna reciprocità.
Ebbene, il sistema politico è cambiato. Ora l'Italia è governata dal Governo
di centro destra di Silvio Berlusconi, così come da maggioranze di centro
destra sono governati la Regione FVG, la Provincia e il Comune di Trieste.
Anche l'UpT ha cambiato di conseguenza il suo assetto, e il suo consiglio
direttivo, formato dal presidente Aldo Raimondi, dal vicepresidente Marucci
Vascon, da Piero Colavitti, da Alessia Rosolen e dal ministro
plenipotenziario Vittorio Paolini, non può certo più essere considerato di
sinistra.
Parlando in termini chiari, non sembrerebbe che i vertici e i componenti
dell'Ui ne abbiano tratto a loro volta le necessarie conseguenze, anzi
sembra che vogliano trascinare le cose, come se fossero ancora quelli di una
volta, verso uno scontro che non può essere giudicato altro che
squisitamente politico.
Le dichiarazioni rilasciate dal dirigente dell'Ui Zilli sono state gettate
come la benzina sul fuoco, al pari di quelle del presidente della regione
Istria Ivan Jakovcic: il primo ha semplicemente chiesto le dimissioni del
Consiglio direttivo dell'Upt, mentre il secondo ha rivolto addirittura un
invito al Ministero degli Esteri della Croazia, affinché solleciti la
Farnesina a «verificare il ruolo dell'UpT in quanto l'attuale modello di
funzionamento è superato e non è neanche necessario che l'UpT esista».
Il problema è stato così "internazionalizzato" ed effettivamente, al punto a
cui è giunto, dovrebbero intervenire il Governo e il Ministero degli Esteri
italiano, per ricordare a tutti che i soldi che vengono stanziati a favore
della nostra minoranza sono soldi dell'Italia e che unicamente all'Italia
spetta il diritto di stabilire chi debba gestirli, con quali partners, con
quali modalità e con quali garanzie.
Si sta assistendo, purtroppo, a un dialogo tra sordi, che rischia di rendere
poco credibili anche le dichiarazioni del presidente Maurizio Tremul a
conclusione dell'assemblea dell'Ui svoltasi sabato scorso a Fiume, il quale
ha ringraziato l'Italia e ha detto di essere disponibile al dialogo e anche
«all'aggiornamento del Piano permanente» per la ripartizione annuale dei
fondi, in occasione di un prossimo confronto che sembra preannunciato entro
la fine del mese: ma tutto ciò, dopo essersi espresso, in modo
incomprensibile, contro chi «manda in rovina la minoranza pur di conquistare
dei voti a Trieste» e dopo che l'assemblea, con una quasi unanimità che non
sappiamo tuttavia quanto corrisponda a una unanimità generale di consensi di
tutta la minoranza italiana, aveva incaricato la Giunta esecutiva dell'Ui di
promuovere un eventuale ricorso al Tar del Lazio contro la delibera con cui
l'UpT ha sospeso i finanziamenti alle attività dell'Ui.
Dialogo tra sordi, appunto, in quanto l'UpT ha dichiarato che i
finanziamenti sono stati solo sospesi per la mancata presentazione in tempo
debito del nuovo progetto di "Piano permanente" che era stato richiesto
all'Ui ed il cui "aggiornamento" Tremul ora ha preannunciato appena per il
prossimo incontro. Dialogo tra sordi, perché il ministro plenipotenziario
della Farnesina e membro del Consiglio direttivo dell'UpT Paolini aveva
chiarito che non solo non c'è stato alcun blocco nell'erogazione dei fondi,
ma che anzi il Ministero degli Esteri aveva ammesso a finanziamento una
sessantina d'interventi e l'Ui ha così avuto a disposizione e ha speso, nel
corso del 2002, addirittura 14 miliardi, anziché i 9 miliardi che le
sarebbero spettati secondo la legge. È stata, inoltre, spiegata dal ministro
la necessità di carattere notarile e giuridico di garantire la proprietà
della nuova sede della Comunità degli Italiani acquistata a Lussinpiccolo;
così come è stata smentita la volontà di progettare la costituzione di
"cloni" dell'UpT in Croazia e in Slovenia, in sostituzione dell'Ui.
Va infine considerato inaccettabile e strumentale l'enorme scandalo
sbandierato a tutti i venti ed anche sulla stampa per il fatto che sia stato
chiesto di rendere noto - non sappiamo da chi - l'ammontare delle prebende
percepite dai dirigenti dell'Ui e della minoranza italiana.
Davvero non si vede che cosa ci sia di scandaloso nel chiedere di poter
conoscere, in nome di una doverosa trasparenza, questi dati, che rientrano
nel quadro della gestione amministrativa dei finanziamenti a favore della
minoranza. Troviamo, invece, assolutamente giusta e corretta la richiesta
avanzata dal dirigente della minoranza Ennio Marchio che, in nome di
altrettanta trasparenza, anche i rappresentati dell'UpT rendano
pubblicamente note le loro remunerazioni: cosa che siamo certi verrà fatta.
Per concludere, siamo tutti d'accordo che «stiamo assistendo a una caduta
verticale di immagine dell'Ui e dell'UpT e quindi condividiamo l'assoluta
necessità di metter fine a tante sterili polemiche e di riallacciare
civilmente i rapporti nel rispetto dei ruoli reciproci», come è stato
civilmente suggerito.

Gianfranco Gambassini


Giovani i profanatori delle tombe? A Fiume si indaga

Proseguono a Fiume le indagini della polizia per scoprire gli autori
dell'atto vandalico commesso lo scorso fine settimana al cimitero di Cosala.
Come si ricorderà, alcuni ignoti hanno seriamente danneggiato 16 tombe e 2
nicchie di defunti fiumani, per lo più di nazionalità italiana.
La portavoce della locale Questura Mirjana Kulas ha comunque precisato che
le indagini hanno portato a individuare un gruppo di giovani quali presunti
autori dell'atto profanatorio che ha letteralmente scioccato l'opinione
pubblica. L'episodio è stato duramente condannato tra gli altri dal Console
generale d'Italia a Fiume Roberto Pietrosanto e dal presidente della
Comunità degli Italiani Aleksandar Lekovic. Stando alle prime stime, i danni
materiali ammontano a circa 5mila euro.

