Italian National Revisionism

Trieste Oggi 2003

March

From a small local Trieste newspaper, Trieste Oggi, published Tuesday to Saturday, we can glean something about Venice Giulia, Istria, Fiume and Dalmatia: 

 

 

 


 

29 March

«Prima i beni, poi l'Ue»

azione giovani e' contraria all'ingresso "gratuito" della slovenia in europa

«Occorre condivisione di valori e reciprocità di diritti e doveri fra i

Paesi membri»

La presidenza provinciale di Azione Giovani si interroga sulla portata

effettiva del risultato della consultazione popolare con cui la Slovenia ha

espresso il suo parere favorevole sull'adesione all'Unione Europea.

Pur nella convinzione che l'allargamento rientri nell'inevitabile processo

politico avviato da anni, il movimento giovanile di An si domanda se le

perplessità espresse da altri Stati dell'Unione nei confronti di Paesi

candidati (si pensi ad esempio a quelle espresse nei confronti di Romania e

Bulgaria sulla base di valutazioni economiche o a quelle sollevate da

autorevoli esponenti politici europei nei confronti della Turchia) non

debbano riguardare - certamente sotto altri e differenti punti di vista -

anche la vicina Repubblica.

Azione Giovani ritiene che ancora non siano stati forniti da parte del

Governo sloveno chiarimenti sufficienti a sciogliere i nodi riguardanti gli

indennizzi agli esuli e la restituzione dei beni espropriati dal regime

titino.

Convinti che l'entrata nel consorzio europeo non costituisca un atto formale

con cui si accede ad un club di privilegiati o ad un gruppo affaristico, ma

comporti quale condicio sine qua non per l'adesione la reale condivisione

dei valori costitutivi dell'Unione, presto statuiti dalla Convenzione, i

giovani di An si chiedono se la mancata risoluzione

storico-politico-economica del contenzioso con l'Italia non debba essere

valutato quale prova determinante della reale condivisione di tali principi,

che si basano anzitutto sulla reciprocità dei diritti e dei doveri fra i

Paesi membri.

 

 

Comunisti o capitalisti?

la sinistra di rifondazione ritiene incoerente l'accordo con riccardo illy

«Come voteranno i nostri consiglieri regionali su privatizzazioni e

Corridoio 5?»

La sinistra interna di Rifondazione Comunista torna a farsi sentire in

merito all'ipotizzata all'alleanza elettorale con Riccardo Illy. Vincenzo

Cerceo, membro del Comitato politico provinciale, ha scritto una lettera

aperta agli elettori ed agli iscritti del partito. Ne riportiamo di seguito

il contenuto integrale.

 

Vincenzo Cerceo*

 

La decisione del Partito del Partito della Rifondazione Comunista, in questa

Regione, di sostenere come candidato a Governatore un confindustriale di

destra - sia dal punto di vista politico che da quello economico, perché

tale è Riccardo Illy, basti vedere le sue posizioni filo-berlusconiane sulla

guerra - è un errore tattico gravissimo, che rischia di compromettere

l'immagine del Partito dal punto di vista politico, né ci sarà da

meravigliarsi se, nel segreto dell'urna, vi saranno dei compagni che non se

la sentiranno, in base alla loro fede comunista, di avallare questa scelta.

Nella tattica, è possibile fare anche scelte ardite, e questo ce lo ha

insegnato il Lenin, ma esse non vanno mai effettuate perdendo d'occhio i

principi di fondo. Se la strategia del Partito, uscita dall'ultimo

Congresso, riguarda la creazione di un polo alternativo al capitalismo ed al

liberismo, come può, questo Partito, sostenere il "leader" dei capitalisti

ed il propugnatore del liberismo?

Accadrà, dunque, che in questa Regione, nello stesso periodo, noi da una

parte chiederemo ai cittadini i voti pro referendum articolo 18, e

dall'altra chiederemo i voti per dare il potere a chi contro tale articolo

18 si è sempre schierato. La gente queste cose le chiarirà, e ne trarrà le

conseguenze.

Speriamo solo che l'impatto per l'immagine del Partito non sia tale che esso

ne rimanga troppo danneggiato.

Ma è proprio di questo modo deteriore di intendere la strategia politica che

è morto il vecchio Pci: a forza di tattiche realistiche, alla fine si sono

resi conto che oramai non erano più comunisti, e ne hanno semplicemente

preso atto.

I compagni della minoranza interna di Rifondazione vogliono che ciò non

accada a questo Partito, e perciò operano ed opereranno dentro questo

Partito, rispettando scrupolosamente lo Statuto, ma esprimendo le loro idee,

in attesa che i fatti, che, come diceva Carlo Marx, hanno la testa dura, ci

diano per l'ennesima volta ragione. Perché non è per ideologia, ma per i

fatti che accadranno che noi siamo preoccupati.