 

 

24 January 2003

Stati Uniti e Serbia di nuovo ai ferri corti. Dal 31 marzo sanzioni contro
Belgrado


Alla vigilia dell'attacco contro l'Iraq, gli Stati Uniti rischiano di
riaprire un altro fronte di crisi in Europa. Si sono infatti improvvisamente
raggelati i rapporti fra Washington e le autorità di Belgrado. Il "casus
belli" è rappresentato dalla latitanza di Ratko Mladic e di altri serbi
accusati di crimini di guerra in Bosnia. Gli Usa esigono la loro consegna,
ma il governo di Zoran Djindjic nei giorni scorsi ha risposto picche.
Belgrado sostiene di aver già dimostrato la sua buona volontà consengando
Slobodan Milosevic, Milan Milutinovic e Biljana Plavsic alla giustizia
internazionale.
L'Occidente - dicono le autorità serbe - sta esigendo troppo da noi, mentre
dozzine di criminali di guerra sono ancora liberi in Croazia. Lo stesso
governo serbo ha chiesto ufficialmente al Tribunale Internazionale che
giudica i crimini balcanici il rilascio di Milutinovic, impegnandosi a non
sottrarre lo stesso alla giustizia dell'Aia. Dopo il "no" alla consegna dei
criminali di guerra latitanti, gli Stati Uniti hanno dichiarato che gli
aiuti finanziari al governo serbo verranno congelati. Dal 31 marzo
scatteranno nuove sanzioni economiche contro Belgrado.


Indignazione per le tombe profanate. Parlano i presidenti della Federazione
degli esuli e dell'Anvgd

Diciotto tombe e due nicchie completamente distrutte nel cimitero
monumentale di Cosala: gli inquirenti stanno indagando, mentre si
accavallano i commenti di chi si sente direttamente colpito dall'accaduto.
È inquietante il fatto che i vandali abbiano preso di mira ben sedici tombe
con cognomi italiani o terminanti con "ch", e quattro sulle quali appaiono
cognomi che potrebbero far supporre un'origine serba: lapidi completamente
distrutte, statuette di marmo sgretolate, terra sparsa dappertutto, croci di
legno conficcate nel terreno alla rovescia.
Immediata la reazione del mondo egli esuli, in particolare di Guido
Brazzoduro e Lucio Toth, che hanno fatto pervenire anche a
www.arcipleagoadriatico.it comunicati in cui esprimono il proprio profondo
sdegno  quali massimi esponenti del mondo degli esuli che, da anni, con
varie iniziative, cercano di salvaguardare questo patrimonio civile di un
popolo sparso ma legato profondamente alle proprie radici.
«Esecrazione e condanna suscita la notizia dell'atto vandalico - scrive
Guido Brazzoduro, presidente della Federazione delle Associazioni degli
Esuli - compiuto nel Cimitero di Cosala a Fiume il 18-19 gennaio scorso
contro una ventina di tombe per lo più con nomi ed iscrizioni italiani», e
poi continua:
«È indubbio che si tratta di un atto teppistico inqualificabile, ma che
lascia preoccupati ed offesi, anche per il timore che sia un atto xenofobo
contro scritte, defunti, ricordi dell'italianità autoctona delle tombe
colpite. Non è causale il fatto che due giorni prima analogo fatto si sia
verificato al Cimitero di Pola.
«Nel ribadire la condanna da parte di tutti coloro che hanno senso civico e
convinto sentimento di rispetto per tutti i defunti, non solo italiani, si
confida che le autorità preposte sappiano individuare e punire in modo
esemplare i responsabili, e vi sia la doverosa attenzione e disponibilità
per un atto di riparazione anche materiale per i beni e le memorie colpite
da un atto così insensato».
Sdegno ed orrore vengono espressi anche nel comunicato del senatore Lucio
Toth, presidente dell'Anvgd: «un atto - scrive - che esige la più pronta
ricerca e identificazione dei responsabili. L'insulto di oggi richiama
quello arrecato nei giorni scorsi al Cimitero di Pola, nel quale sono stati
oltraggiati altri sepolcri, ed altri episodi ancora di barbara intolleranza
nei confronti dei monumenti e di memorie italiani in Istria».
«Questi atti - continua così il sen. Toth - rappresentano un'intollerabile
offesa ai defunti, alla dignità dell'uomo, alla sacralità della morte, alla
memoria storica dell'italianità autoctona della quale coloro che riposano
nella loro terra d'origine sono sereni depositari».



Giovanardi spacca il Governo. Il ministro esprime appoggio all'Unione
Italiana criticando di fatto l'Upt. Il pomo della discordia è la
divulgazione dei compensi ricevuti dai dirigenti

(p.r.) Lo scontro fra Università Popolare di Trieste e Unione Italiana di
Fiume sta assumendo rilievo nazionale, tanto da spaccare il Governo. Il
ministro per i rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, dell'Udc, prende
infatti le difese dell'Unione Italiana criticando indirettamente
l'Università Popolare di Trieste.
Già l'incipit del comunicato stampa del ministro vuole essere un chiaro
messaggio a chi propugna il principio del pluralismo all'interno della
Comunità nazionale italiana oltre confine: «Ho particolarmente apprezzato,
negli ultimi anni, l'attività svolta dall'Unione Italiana operante in
Slovenia e Croazia, associazione che rappresenta la minoranza di lingua
italiana in quei Paesi». Dunque l'Alida (Associazione libera italiani
dell'Adriatico) è avvertita tanto quanto i suoi sostenitori...
Ma non basta. «In questi giorni - continua nel suo comunicato Giovanardi - i
dirigenti dell'associazione sono stati vittime di polemiche ingenerose e
strumentali, alimentate spesso da nostalgici del vecchio regime comunista
jugoslavo». Qui c'è dunque un vero e proprio tentativo di ribaltare la
frittata, accusando di titoismo chi osa criticare gli eredi del titoismo.
«Voglio pertanto - prosegue il ministro - esprimere la mio solidarietà al
presidente Maurizio Tremul e al segretario (in realtà presidente della
Giunta esecutiva - ndr) Silvano Zilli, anche in relazione all'incredibile
episodio della diffusione di informazioni personali riguardanti membri
dell'Ui, in violazione delle procedure previste dalla legge». Giovanardi si
riferisce alla pubblicazione, da parte di alcuni quotidiani croati, di un
limitato numero di nominativi di appartenenti all'Unione Italiana che hanno
percepito finanziamenti di varia natura dall'Università Popolare di Trieste.
I dati (che anche "Trieste Oggi" possiede) erano stati divulgati dal
presidente della Comunità degli Italiani di Pola Tullio Persi, dal
presidente della Comunità degli Italiani di Abbazia Pietro Nutrizio e dal
presidente della Comunità degli Italiani di Draga di Moschiena Teobaldo
Rossi, tutti e tre soci fondatori dell'Alida.
«Forse - dichiara Giovanardi - qualcuno non riesce a capire che non c'è
nulla di scandaloso nel fatto che chi ricopre incarichi così importanti e
delicati possa avere un trattamento dignitoso simile a quello del sindaco di
una piccola città italiana». In realtà l'esigenza dei tre presidenti era
semplicemente quella della trasparenza, ovvero di conoscere chi riceve cosa
e per quale motivo, in modo da poter giudicare con cognizione di causa se i
soldi del contribuente italiano sono ben spesi.
«Il Governo italiano - conclude Giovanardi - intende continuare a sviluppare
tutte quelle iniziative tese a consolidare la presenza della minoranza
italiana in Croazia e Slovenia, che può essere garantita soltanto dal
rispetto pieno dell'autonomia e delle libere scelte democratiche degli
italiani d'oltre confine.
Giovanardi dice di parlare a nome del Governo italiano, dimenticando
tuttavia che l'Upt agisce non di sua iniziativa, ma per conto del Ministero
degli esteri. Inoltre Giovanardi trascura il fatto che l'Unione Italiana non
vive di autofinanziamento, ma in massima parte di contributi che le giungono
dal Governo italiano e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia. Né si capisce a
che titolo il ministro per i rapporti con il Parlamento si intrometta in
questioni di stretta attinenza del ministro degli esteri...
«Piena e assoluta solidarietà e appoggio alla minoranza italiana in Slovenia
e Croazia» viene peraltro espressa anche dalla Skgz (Unione culturale
economica slovena), secondo la quale si vuole «strappare la propria naturale
soggettività e quindi il diritto alla rappresentanza della comunità
nazionale italiana» con «interferenze politiche nei meccanismi di
finanziamento pubblico dell'associazionismo».

 

23 January 2003


Il gemellaggio della pace. Tondo e Haider vogliono creare un'isola di
dialogo nel cuore dell'Europa. Dalla sanità all'alta tecnologia, cresce la
collaborazione tra Fvg e Carinzia


La collaborazione istituzionale tra il Friuli Venezia Giulia e il Land
austriaco della Carinzia ha compiuto importanti passi avanti nell'ultimo
anno, ed è destinata a rafforzarsi ulteriormente nei prossimi mesi. Su
questo hanno concordato ieri a Trieste, in occasione del vertice fra le
Giunte delle due Regioni transfrontaliere, i due presidenti Renzo Tondo e
Jörg Haider.
La riunione è stata promossa per fare il punto sullo stato di avanzamento
dei progetti comuni a poco più di un anno dalla precedente riunione
congiunta, svoltasi nel castello di Seefels nel settembre del 2001, a cui
era seguita subito dopo, il 14 dicembre, la firma a Trieste di un Protocollo
di collaborazione tra Friuli Venezia Giulia e Carinzia. Dopo il vertice sono
stati definiti alcuni incontri bilaterali tra gli assessori competenti per
approfondire gli argomenti specifici.
«Il 2002 - ha detto Tondo nell'incontro con la stampa tenutosi dopo la
riunione - è stato un anno di produttivo lavoro comune, che apre le porte a
un ampliamento della collaborazione con la Carinzia, attraverso nuovi
progetti operativi i cui dettagli saranno definiti nei prossimi mesi».
La riunione di ieri è stata anche l'occasione per una valutazione comune
dell'iniziativa, sviluppatasi la scorsa estate, di ospitare tra Lignano e la
montagna carinziana i bambini di New York figli delle vittime dell'attacco
terroristico alle Torri gemelle. Il giudizio è stato unanimemente positivo.
Haider ha ricordato la notevole risonanza che l'evento ha avuto negli Usa:
oltre a numerosi articoli sulla stampa, 7 televisioni hanno dedicato
all'argomento un totale di 47 minuti.
Ciò rafforza - hanno concordato i due presidenti - il progetto di costituire
una "Regione della pace" nel centro Europa, da estendere anche ad altri
paesi, concepita come punto di riferimento e di dialogo tra i giovani di
tutto il mondo.
In occasione del vertice è stato discusso in particolare lo stato di
avanzamento del programma comunitario Interreg III Italia-Austria. Sono 16 i
progetti finora approvati che coinvolgono le due Regioni, con un impegno di
risorse da parte del Friuli Venezia Giulia pari a oltre 6,2 milioni di euro.
Questi progetti spaziano dai settori dell'economia all'ambiente, dalla
cultura alla sanità.
Su proposta delle Carinzia, è stato tra l'altro deciso di ampliare la
cooperazione sanitaria anche al campo delle malattie linfatiche, con un
impegno da parte del Friuli Venezia Giulia di individuare quanto prima i
partner (ospedali e centri di ricerca) del progetto.
La collaborazione nel settore delle tecnologie avanzate, con particolare
riferimento a quelle applicate all'ambiente, è stata anche discussa in modo
approfondito. Si è inoltre deciso di promuovere un'iniziativa congiunta,
coinvolgendo anche Stiria e Veneto, sulle "nanotecnologie", tenuto anche
conto che sull'argomento si terrà quest'anno nel Friuli Venezia Giulia una
conferenza mondiale.
È stato inoltre fatto il punto sulla collaborazione tra la Finest e
l'omologa società austriaca Babeg, per arrivare a una "regione
transnazionale dell'eccellenza". È stato individuato un percorso suddiviso
in diverse fasi, che porterà nel giro di tre anni alla costituzione di una
società mista per fornire servizi alle imprese.
Il presidente Tondo ha confermato il progetto, maturato attraverso colloqui
con i presidenti della Carinzia e della Stiria, di organizzare prossimamente
a Trieste una conferenza fra tutte le Regioni di Germania, Austria e Italia
che confinano con i paesi dell'Est di prossimo ingresso nell'Unione europea,
allo scopo di discutere i problemi comuni.


Vittime dei titoisti. Solo a Basovizza nel 1945 furono recuperati 450 metri
cubi di resti umani. A Kocevje vennero infoibati 18.000 croati, 11.000
sloveni, 4.500 russi e 2.400 serbi

(p.r.) Continuiamo la pubblicazione dello studio realizzato dal dott.
Giorgio Rustia (segretario dell'Associazione famiglie e congiunti deportati
italiani in Jugoslavia e infoibati), dal titolo «Contributo di analisi alla
valutazione della "Relazione sui rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956"
presentata dalla Commissione "storica" mista italo-slovena al Ministero
degli Affari esteri italiano». La "controrelazione" è stata sottoscritta
dall'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani in Jugoslavia e
infoibati, dal Centro studi storici della Guardia civica di Trieste,
dall'Associazione Culturale Giuliana, dal Gruppo Memorandum 88, dal
Movimento Nazionale Istria, Fiume, Dalmazia e da Continuità Adriatica.