Se domani Illy dovesse vincere le elezioni, e noi saremo parte sostanziale

della sua maggioranza, con magari un assessore in Giunta e magari anche un

posto di sottogoverno all'Ente Aeroportuale (si fa per dire), cosa faremo

quando Illy, come ha sempre detto, continuerà con le sue privatizzazioni?

Perché lo farà; la Confindustria vuole mandarlo in Regione proprio per quel

motivo. Così come esternalizzerà i servizi della sanità, e devasterà

l'ambiente con il "Corridoio 5". Allora i nostri consiglieri lo metteranno

in minoranza? Sarà utile dirlo ora, visto che Illy ha già valutato tale

ipotesi. Ecco in proposito le sue parole: «Mi dimetterò e manderò a casa

l'Assemblea». Quando ciò accadrà, i nostri eletti faranno i comunisti "di

fatto", opponendosi a tale politica? Oppure lo rimarranno solo di nome, come

fecero i seguaci di Armando Cossutta durante la guerra del Kossovo? Tra

l'altro, con i nostri voti, faremo sì che anche i nostri "alleati"

cossuttiani abbiano una bella rappresentanza in Regione. Allora, durante la

guerra del Kossovo, noi dicemmo che i cossuttiani facevano così per amore di

poltrone.

Per concludere: a nome della minoranza congressuale, ed in base a quanto già

prima esplicitamente dichiarato, invito ogni compagno al silenzio verso

l'esterno del Partito fino al termine della campagna elettorale. Ogni

militante, in coscienza, opererà singolarmente tenendo d'occhio lo Statuto.

I presenti argomenti verranno ripresi, in sede politica, dentro il Partito

ad elezioni ultimate, quando saranno da prendere altre decisioni in base ai

risultati ottenuti.

 

*Sinistra interna di Rifondazione Comunista

Membro del Comitato Politico Provinciale

 

 

 

28 March

«Il sindaco Ret si schieri per la pace,

anche se questo non piace ai partiti»

 

Egregio Direttore,

 

la mancata presa di posizione da parte dell'amministrazione comunale di

Duino Aurisina contro l'intervento armato in Iraq è, a nostro avviso,

sintomatica di quanto il sindaco e la sua Giunta non si curino di dare voce

a quella che è la volontà della cittadinanza ma si preoccupino

esclusivamente di farsi trovare allineati con la linea romana di Berlusconi

(peraltro non sostenuto da tutta la maggioranza parlamentare).

Così come parte del govemo (per l'ennesima volta alle prese con dissidi e

contrasti interni) pare essere sordo di fronte agli appelli del Santo Padre

e ai saggi richiami alla cautela del presidente della Repubblica, anche

nella nostra piccola realtà i politici di centrodestra manifestano evidenti

segni di cecità di fronte alle numerose bandiere multicolore ineggianti alla

pace esposte all'esterno di molte abitazioni. Troviamo di estrema gravità il

fatto che il sindaco abbia scelto di non intervenire in merito al "ripudio

della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali"

stabilito dall'articolo 11 della Costituzione e dall'articolo 3 dello

Statuto comunale, il quale recita anche «il Comune promuove la cooperazione

fra i popoli e riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e

dei popoli», dimostrando scarsa sensibilità storica e politica: Duino

Aurisina è stato teatro di violenze e atrocità durante il secondo conflitto

mondiale, e causa di profonde ferite che solo da poco hanno cominciato a

cicatrizzarsi. Per questa ragione, chi si trova alla guida di questo Comune,

indipendentemente dall'appartenenza politica, dovrebbe «promuovere la

cultura della pace» (sempre dall'art.3) dando vita a manifestazioni e

iniziative a favore della pace nel mondo. Anche a costo di risultare

indigesto ai suoi referenti partitici.

 

Demetrio Damiani

Michele Moro

 

Sconfitta per Piskulic

la corte di cassazione ha respinto le istanze di trasferimento del processo

L'ex dirigente titino verrà giudicato dalla Corte d'assise d'appello di Roma

Il processo a Oskar Piskulic resterà affidato alla Corte d'assise d'appello

di Roma. La Prima Sezione penale della Corte di cassazione ha infatti, su

conforme parere del procuratore generale, dichiarato l'inammissibilità delle

tre istanze con le quali il difensore di Piskulic Livio Bernot, sulla base

della legge Cirami, aveva ricusato i giudici della Corte d'appello di Roma,

ritenendo che avessero «manifestato indebitamente il convincimento sui fatti

in oggetto» e chiedendo pertanto che il processo venisse trasferito ad

un'altra Corte d'appello. Piskulic è stato condannato dai giudici al

pagamento delle spese alla cassa delle ammende: si tratta di 1.000 euro per

istanza, per un totale di 3.000 euro.

A questo punto il 15 aprile potrà dunque finalmente riprendere con l'udienza

conclusiva il processo che vede l'ultraottantenne ex dirigente della polizia

politica titina accusato dell'omicidio dell'antifascista Giuseppe Sincich,

avvenuto il 3 maggio 1945 a Fiume, non appena gli jugoslavi avevano preso

possesso della città.

In primo grado Piskulic era stato amnistiato in riferimento a questa

imputazione, mentre era stato assolto, ai sensi della legge del 1959 sui

reati "politici", dall'accusa di aver assassinato altri due autonomisti

fiumani: Mario Blasich e Nevio Skull.

Ma sia il sostituto procuratore generale Giovanni Malerba che l'avvocato di

parte civile Augusto Sinagra avevano fatto ricorso, sostenendo che le

motivazioni di Piskulic non erano ideologiche, bensì nazionalistiche.

 

 

Jakovcic ribatte: «Il progetto è solo civile, non militare»

Il presidente della Regione Istria Ivan Jakovcic ha reagito duramente alle

accuse dei socialdemocratici di Pola secondo cui il famoso progetto per la

conversione di aerei passeggeri in velivoli cargo non sarebbe altro che un

cavallo di Troia per far arrivare in città l'industria militare israeliana.

«Tengo a ribadire, ha dichiarato ieri ai giornalisti - che si tratta di un

progetto civile nel quale il partner israeliano è disposto a investire 30

milioni di euro. Ho già ottenuto l'appoggio delle massime cariche dello

Stato, con in testa il presidente Mesic e il vice premier Linic». Jakovcic

ha quindi accusato di primitivismo i politici e i media che hanno tirato in

ballo l'industria militare israeliana. «Evidentemente - ha precisato - il

quotidiano Glas Istre per incrementare le sue vendite nondisdegna il

sensazionalismo». Ha poi annunciato azioni legali contro la stampa nel caso

in cui il partner israeliano dovesse far marcia indietro, scoraggiato dal

clima poco favorevole.

E oggi Jakovcic avrà un incontro con alcuni industriali italiani interessati

a includersi nel progetto.

 

 

 

 

 

27 March

 

«Una croce sulla foiba»

il deputato furio radin e' convinto che la sua proposta verra' accolta

Auspicato un ritorno degli esuli «simbolico o reale» anche attraverso

investimenti

Auspicato un ritorno degli esuli «simbolico o reale» anche attraverso

investimenti

Nei rapporti tra i vertici croati e la minoranza italiana ci sono «grandi

progressi». Lo ha detto ieri a Zagabria il vice-ministro per le attività

produttive Adolfo Urso dopo l'incontro a Zagabria con il vice-premier Slavko

Linic. «È politicamente significativo - ha affermato Urso - che Linic abbia

manifestato aperture in tal senso e abbia riconosciuto il ruolo importante

della comunità italiana».

Urso ha incontrato anche il deputato della minoranza italiana Furio Radin,

al quale ha assicurato l'impegno del Governo italiano per il rafforzamento

degli impegni nei confronti del Gruppo nazionale italiano. «Se possiamo fare

qualcosa di più per aiutare le iniziative economiche della comunità

italiana, questo - ha garantito Urso - sarà certamente fatto». «È importante

- ha detto Radin - l'utilizzazione mirata a investimenti economici con il

20% dei fondi destinati dallo Stato italiano alla nostra comunità». Il

parlamentare ha comunque concordato sul superamento di molti ostacoli

storici, affermando che «oggi restano problemi al 90% di carattere

burocratico e soltanto al 10% di carattere culturale».

Radin ha poi sottolineato l'importanza di un ritorno degli esuli «simbolico

o reale, anche attraverso investimenti nell'area istriana».

Radin ha inoltre annunciato l'avvio di un progetto per la posa di una croce

su una foiba istriana. «Il progetto - ha reso noto - è stato accettato molto

bene dalla comunità, anche se qualche problema c'è stato con alcune

associazioni di partigiani». A suo giudizio tuttavia la questione verrà

«certamente risolta», poiché «è importante offrire un simbolo alla gente che

ha perso i propri cari nelle foibe e possa andare lì a mettere un fiore».

«In Croazia - ha fatto presente Radin - si è cominciato a parlare di foibe,

perché è una questione che ha riguardato anche i croati».

 

Sarà il vice-premier croato a occuparsi del Dalmat

la vendita al parlamentare italiano gianfranco cozzi era stata bloccata

Sarà il vice primo ministro croato Slavko Linic ad occuparsi direttamente

della vicenda del "Dalmat", lo storico panfilo degli Asburgo acquistato da

un imprenditore italiano e rimasto a Spalato dopo essere stato bloccato

dalle autorità. L'assicurazione è venuta nel corso dell'incontro tra Linic e

il vice ministro delle attività produttive Adolfo Urso, in missione in

Croazia.