L'occupazione jugoslava (1945) di Trieste di Gorizia e dell'Istria
Come conclusione della parte intitolata "Periodo 1941-1945, la relazione
dice:
«...i giuliani favorevoli all'Italia considerarono l'occupazione jugoslava
come il momento più buio della loro storia, anche perché essa si accompagnò
nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano ad un'ondata di
violenza che trovò espressione nell'arresto di migliaia di persone, parte
delle quali venne in più riprese rilasciata - in larga maggioranza italiani,
ma anche sloveni contrari al progetto politico comunista jugoslavo - in
centinaia di esecuzioni sommarie immediate - le cui vittime vennero in
genere gettate nelle foibe - e nella deportazione di un gran numero di
militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel
corso dei trasferimenti, nelle carceri o nei campi di concentramento creati
in diverse zone della Jugoslavia».
L'affermazione secondo cui l'ondata di violenza abbattutasi alla fine della
guerra sulla Venezia Giulia in seguito all'occupazione jugoslava avrebbe
trovato espressione in centinaia di esecuzioni sommarie, le cui vittime
sarebbero state gettate nelle foibe, ci dà la conferma che i membri italiani
della Commissione mista, sull'argomento "foibe", ignorano perfino le notizie
giornalistiche degli ultimi anni. Essi, ad esempio, sono all'oscuro del
recupero di 400 chili di ossa umane, effettuato da speleologi capodistriani
da alcune grotte dei dintorni di quella città, annunciato il 22 luglio 1992
da un quotidiano locale nella pagina "Istria, Litorale e Quarnero".
L'11 settembre dello stesso anno, in occasione del rinvenimento di una
quindicina di corpi umani in una grotta a San Daniele del Carso, lo stesso
quotidiano confermò la notizia dei ritrovamenti di Capodistria, scrivendo:
«C'è il sospetto che la Slovenia pulluli di grotte che nascondono resti
d'infoibati. In luglio una commissione di speleologi sloveni ha concluso
un'operazione di recupero dei resti umani nel Capodistriano portando alla
luce oltre quattro quintali di ossa».
L'argomento ritornò alla ribalta della cronaca nella primavera del 2000,
quando la stampa locale riprese l'accorato appello lanciato al Convegno
regionale di Speleologia del Friuli-Venezia Giulia, dal capo degli
speleologi sloveni che avevano effettuato i recuperi. Tra l'altro, nella sua
relazione, l'uomo dichiarò pure che 1400 chili di ossa recuperati erano solo
la «punta dell'iceberg» di quelli ancora giacenti.
La semplice lettura dei quotidiani avrebbe dovuto far dubitare i membri
italiani della Commissione sulla esiguità della quantificazione delle
vittime degli infoibamenti espressa in «centinaia» di persone.
Tuttavia, anche in assenza di tale informazione, non si comprende come mai
nemmeno uno dei componenti italiani della Commissione sia stato a conoscenza
di quanto scritto sull'argomento, non da un giornalista qualsiasi, ma da uno
studioso delle vicende giuliane quale il professor Diego de Castro, allora
professore ordinario nell'Università di Torino, nonché consigliere politico
del governo italiano a Trieste. Già nel settembre 1945, egli aveva steso una
serie di rapporti sull'argomento intitolati "ltalian prisoners in Yugoslav
camps", "Yugoslav atrocities and abuses in Venezia Giulia, Fiume and Zara" e
"The ravines of death". Proprio in questo ultimo rapporto vi è la denuncia,
chiara ed incontestabile, degli infoibamenti al Pozzo della Miniera di
Basovizza e dei recuperi di grandi quantità di resti umani effettuati da
tale tragico sito dagli Alleati sino dall'estate 1945.
Il professore, in ogni sua opera, ha sempre ribadito questa denuncia, talché
essa appare sia in "Il problema di Trieste", Cappelli, Bologna, 1952, sia in
"Trieste. Cenni riassuntivi sul problema giuliano nell'ultimo decennio",
Cappelli, Bologna, 1953.
In particolare, nel volume "Il problema di Trieste", con pazienza certosina,
il professore espone nella nota n° 1 delle pagine n° 171 e 172 del quinto
capitolo intitolato "L'occupazione jugoslava nella Venezia Giulia", una
lunga serie di riesumazioni desunte dalle cronache giornalistiche
dell'epoca.
Egli inizia dicendo: «Nella Zona A della Venezia Giulia, nel novembre 1945,
cominciarono, da parte di squadre di giovani, le esplorazioni delle foibe.
L'elenco che segue non è completo. Altre foibe furono trovate ed altre
vittime riesumate. Quella dì Basovizza era stata, già in precedenza,
esplorata dagli Alleati, che nel luglio ed agosto 1945 avevano tratto fuori,
mediante una benna, 450 metri cubi di resti umani».
E l'anno successivo lo stesso professore, nel suo "Trieste. Cenni
riassuntivi sul problema giuliano nello ultimo decennio", ribadisce sia i
recuperi di 450 metri cubi di resti umani dalla foiba di Basovizza, sia gli
altri recuperi, dicendo: «Altre foibe, innumerevoli, furono trovate col loro
raccapricciante contenuto di resti umani tormentati o semplicemente uccisi;
un elenco spaventosamente lungo e abbastanza preciso, se non completo, si
trova nel mio volume "Il problema di Trieste" da cui sono tratte queste
note».
Anche ammettendo che tutti i membri italiani che hanno firmato il documento
della Commissione fossero all'oscuro dì quanto scritto dal professor Diego
de Castro, è necessario far notare un'altra circostanza che rende veramente
inesplicabile la quantificazione delle vittime degli infoibamenti in
"centinaia".
Ai lavori della Commissione, infatti, ha partecipato per un non breve
periodo di tempo il professor Elio Apih, docente di Storia all'Università di
Trieste, al quale va il merito di aver reperito per primo, al Public Record
Office dì Londra, una serie di documenti di fonte anglo-americana e di
averne pubblicato il più significativo, anche se dopo avervi apportato
alcune censure, a pagina 163 del suo "Trieste. La storia economica e
sociale" edito nel 1988 da Laterza.
ll documento in questione (Pro, Fo 371/48953, r. 1085) che fa parte degli
atti di un'inchiesta disposta dal Quartier Generale delle forze alleate in
ltalia, riferisce che: «È stato stabilito, al di là di ogni dubbio, che
durante l'occupazione jugoslava di Trieste e del territorio molte migliaia
di persone sono state gettate nelle foibe locali. A Trieste tutti i membri
della Questura, della Pubblica sicurezza, della Guardia di Finanza, dei
Carabinieri, della Guardia Civica e combattenti e patrioti del Cln che sono
stati presi dagli Jugoslavi sono stati arrestati e gettati nelle foibe...
Basovizza. È stato riferito che vi sono state gettate circa 800 persone...
Il 2 maggio egli (il testimone, un sacerdote sloveno nds) andò a
Basovizza... vide in un campo vicino circa 150 civili... Tutti i 150 vennero
fucilati in massa... e, in seguito, in quanto non c'erano bare, vennero
gettati nella foiba... Il 3 maggio... vide nello stesso posto circa 250-300
persone. La maggior parte erano civili. C'erano soltanto circa 40 soldati
tedeschi... Queste persone vennero uccise dopo un processo sommario. Nella
maggior parte erano civili arrestati a Trieste».
Poiché appare estrememente improbabile che nemmeno uno dei componenti
italiani della Commissione abbia letto le opere dei professori de Castro ed
Apih, e comunque, anche se ciò fosse avvenuto, è assolutamente da escludersi
che quest'ultim, nel corso dei lavori abbia taciuto i risultati delle sue
riceche, non si comprende come essi abbiano potuto accettare una
quantificazione delle vittime così riduttiva.
Com'è errato e fuorviante quantificare le vittime delle foibe in centinaia,
altrettanto errato e fuorviante è l'inciso riguardante gli sloveni, contrari
al regime comunista, che avrebbero trovato la morte assieme agli italiani.
Nella zona di Gorizia e di Trieste, tra migliaia e migliaia di scomparsi, le
vittime slovene delle foibe non superano quantitativamente qualche decina di
persone. Tra esse, oltre al già citato Antonio Schuka, vanno ricordati Stana
Bardule e Mario Cech-Cecchi di Basovizza, Mario Baus, Danilo Mackiewycz di
Trieste, Dora Ciok di Longera, Francesco Jazbar di Idria, Stanislava Kravos
di Gorizia ed Errich Sprinar di Montespino.
In realtà, gli sloveni ed anche i croati contrari al regime comunista
assassinati alla fine della seconda guerra mondiale furono centinaia di
migliaia, ma la loro tragedia si compì in zone ben lontane dalla Venezia
Giulia.
Come testimoniato dagli articoli de "La Voce del Popolo" di Fiume sulla
messa funebre celebrata l'8 luglio 1990 dall'arcivescovo di Lubiana Alojz
Sustar alla presenza del presidente della Repubblica di Slovenia, negli
abissi della foresta di Kocevje furono infoibati sicuramente 11.000 militari
sloveni, 2.400 serbi, 4.500 russi e 18.000 croati, tutti anticomunisti. Essi
si erano arresi agli inglesi in Carinzia e furono da questi consegnati ai
titini, come quasi tutti coloro che fuggivano dalla Jugoslavia per sottrarsi
al terrore comunista.
Come testimoniato dall'articolo "Foibe, rivelazioni dei responsabili",
apparso su "Il Piccolo" del 30 novembre 1994, l'abisso di Podutik, nei
dintorni di Lubiana, fu la tomba per un migliaio di esseri umani. La
decomposizione dei corpi, però, portò all'inquinamento delle fonti d'acqua e
costrinse gli stessi assassini, dopo qualche settimana, a recuperare le
salme e a sotterrarle nella vallata vicina.
Nell'estate del 1999, dopo che nell'inverno precedente la televisione
italiana aveva mostrato le immagini del fondo della foiba di Montenero
d'Idria ricoperto da cumuli di ossa umane, e su "Il Piccolo" erano apparse
delle fotografie dalle quali anche il fondo della foiba di Casali Nemci,
presso Tarnova, appariva in tali condizioni, "La Voce del Popolo" di Fiume
diede la notizia che, nei lavori di costruzione della tangenziale di
Maribor, erano stati ritrovati dei resti umani.
Per la precisione, in settanta metri di scavi eseguiti dove durante la
guerra c'era una fossa anticarro lunga dai 2,5 ai 3 chilometri, erano
riemersi ben 700 scheletri. Avevano così drammatica ed incontestabile
conferma le denunce, rilasciate sin dall'immediato dopoguerra, dalla stampa
dei fuoriusciti jugoslavi in cui, oltre al massacro di decine di migliaia di
prigionieri a Rajenburg, Kamnik e nei pozzi abbandonati della miniera di
Brastnik, si citava esplicitamente che ben «40.000 cadaveri giacciono nelle
fosse comuni intorno a Maribor».
L'aver accettato la tesi secondo cui le vittime italiane dei massacri
avvenuti a fine guerra, sommariamente precipitate nelle foibe, sarebbero
quantificabili in centinaia, e l'aver taciuto il drammatico ammontare delle
vittime non italiane che subirono la stessa tremenda, inumana sorte conferma
pienamente il giudlzlo del professor Sema sui membri italiani della
Commissione mista italo-slovena: «essi non si sono comportati né da storici
italiani, né da storici competenti».