Ad acquistare il panfilo per oltre 500mila euro è stato l'imprenditore e

deputato dell'Udc Gianfranco Cozzi, attraverso la sua società "Marina

Aregai". Tuttavia il Dalmat non è mai potuto entrare in ltalia, perché è

stato bloccato dal Ministero della cultura croato, in quanto ritenuto di

interesse storico culturale. Cozzi sta creando un museo di nautica a Santo

Stefano al Mare (lmperia), dove ha tutta l'intenzione di fare approdare

anche la barca appartenuta a Francesco Giuseppe.

In passato, a Spalato, il panfilo è diventato perfino una pizzeria, ed ha

anche rischiato di essere demolito. Per riportarlo agli antichi splendori,

il restauro completo è stato stimato in circa 5 milioni di euro. Se Cozzi

vincerà la sua battaglia, il "Dalmat" finirà in Liguria accanto al

"Tritone", altra storica imbarcazione che ospitò l'attrice Brigitte Bardot e

che oggi è simbolo del patrimonio museale dell'imprenditore.

Il "Dalmat" è l'ultima nave appartenuta agli Asburgo, imbarcazione militare

varata nel cantiere San Rocco di Trieste nel 1896 e ora semi-affondata nella

baia di Sveti Kaja, nei pressi di Spalato. Lungo 45 metri e largo 6,270

tonnellate di dislocamento, il "Dalmat" fu varato come yacht per un cugino

dell'imperatore Francesco Giuseppe, l'arciduca Carlo Stefano d'Asburgo, con

il nome di "Ossero".

Ribattezzato "Dalmat", dopo soli tre anni la marina militare austro-ungarica

decide di utilizzarla come nave stazionaria a Zara.

Nel 1914 passa alla storia perché proprio sul panfilo vengono trasportate le

salme di Francesco Ferdinando e dell'arciduchessa Sofia, uccisi a Sarajevo.

Durante la prima guerra mondiale il panfilo resta nel porto militare di

Cattaro e poi, nel 1920, il primo cambio di bandiera: passa al nuovo Regno

di Jugoslavia, cambia nome e diventa yacht dei Karadordevic, la famiglia

reale, con il nome di "Vila". Durante la seconda guerra mondiale,

l'imbarcazione viene trasformata in cannoniera e ribattezzata "Fata".

Nel 1945, dopo aver cambiato altri nomi, il panfilo viene utilizzato come

yacht. Dieci anni dopo è declassato in traghetto, per unire Spalato alla

dirimpettaia isola di Brazza.

Con il passare del tempo e con l'arrivo dei turisti, il panfilo imperiale

subisce un umiliante degrado, diventando un ristorante galleggiante.

Comprato dai fratelli Brkic nel 1971, per quindici anni resta ormeggiato

sulle rive della città per finire successivamente all'asta. In questa

occasione rischia la fine, perché a contenderselo ci sono anche dei

demolitori. Ma il destino decide diversamente: all'asta si presentano due

giocatori di basket croati, di cui uno, Duje Krustololok, campione alle

olimpiadi di Mosca nel 1980. I due campioni, subacquei appassionati,

comprano il panfilo e lo restaurano. La spesa per mettere in sesto la nave è

altissima: 400 milioni di vecchie lire.

Nessuno si fa poi avanti e, vicino a Spalato, il "Dalmat" semi-affonda

finché l'imprenditore italiano e parlamentare Udc, Gianfranco Cozzi,

interviene e decide di salvarlo.

 

 

Lorusso chiede a Illy di pronunciarsi

chiaramente sulla guerra all'Iraq

La strategia di Saddam

parla marino valle, triestino esperto di guerra "non convenzionale"

Attirare gli americani nelle città-trappola e lanciare messaggi alla Nazione

Araba

Paolo Zeriali

 

Siamo con l'ing. Marino Valle, esperto di guerra non convenzionale, per

parlare di quella che è l'offensiva anglo-americana contro l'Iraq. L'attacco

prosegue, ma incontra numerose resistenze. Il primo porto, Umm Qasr, che si

dava per conquistato da subito, è caduto in realtà molto più tardi, perché

ci sono state sacche di resistenza, a Bassora la situazione è estremamente

confusa ed anche altre città che si trovano più avanti sulla strada per

Baghdad sono teatro di furiosi combattimenti. Cosa può succedere a questo

punto? Credo ci siano tre scenari: quello di un'insurrezione del popolo

iracheno, che al momento non sembra così imminente, quella di una vittoria

occidentale ottenuta con grande fatica e sacrifici, e quella di una armata

anglo-americana che potrebbe impantanarsi e creare un piccolo Vietnam.

«Ci sono due ulteriori scenari. Uno di guerra guerreggiata, cioé di azioni

belliche vere e proprie, l'altro di guerra tipicamente psicologica. Su

quest'ultimo dobbiamo riscontrare che Saddam ha segnato un punto in proprio

favore, quando l'altro giorno è venuto fuori con quel proclama riportato da

"Al Jazeera", che ha fatto il giro del mondo e ha galvanizzato letteralmente

molta gente. Facendo leva sui presupposti psicologici degli iracheni, ha

praticamente "divinizzato" un certo numero di generali, dando una carica non

indifferente alla resistenza. E' stato un capolavoro sotto il profilo della

comunicazione: tutte quelle truppe combattenti che si identificano nei loro

generali, nei loro referenti militari, si sono sentite non poco

galvanizzate. Abbiamo poco da dire che sembravano un'accozzaglia di beduini

saltellanti attorno all'unico elicottero che sono riusciti a tirare giù.

L'impatto è stato devastante sotto il profilo della comunicazione. Da una

parte abbiamo avuto tutta l'informazione unidirezionale, dalla parte

occidentale, che dava l'idea della gioiosa macchina da guerra che non perde

un colpo e che va avanti. E' c'è stata questa squallida, dal nostro punto di

vista, manifestazione di caccia all'uomo spietata che superava un telefilm

di serie C, con la caccia ai piloti che non sono stati trovati e che si

sarebbero paracadutati nei canneti del Tigri...».

 

La battaglia dei media

 

E' stata un'operazione squisitamente mediatica: forse in realtà le autorità

irachene sapevano che non si era lanciato nessun pilota, ma avevano voluto

vedere la reazione del popolo...

«Questa, anche secondo me, era un'operazione di mera propraganda politica,

perché era propedeutica al messaggio di Saddam. Far vedere che stanno

reagendo, far vedere che non sono assolutamente impotenti ed incapaci

davanti alla strapotenza bellica americana ed inglese. A quel punto viene

fuori con un proclama in cui in sostanza sembrerebbe che loro stiano

vincendo la guerra. E' paradossale, però se calibrate bene il senso di

quelle parole ci sono tutta una serie di richiami mirati e simbolici a

quella che è la piscologia araba, a quello che è il concetto di nazione

panaraba. Il concetto stesso di cancellare lo Stato di Israele,

implicitamente insito nel discorso che ha fatto Saddam, serviva proprio a

galvanizzare non soltanto i propri combattenti ma anche quelli che sono in

pectore i loro alleati. Non per niente si stanno sempre più acuendo voci di

una richiesta da parte del mondo arabo del cessate il fuoco, di una tregua,

perché in effetti sta presentando una situazione leggermente diversa da

quella che era stata prospettata fino a pochi giorni fa dai nostri media

occidentali. Gli americani (questo rientrava già nei loro schemi di azione)

hanno isolato certe sacche di resistenza, se le lasciano alle spalle e vanno

avanti. Peccato che queste sacche di resistenza siano ancora dotate di mezzi

di comunicazione e al loro interno riescono a creare una situazione di

apparente tranquillità e normalità, di controllo del territorio, e quindi in

sostanza di invincibilità. Che cosa stanno conquistando gli occidentali?

Deserto, sabbia... Entrino nelle città se sono capaci, non ci sono ancora

entrati perché non sono capaci: questo è il messaggio».

 

Puntatori laser messi fuori uso con banali cortine fumogene

 

Quando entreranno nelle città...

«Verseranno sangue».

Sangue iracheno?

«No, anche del sangue americano ed inglese purtroppo. Del sangue iracheno

verrà sicuramente versato, però il problema tecnico è che con dei mezzi

apparentemente rudimentali, tipo delle banali cortine fumogene, hanno

dimostrato l'inefficacia di certe tecnologie sofisticate: ad esempio, i

puntatori laser non funzionano in quelle condizioni. Danno uno scarto di

errore tale per cui la precisione del sistema va a farsi benedire. Questo

gli iracheni lo sapevano ed hanno innescato un certo tipo di cortina

fumogena per cui certe armi dette "intelligenti" non possono venire

adoperate con l'efficacia e con l'impiego massiccio che gli occidentali si

aspettavano. Questa è una cosa, l'altra l'abbiamo vista sulla nostra pelle

con l'assedio di Cassino. La cosa più difficile da conquistare è una città,

soprattutto se bombardata e ridotta in macerie. I difensori conoscono

perfettamente il terreno e si muovono nelle infrastrutture sotterranee della

città, quindi vengono fuori come funghi da una parte all'altra, tendono

imboscate, colpiscono alle spalle e spariscono. E' la cosa più maledetta che

un combattente appiedato debba affrontare. Lo abbiamo visto a Stalingrado.

Ci si impantana puntualmente, il problema sono i civili, che a questo punto

diventano ostaggi dell'una o dell'altra parte. Quando si tagliano i servizi

essenziali, si affama la gente. A quel punto, però, non so quanto convenga

agli americani passare per truci assediatori perché ci sono donne, bambini,

vecchi, ammalati, feriti dentro la città. Per cui sotto il profilo

psicologico non so quanto ci facciano un affare ad affrontare una tale

situazione».