(Continua domani)


Assassinarono un italo-americano: dopo 8 anni usciranno dal carcere


Due petizioni contro il rilascio di due assassini. Teresa Bianco estende a
Trieste un'iniziativa partita a New York poco tempo fa, in merito a un
crimine avvenuto in territorio statunitense.
Questi i fatti. Il 4 luglio 1994 Richard Latorre, cittadino americano di
circa trent'anni, residente a Douglaston, New York, viene strangolato in
casa da un ladro che aveva colto in flagrante. L'assassino, aiutato dal
fratello, carica poi il suo corpo nel bagagliaio di un furgone abbandonato
poi per strada, nel Bronx.
I due assassini, entrambi con un corposo passato di crimini alle spalle,
sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio di primo grado e
favoreggiamento in omicidio, e sono stati condannati rispettivamente a 25 e
12 anni di carcere: il massimo della pena consentita in quello Stato. Non vi
è stata condanna per furto perché i beni rubati in casa della vittima non
sono mai stati trovati.
Ora, dopo aver scontato appena otto anni, il Tribunale ha deciso di
rilasciarli sulla parola. Di conseguenza la famiglia e gli amici della
vittima hanno promosso una petizione contro questo rilascio, da fare avere
al Tribunale al più presto. Infatti le udienze di George e Joseph Vasquez
(rispettivamente l'esecutore materiale del delitto e suo fratello) sono
fissate rispettivamente per marzo e luglio 2003, e le raccolte di firme
dovranno essere presentate almeno un mese prima.
Dai testi della petizione si evince non solo una motivazione morale e di
sostegno dei parenti della vittima, ma soprattutto la necessità sociale
della detenzione. «La natura crudele del loro crimine, il modo calcolato in
cui hanno tentato di nascondere le loro azioni e il loro sforzo per evitare
responsabilità a riguardo non qualificano certo George e Joseph Vasquez per
il rilascio sulla parola. Non voglio che criminali con un lungo passato di
violenze tornino in circolazione per rubare e assassinare di nuovo».
Considerando anche gli episodi criminosi e violenti, nonché i frequenti
comportamenti anti-sociali che hanno caratterizzato la vita di questi
personaggi fino al 1994, assume ancor più rilevanza quindi la questione
della sicurezza della comunità in cui verrebbero reinseriti.
Richard Latorre era figlio di una cugina di Teresa Bianco, la quale  pur
risiedendo a Trieste si è fatta carico di diffondere questo appello.
Purtroppo la firma di una petizione da parte di cittadini non residenti
negli Stati Uniti non ha alcun valore, a meno che non sia autenticata da un
funzionario consolare, al costo di circa 30 euro a firma, il che pone un
forte freno all'eventuale adesione.
Nel caso qualche cittadino statunitense residente o di passaggio a Trieste
fosse interessato a firmare, potrà mettersi in contatto con Teresa Bianco
attraverso "Trieste Oggi".