 

Stalingrado e Cassino dimostrano quanto sia difficile conquistare una città

bombardata

 

La cosiddetta "strategia leggera" del generale Franks, quella di non

utilizzare tantissime truppe, ma di cercare piuttosto delle iniziative

mirate, degli attacchi mirati e intelligenti, sta funzionando?

«Secondo me, no. In questo momento sta segnando il passo. Questo tipo di

strategia potrebbe funzionare solamente se ci fosse un moto insurrezionale,

ma è ancora troppo presto. Le forze irachene sono ancora troppo coese. Se ci

fossero degli atti di sabotaggio, se ci fossero dei moti insurrezionali,

allora questi "super-specialisti" che sono già infiltrati potrebbero dare

buon gioco e creare tale scompiglio da fomentare un moto insurrezionale.

Però adesso è ancora troppo presto».

Eppure ci sono tante masse irachene che sono state duramente oppresse da

parte del regime di Saddam, per cui l'opposizione popolare non dovrebbe

certo mancare.

«Esiste, però è una massa non efficace, una massa pressoché inerme in questo

momento. Sono maturati certi eventi, questi eventi hanno fatto da una parte

il gioco degli americani, che hanno ammassato le truppe e quindi si sono

preparati a puntino per il loro attacco. Dall'altra parte hanno fatto sì che

Saddam si rafforzasse, si costituisse a baluardo difensivo come poi infatti

ha dimostrato, ma nello stesso tempo riuscisse a fare piazza pulita e

cercasse, individuando uno per uno gli oppositori, eliminandoli fisicamente.

Questi oppositori sono delle masse "acefale", che hanno bisogno di essere

orientate e guidate in questo momento. I capi che dovrebbero guidare queste

masse sono stati o eliminati o messi in condizioni di non poter esercitare

questa funzione per cui queste masse sarebbero guidate da persone di basso

profilo, quindi la loro azione sarebbe ancora poco efficace. Bisogna

attendere ancora del tempo per poter avere questo eventuale moto

insurrezionale».

 

Gli oppositori sono tanti, ma il rais ha tolto di mezzo i loro leader

 

Per fortuna il terrorismo finora non si è fatto sentire, eccetto alcuni

piccolissimi episodi. Chiaramente possiamo essere smentiti in qualsiasi

momento. Questo come va letto? Questa alleanza di cui si è tanto parlato tra

Saddam Hussein e Bin Laden, che è stata uno degli argomenti a favore

dell'attacco, sembra non funzionare...

«Saddam e Osama sono due realtà completamente diverse. Bisogna avere la

lucidità di separare le cose. Piaccia o non piaccia, Bin Laden è un

terrorista, piaccia o non piaccia Saddam è un capo di Stato, più o meno

legittimo secondo il punto di vista da cui si guardano le cose. Per Bin

Laden c'è una vera caccia all'uomo come per un terrorista, per Saddam si

stanno valutando opzioni di un suo eventuale esilio per lui, la sua famiglia

ed il suo entourage. Parliamo di migliaia di persone che andrebbero in

esilio con lui. Non lui ed alcuni stretti parenti, è un mondo che si

trascinerebbe dietro. Questo complicherebbe non poco l'attuazione di un

simile disegno. Già questa ipotesi dimostra la diversità delle situazioni.

Su quelle che saranno le interazioni tra Osama e Saddam nel momento in cui

si combatterà casa per casa in Iraq, resta tutto da vedere. Se ad esempio

dovesse concretizzarsi l'ipotesi di una tregua, è verosimile che l'ipotesi

terrorista verrebbe messa nel sonno. E' un ricatto che l'Occidente sta

subendo. Francia e Germania, che questo discorso evidentemente lo hanno

valutato, si sono tirate indietro. Non è un caso. Al di là di quelle che

erano le concessioni petrolifere, c'era anche questo discorso. Perché mai

due nazioni europee della dimensione di Francia e Germania si sono bloccate,

si sono tirate indietro e stanno tutto sommato valutando favorevolmente

ipotesi alternative alla prosecuzione dell'intervento armato? Sanno

benissimo che un'ipotesi di azione incontrollata e incontrollabile di

terrorismo li vedrebbe non dico soccombere, ma trovarsi in estrema

difficoltà. E' un fenomeno che è difficile da controllare».

E la posizione del Vaticano?

«E' assolutamente coerente con quelli che sono i suoi principi ed i suoi

dettami. Non è altro che da ammirare, anche se è una posizione che da certi

punti di vista è un po' troppo unilaterale. Il pacifismo unilaterale ad

oltranza ha indubbiamente i suoi vantaggi, ha indubbiamente i suoi punti di

forza. Sono nella ragione della logica dell'uomo contro la logica delle armi

e della forza. Sta producendo i suoi frutti, sta avvicinando incredibilmente

il mondo islamico al mondo cristiano-cattolico, non è una cosa di poco

conto. Questo va valutato su un piano globale dove potrebbe esserci

un'intesa al di sopra delle parti. Questo purtroppo cozza contro quelli che

sono gli interessi economici da superpotenza che gli americani, volenti o

nolenti, stanno perseguendo».