22 January 2003

 

«Il 27 gennaio il sindaco rappresenti anche gli sloveni»

Renato Kneipp*


In questi giorni abbiamo appreso con grande stupore, dalle pagine dei
quotidiani locali, che l'amministrazione comunale assieme alla "Comunità
ebraica" ha già predisposto il programma per le iniziative collegate alla
commemorazione della "Giornata della memoria".
Da un lato valutiamo positivamente questa sollecitudine, visto il profondo
significato ed importanza che tale data rappresenta, dall'altro
contestualmente apre dei quesiti, che ci costringono ad esprimere il nostro
rammarico e la nostra critica, nel dover constatare che il Comune di Trieste
ha, per l'ennesima volta, estromesso dalla fase preparatoria tutti quei
soggetti istituzionali, come la Provincia, i Comuni minori e tutte quelle
associazioni che fanno parte del "Comitato per la difesa dei valori della
resistenza e delle istituzioni democratiche" che di norma collaboravano in
modo attivo alla preparazione di iniziative dedicate alla "Memoria e alla
Resistenza".
Come Nccdl-Cgil di Trieste, riteniamo che l'atteggiamento adottato anche in
questa occasione dalla maggioranza che regge l'amministrazione comunale sia
inaccettabile ed alla fine dannosa per l'intera città, come si è purtroppo
dovuto già constatare l'anno scorso in occasione delle celebrazioni per il
25 aprile, con tutti i risvolti negativi anche a livello nazionale che
internazionale.
Del resto riteniamo altrettanto incomprensibile la scelta che gli
organizzatori hanno fatto rispetto agli oratori per la commemorazione che si
svolgerà nella mattinata del 27 in Risiera, dove l'intervento in lingua
slovena non è stato nemmeno preventivato. Ciò ha provocato proteste che
riteniamo più che fondate e nuove polemiche per la politica ormai esplicita,
sempre più condizionata da alcuni esponenti politici ben noti in città.
Pertanto come Nccdl-Cgil di Trieste chiediamo agli organizzatori una
riflessione, auspicando che si siano dei ripensamenti e che l'oratore
sloveno venga incluso nella cerimonia principale del 27 gennaio, ovvero, in
mancanza di tale soluzione, che "il sindaco di tutta la cittadinanza"
pronunci lui stesso il discorso in ambedue le lingue, dimostrando a questo
punto di essere veramente "il sindaco di tutte e tutti, italiani e sloveni".

*Segreteria Cgil di Trieste



"Mussolini, Hitler, Tito alle porte orientali d'Italia"

Oggi alle 17.30, presso la sede triestina dell'Istituto Giuliano di Storia,
Cultura e Documentazione, in via Trento 15, i proff. Giulio Cervani e Fulvio
Salimbeni presenteranno il volume "Mussolini, Hitler, Tito alle porte
orientali d'Italia" di Bruno Coceani, edito dallo stesso Istituto.

 


I croati negano di aver sparato al peschereccio. «Solo colpi in aria»


La Questura istriana ha ridimensionato l'increscioso incidente nel Golfo di
Trieste tra una motovedetta della polizia croata e il peschereccio italiano
"Eclisse" di Marano Lagunare.
Secondo la portavoce della Questura Stefanija Prosenjak Zumber, il motopesca
ieri mattina si trovava nelle acque territoriali croate a poco meno di due
miglia oltre la linea di demarcazione. I tre membri dell'equipaggio, mentre
stavano praticando la pesca con i ramponi sono stati notati da una
motovedetta della polizia croata. Gli agenti a bordo - così la portavoce -
hanno invitato i pescatori italiani con dei razzi luminosi ad andarsene dal
mare croato. Poi, considerato che l'invito era stato ignorato, hanno sparato
in aria dei colpi di fucile in segno di avvertimento. Solo allora il
peschereccio si è allontanato in direzione dell'Italia.
Invece secondo la dichiarazione del capobarca Oliviero Corso, l'Eclisse si
trovava in acque internazionali e gli agenti croati avrebbero sparato in
direzione dell'imbarcazione distruggendo il suo sistema radar.
Dell'accaduto è stato subito informato il Ministero croato degli Esteri, che
sta indagando.


«Rendiamo sicura la pesca nell'alto Adriatico»

Il consigliere regionale diessino Mattassi ha interpellato il presidente
della Regione in merito all'incidente avvenuto l'altra notte al limite delle
acque territoriali croate, quando una motovedetta croata ha sparato alcuni
colpi di arma da fuoco contro un peschereccio di Marano Lagunare.
Il consigliere dichiara la necessità di stabilire degli accordi tra Italia e
Croazia per definire con chiarezza i confini marittimi tra i due Stati e le
modalità di esercizio della pesca, considerando pure che fatti di questo
genere sono già accaduti in passato.
Attualmente la pesca avviene nelle acque a oltre un miglio e mezzo dalla
costa e a livello europeo si sta legiferando per aumentare a tre miglia tale
limite, il che - secondo Mattassi - renderebbe praticamente impossibile
l'esercizio della pesca in un tratto di mare stretto come quello dell'alto
Adriatico. Già oggi sono attivi protocolli di intesa per il monitoraggio
ambientale del mare Adriatico tra la nostra Regione e la vicina Croazia, e
comunque l'Unione Europea promuove accordi per lo sfruttamento compatibile
delle risorse marine. Quindi Mattassi chiede che il presidente della Regione
intervenga sollecitamente nei confronti del Governo nazionale, nello
specifico del sottosegretario agli Esteri Roberto Antonione, «per arrivare -
dichiara il consigliere - alla definizione di un protocollo di intesa tra le
autorità croate, quelle italiane e le associazioni professionali dei
pescatori italiani e croati per rendere legale e sicura la pesca nell'alto
Adriatico».

 

21 January 2003

Nell'Europa che "abbatte i confini", i croati ci sparano addosso.
Peschereccio italiano bersagliato dal fuoco straniero, nessun ferito


Alcuni colpi di arma da fuoco sono stati sparati ieri da una motovedetta
croata contro un peschereccio di Marano Lagunare, impegnato in una battuta
di pesca con ramponi al limite delle acque territoriali croate.
l proiettili sparati dalla motovedetta croata non hanno provocato feriti, ma
hanno danneggiato l'apparecchiatura radar del peschereccio, l'Eclisse,
un'imbarcazione da lavoro .di 16 metri di lunghezza che, oltre al
comandante, aveva a bordo altri due membri d'equipaggio.
Secondo quanto riferito dal comandante Oliviero Corso, la motovedetta croata
si è avvicinata a 25 metri dal peschereccio italiano, intimando
all'equipaggio di abbandonare le acque territoriali croate. ll comandante
dell'Eclisse, convinto della correttezza della propria posizione (tra Italia
e Croazia non vi è alcun tratto di acque internazionali), si è rifiutato di
accogliere l'invito e a questo punto uno dei militari croati ha sparato
sette-otto colpi di fucile contro il peschereccio, che hanno semidistrutto
l'apparato radar.
Solo a questo punto, l'Eclisse' ha invertito la propria rotta, informando
dell'accaduto la Guardia Costiera italiana. Contemporaneamente, stando al
racconto del comandante del peschereccio, anche la motovedetta croata ha
puntato la prua verso la costa istriana.
Da Lignano e Grado sono subito salpate due motovedette della Guardia
Costiera, che hanno scortato fino al porto di Marano Lagunare l'Eclisse. Da
Lignano ha levato gli ormeggi anche una motovedetta dei Carabinieri. Giunto
a terra, il comandante del peschereccio si è immediatamente recato in
Capitaneria per testimoniare su quanto avvenuto in mare.
Tale episodio è l'ultimo di una lunga serie di incidenti tra pescherecci
italiani e autorità marittime croate.
Per quanto riguarda le unità immatricolate in Friuli Venezia Giulia,
l'ultimo episodio di una certa gravità risale all'aprile 2001, quando alcune
raffiche di armi leggere, sparate sempre da una motovedetta croata,
raggiunsero lo scafo del Nuova Giuliana, iscritto nella marineria di Grado,
con a bordo un equipaggio di cinque uomini, nessuno dei quali rimase ferito.

18 January 2003

(p.r.) Oggi pubblichiamo la settima parte dello studio realizzato dal dott.
Giorgio Rustia (segretario dell'Associazione famiglie e congiunti deportati
italiani in Jugoslavia e infoibati), dal titolo «Contributo di analisi alla
valutazione della "Relazione sui rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956"
presentata dalla Commissione "storica" mista italo-slovena al Ministero
degli Affari esteri italiano». La "controrelazione" è stata sottoscritta
dall'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani in Jugoslavia e
infoibati, dal Centro studi storici della Guardia civica di Trieste,
dall'Associazione Culturale Giuliana, dal Gruppo Memorandum 88, dal
Movimento Nazionale Istria, Fiume, Dalmazia e da Continuità Adriatica. A
lato riportiamo le tabelle 7 e 7/A, che mettono a confronto il presunto
"esodo" degli sloveni dalla Venezia Giulia dopo la Prima Guerra Mondiale con
quello effettivo degli italiani dall'Istria (in particolare da Capodistria,
Isola e Pirano) dopo la Seconda.

...Continuando nell'esposizione dei fatti, ad un certo punto la relazione
afferma:
«Secondo stime jugoslave emigrarono complessivamente 105.000 sloveni e
croati; e se nei casi di emigrazione transoceanica è più difficile tracciare
un confine fra motivazioni economiche e politiche, nel caso di espatrii in
Jugoslavia, che coinvolsero sofrattutto giovani e intellettuali, il
collegamento diretto con le persecuzioni del fascismo è ben evidente».
Ancora una volta è necessario verificare la fondatezza di queste
enunciazioni, ed ancora una volta, per chiarire la loro attendibilità, ci
vengono in aiuto i dati quantitativi dei censimenti che sono esposti nella
tabella n° 7, che confronta le variazioni della popolazione slovena della
Venezia Giulia, suddivisa nei relativi distretti di appartenenza, nei
periodi che vanno dal 1880 al 1910 e dal 1910 al 1921.
Per tutta la durata del primo periodo, la regione fu soggetta
all'amministrazione austroungarica, mentre al termine del secondo periodo ad
essa era subentrata, da tre anni, l'amministrazione italiana, cosicché,
dalla differenza tra la popolazione slovena censita nel 1910 e quella
censita nel 1921, si può ricavare un'indicazione quantitativa dell'asserito
esodo cui sarebbero stati obbligati gli sloveni nei tre anni immediatamente
successivi alla fine della prima guerra mondiale.
SI vede dai dati esposti come la popolazione slovena della Venezia Giulia,
che nel 1910 era composta da 326.794 unità, nel 1921 fosse passata a
258.927, con una diminuzione di 67.867 unità pari al 26,6% del totale
originario del 1910.
Non si può però trascurare il fatto che tra il 1880 ed il 1910 detta
popolazione avesse registrato un incremento di 71.924 unità, pari al 28,2%
del totale originario del 1880, per cui, considerando il saldo tra gli
sloveni presenti in regione al 31/12/1880 e quelli presenti al 31/12/1921,
si deve prendere atto che il loro totale, in questo periodo, era comunque
aumentato di 4.057 unità.
A livello dei singoli distretti si nota che, come nel trentennio 1880-1910,
ben l'81% dell'immigrazione slovena nella Venezia Giulia si era verificata
nel distretti di Trieste, di Gorizia e di Pola, così nel 1921 da questi
stessi distretti partì il 79% del totale dell'emigrazione slovena dalla
regione.
È già stato dimostrato come l'incremento del trentennio 1880-1910
(surrettiziamente definito «espansione demografica» dalla relazione), altro
non sia stato che un'importazione selvaggia di sloveni nella nostra regione,
per cui dall'analisi attenta dei dati quantitativi forniti dai censimenti si
ricava che questo asserito esodo degli sloveni fu solo il rimpatrio di tutta
la moltitudine di funzionari, impiegati e manovalanza sloveni che il governo
imperial-regio aveva fatto calare nella nostra regione.
Ma non basta.
Gli studiosi della Commissione storica mista italo-slovena, che
automaticamente hanno trasformato la differenza totale tra gli sloveni
censiti nella Venezia Giulia nel 1910 e quelli censiti nel 1921
nell'ammontare delle vittime dell'asserita violenza dello Stato italiano nei
confronti della popolazione slovena, evidentemente non hanno tenuto conto
del fatto che, tra le due date di confronto, ci fu la Prima Guerra Mondiale
con i suoi 8,5 milioni di soldati caduti, tra i quali ben 1,2 milioni
dell'Esercito Austro-ungarico, cui si aggiunsero, nel 1919, gli effetti
devastanti della "febbre spagnola", che costò alla sola popolazione italiana
ben 300.000 morti in un anno.
In ogni caso, anche non volendo considerare questi due eventi, il richiamo
al presunto "esodo" degli sloveni alla fine della Prima Guerra Mondiale per
controbilanciare la reale pulizia etnica subita dagli italiani dell'lstria,
come vedremo nella tabella n° 7A è vergognosamente insultante e derisorio.
l diagrammi ed i dati di questa tabella non hanno bisogno di alcun commento,
in quanto danno chiaramente ed inequivocabilmente la rappresentazione di
come non ci sia stato alcun esodo da parte degli sloveni alla fine della
Prima Guerra Mondiale (la loro percentuale sul totale della popolazione
della Venezia giulia si ridusse di 6,5 punti percentuali) e di quale invece
sia stata l'ampiezza della brutale pulizia etnica esercitata dagli sloveni
sulla popolazione italiana delle cittadine rivierasche dell'lstria
occidentale (la percentuale degli abitanti italiani sul totale della
popolazione si ridusse di 80 punti percentuali).
Vale ancora la pena di ricordare che il Partito Nazionale Fascista ottenne
la guida di un governo di coalizione solo dopo la cosidetta "marcia su Roma"
(28 ottobre 1922), che si avviò a diventare una dittatura dopo la
promulgazione della legge elettorale maggioritaria del 23/12/1923 e lo
divenne dopo il discorso pronunciato da Mussolini alla Camera il 3 gennaio
1925.
Non si comprende come un partito che alle elezioni del mese dì novembre del
1919 non riuscì ad ottenere nemmeno un seggio per insediare il suo "Duce" al
Parlamento e che in quelle del giugno 1921 ne ottenne appena 35, abbia
potuto realizzare, senza aver alcun potere, al di fuori di quello delle
manifestazioni di piazza, una politica di persecuzione etnica verso gli
slavi, tale da farne fuggire ben 105.000 dalla Venezia Giulia.
Parlare quindi di esodo degli slavi in genere e degli sloveni in particolare
per effetto delle persecuzioni del regime avrebbe significato solo se
esistessero dei dati dai quali risulti che dopo il rimpatrio dei 105.000
slavi registrato col censimento del 31/12/1921 altri 105.000 slavi abbiano
lasciato la nostra regione.
In realtà tali dati non esistono ed alcuni Autori accennano ad un censimento
riservato del 1939 (condotto dai segretari e dagli impiegati comunali sulla
base della diretta conoscenza delle famiglie delle città e delle zone
rurali) che avrebbe rivelato una presenza proporzionale dì sloveni e croati
ancora molto alta rispetto al totale della popolazione italiana. «Da questo
punto di vista (cioè della snazionalizzazione, nds) - conclude un'Autrice
gravitante nell'orbita degli Istituti storici resistenziali - dunque si
registra un fallimento».
Non è quindi affatto evidente quale sia il collegamento diretto tra il
rimpatrio dei 105.000 sloveni e croati, avvenuto tra il 1919 ed il 1921, e
le persecuzioni del fascismo, proprio perché il regime si instaurò ben 3
anni dopo il 31/12/1921, data entro la quale il rimpatrio di sloveni e
croati era già avvenuto.
Fuorviante ed errata è quindi l'attribuzione delle cause del rimpatrio degli
slavi, dopo la prima guerra mondiale, alle violenze dello Stato italiano.
L'accettazione supina di questa tesi, da parte dei membri italiani della
Commissione mista, conferma il giudlzlo del prof. Sema: firmandola «essi non
si sono comportati né da storici italiani, né da storici competenti».