 

Con le sue posizioni sulla pace, il Vaticano vuole avvicinare il mondo

islamico a quello cattolico

 

Chi ha invece l'interesse che ci sia uno scontro di civiltà, uno scontro tra

cristiani e mussulmani? Vorrei ricordare che i mussulmani sono circa un

miliardo e di questi solo 200 milioni sono arabi. I cristiani sono a loro

volta più di un miliardo. Uno scontro fra questi due mondi a chi potrebbe

giovare?

«A nessuno, perché sarebbe un massacro di proporzioni enormi. Se pensiamo

quali sono le due concezioni della vita (che per certi versi sono molto

simili e per altri divergono sostanzialmente su alcuni punti), penso che

nessuna persona sana di mente, di buona volontà potrebbe supporre neanche

minimamente uno scontro tra queste due civiltà perché sarebbe un massacro a

livello globale. Si innescherebbe una reazione a catena di terrorismo e di

sanguinosi regolamenti di conti soprattutto in quei Paesi del Terzo Mondo,

dove è più facile accendere gli estremismi. Pensiamo cosa è successo in

tempi recenti con massacri brutali, a colpi di machete, di minoranze da una

e dall'altra parte. Quindi si innescherebbero dei conflitti sanguinosissimi

che distoglierebbero ancora di più risorse ambientali, risorse energetiche e

umanitarie. Chi può volere una cosa del genere? Un pazzo soltanto».

 

A chi giova uno scontro di civiltà? In teoria a nessuno...

 

Però non possiamo escludere che tra chi ha potere decisionale, da una parte

o dall'altra del mondo, non ci sia chi agisca in tal senso.

«Indubbiamente. Se andiamo ad analizzare gli accadimenti, è evidente che più

di qualcuno lavora in tal senso. Dire adesso "chi" sarebbe molto difficile,

perché ci vogliono prove documentali, non si possono fare discorsi sparando

nel mucchio. Ma è evidente che certi grossi gruppi di potere internazionale,

certe multinazionali, potrebbero avere tutto l'interesse a gestire un certo

tipo di forniture e di appalti, di innescare crisi in maniera altalenante su

certi scacchieri, pensiamo all'Africa, pensiamo al Sud America, al Sud Asia.

Ci sono delle situazioni a rischio, molto facili da innescare. Un quadro del

genere sarebbe come grasso che cola per certi signori sufficientemente

disinvolti, non necessariamente quelli che producono armi. Anche quelli che

investono in aiuti umanitari, quelli che producono un certo tipo di aiuti e

medicinali. I media ci hanno abituati a ragionare in certi termini, a

pensare che i guerrafondai siano solo i produttori di armi. Altrettanto

guerrafondai potrebbero, con rispetto parlando, essere anche certe

multinazionali produttrici di beni di necessità o di farmaci, ad esempio,

oppure di certi cibi, multinazionali che devono smaltire la produzione da

qualche parte e la vendono con appalti per aiuti umanitari. Ci sarebbe molto

da dire su queste cose».

 

 

L'Istria fa affari con gli israeliani

Il presidente della Regione Istriana Ivan Jakovcic è nel mirino dei

socialdemocratici di Pola a proposito del famoso progetto, da attuare con un

partner israeliano, relativo alla conversione degli aerei passeggeri in

velivoli da carico. Le relative officine dovrebbero trovar posto proprio

vicino allo scalo aereo di Altura, alle porte di Pola. Dietro al progetto,

che prevede l'apertura di centinaia di posti di lavoro, ci sarebbero però

gli interessi dell'industria militare di Tel Aviv. Lo ha affermato ieri in

conferenza stampa il presidente dei socialdemocratici polesi Livio

Bolkovic. «Non sto - ha spiegato -parlando a vanvera, ma in riferimento a

precisi avvenimenti. A proposito ha citato il recente incontro sul progetto,

tra lo stesso Jakovcic e nientemeno che il comandante dell'aviazione

militare israeliana. E che dietro a tutto ci sarebbe l'industria bellica,

come scrive il quotidiano "Glas Istre", lo conferma internet, dove il

partner israeliano viene definito «azienda leader nel mondo nello sviluppo e

ricerca di mercato delle armi di difesa».