(Continua martedì)



20/01/03.

(p.r.) Oggi pubblichiamo un'ulteriore parte dello studio realizzato dal
dott. Giorgio Rustia (segretario dell'Associazione famiglie e congiunti
deportati italiani in Jugoslavia e infoibati), dal titolo «Contributo di
analisi alla valutazione della "Relazione sui rapporti italo-sloveni dal
1880 al 1956" presentata dalla Commissione "storica" mista italo-slovena al
Ministero degli Affari esteri italiano». La "controrelazione" è stata
sottoscritta dall'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani in
Jugoslavia e infoibati, dal Centro studi storici della Guardia civica di
Trieste, dall'Associazione Culturale Giuliana, dal Gruppo Memorandum 88, dal
Movimento Nazionale Istria, Fiume, Dalmazia e da Continuità Adriatica. A
lato riportiamo le tabelle 8 e 9, che illustrano la composizione etnica
delle città e dei comuni del "Litorale sloveno" nel 1880.

...Erano passati appena 35 anni da quando il Kopitar aveva scritto la prima
grammatica della lingua slovena e poco meno da quando Ljudevit Gaj aveva
fissato i fondamenti della lingua letteraria croata e gli intellettuali di
questi due popoli slavi avevano già avanzato le loro rivendicazioni
espansionistiche verso terre dove essi, particolarmente sulla costa, erano
un'infima minoranza.
Infatti, mentre Matija Ban, sul giornale croato di Ragusa "L'Avvenire"
scriveva che l'Adriatico era per eccellenza un mare slavo dall'lsonzo
all'Albania, la situazione demografica dei centri costieri, da Trieste a
Pirano, tanto per riferirsi alle sole pretese slovene, era quella esposta
nella tabella n° 8. Da essa, appare di un'evidenza solare che nei centri
urbani bagnati da quello che Matija Ban definisce un "mare slavo" gli slavi
tutti, cioè sloveni, serbi e croati, rappresentavano solo il 3,5% della
popolazione totale!
Considerando non solo i centri urbani rivieraschi, ma anche i loro
circondari, evidentemente abitati da contadini e non certo da pescatori e
marinai, la situazione, sempre nel 1880, è quella esposta nella tabella n°
9.
Gli sloveni non rappresentano più numericamente la terza minoranza come nei
centri urbani (cioè dopo gli italiani sudditi del Regno e dopo i tedeschi),
e passano ad essere numericamente la prima minoranza che supera appena il
18% della popolazione.
l serbo-croati, invece, rimangono sempre la quarta minoranza attestata sullo
0,4% della popolazione.
Ciò però non impedì al croato Eugen Kvaternik di scrivere sul suo diario,
nel 1859, la frase che è illuminante sulle pretese imperialistiche ed
espansionistiche degli slavi: «I porci italiani sono bramosi di possedere
l'Istria litoranea. Per Dio, non avverrà almeno finché ha vita un solo
croato!».
Un altro esempio delle cosiddette «rivendicazioni di autonomia culturale»
degli sloveni è fornito dal loro quotidiano "Edinost" di Trieste, che, nel
gennaio 1911, scrisse:
«La nostra lotta... non la abbandoneremo mai fino a quando avremo sotto i
piedi, ridotta in polvere, l'italianità di Trieste... che si trova agli
sgoccioli e festeggia la sua ultima orgia prima della morte. Noi sloveni
inviteremo, domani, questi votati alla morte a recitare il confiteor».
Come si vede nella tabella n° 10, dopo la rilevante importazione di sloveni
avvenuta nel trentennio 1880-1910, essi avevano raggiunto il 12,6% nel
centro urbano (dove nel 1880 erano il 3,8%), il 31,5% nei sobborghi (dove
nel 1880 erano il 21,9%) ed il 91,4% sull'altopiano (dove nel 1880 erano
l'89,9%). Nel totale del comune di Trieste (dove nel 1880 erano il 18,1%)
essi avevano raggiunto il 24,8% contro il 68,6% degli italiani, rimanendo
comunque largamente minoritari. Ciononostante gli intellettuali slavi
avevano stabilito, e proclamavano apertamente, il loro programma per la
"soluzione finale" del problema italiano. I votati alla morte (cioè gli
italiani della Venezia Giulia) sarebbero stati invitati a recitare il
Confiteor!
E si badi bene che l'enunciazione del genocidio degli italiani, realizzato
in seguito ma già pianificato allora, avvenne quando la Venezia Giulia era
sotto l'amministrazione austro-ungarica e Benito Mussolini era un capo
socialista e non aveva ancora fondato il Fascismo, alle cui persecuzioni gli
slavi, mentendo, attribuiscono tutta la responsabilità dei conflitti
interetnici nella nostra regione.
Interessante anche l'intervento del dottor Giuseppe Wilfan, tenuto il 31
maggio 1918 all'Hotel Balkan di Trieste. Su di esso così scrisse, una
settimana dopo, il "Lavoratore", organo dei socialisti triestini:
«L'avvocato Wilfan è stato di una limpidità sorprendente: Trieste e tutto il
litorale appartengono alla madre jugoslava, ed in ciò non conosciam