 

 

Un contributo alla verità

si presenta oggi il libro "le vittime di nazionalita' italiana a fiume e

dintorni"

È il risultato di una rigorosa ricerca condotta da studiosi italiani e

croati

Si svolgerà oggi alle ore 18, nella sala "Tommaseo" dell'Hotel Jolly, la

presentazione del volume "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e

dintorni (1939-47)". Il libro è stato stampato a cura del Ministero italiano

per i beni e le attività culturali in versione bilingue (italiano e croato),

a cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski, ed è il risultato della

ricerca condotta dalla Società di studi fiumani di Roma e dall'Istituto

croato di storia di Zagabria. Si tratta di un lavoro di estrema importanza,

poiché per la prima volta si è concluso uno studio storico da parte di due

Paesi con l'intenzione di attenersi puramente ai fatti storici senza alcuna

strumentalizzazione.

L'incontro, aperto al pubblico, è promosso dall'Università Popolare di

Trieste e dalla Società di studi fiumani di Roma in collaborazione con il

Libero Comune di Fiume in esilio e con il contributo del Governo italiano

(Legge 72/2001).

Dopo i saluti del presidente dell'Università Popolare di Trieste Aldo

Raimondi, di quello della Federazione degli esuli fiumani, istriani e

dalmati Guido Brazzoduro, dell'onorevole Roberto Menia e dei rappresentanti

degli enti locali, il progetto verrà presentato e illustrato da Amleto

Ballarini, presidente della Società di studi fiumani.

Interverranno sull'argomento Giuseppe Parlato, della Libera Università degli

Studi "San Pio V" di Roma, Bozena Vranjes Soljan, dell'Università degli

Studi di Zagabria, Fulvio Salimbeni, dell'Università di Udine e Luciano

Giuricin, del Centro di ricerche storiche di Rovigno.

Per meglio presentare il tema, di seguito pubblichiamo l'intervento dal

titolo "Delocalizzare la Questione Orientale" tenuto dal prof. Giuseppe

Parlato a Zagabria alla presentazione del volume.

 

Prof. Giuseppe Parlato*

 

"Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)", frutto

della collaborazione di due prestigiose istituzioni culturali italiane e

croate, la Società di Studi Fiumani e il Hrvatski Institut za Povijest di

Zagabria, costituisce di per sé un avvenimento di eccezionale importanza

nella storia dei rapporti culturali fra i due Paesi e nella riflessione

storiografica sulle vicende che, nel secondo conflitto mondiale, hanno visto

come attori il popolo italiano e quello croato.

Sono noti a tutti gli avvenimenti che hanno pesantemente segnato il corso

della storia fra il 1939 e il 1947 nei rapporti fra Italia e Jugoslavia: non

è qui il caso di ricordarli, anche perché l'ampia e puntuale introduzione

storica di Amleto Ballarini permette al lettore una visione equilibrata e

corretta degli avvenimenti. Ho anche molto apprezzato l'altra introduzione,

quella di Mihael Sobolevski, che offre un quadro d'insieme molto suggestivo

nella interpretazione di quegli anni.

Ho anche notato che i due autori non si sono limitati a rappresentare - come

sarebbe stato anche comprensibile - le "ragioni" delle rispettive nazioni di

appartenenza: lo sforzo che entrambi hanno compiuto è stato quello di

giungere ad una interpretazione lucida e imparziale su avvenimenti tanto

delicati e che tanto profondamente hanno segnato i sentimenti delle

rispettive popolazioni.

Tale sforzo conferma che la strada della vera ricostruzione della memoria è

incominciata e che entrambe le parti hanno veramente intenzione di passare

dal sentimento alla razionalità, dalla rivendicazione alla comprensione, dal

sospetto alla cooperazione.

La gestione della memoria storica su avvenimenti che così nettamente hanno

diviso stati e popoli è questione talmente complessa che in certe situazioni

si è tentati dall'usare il classico "colpo di spugna": è più semplice, in

certi casi anche più utile politicamente, non ricordare più, non riaprire

ferite che il tempo non sempre ha rimarginato, non scavare nell'intimo del

dolore fisico di chi è morto o in quello morale di chi è sopravvissuto ma ha

dovuto lasciare la propria casa; è più comodo tentare di dimenticare ciò che

accaduto per potere in qualche modo riassumere la normalità come se nulla

fosse successo; è talvolta anche più proficuo sostenere che gli avvenimenti

appartengono al passato non soltanto perché sono passati sessanta anni ma

soprattutto perché di quegli orrori sono stati responsabili regimi che non

esistono più e che i rispettivi popoli hanno per sempre respinto dallo

scenario delle opzioni politiche.

Se così fosse, la vita dell'uomo non sarebbe quella complessa

stratificazione di passato e di memoria che, nel bene e nel male,

costituisce il vero elemento caratteristico dell'umanità: sarebbe soltanto

fredda e piatta quotidianità, sarebbe un presente nel quale non si possono

individuare i tratti caratteristici della civiltà, ma soltanto i segni

tecnici del progresso materiale, e forse neppure quello.

Che senso ha, nel 2002, occuparsi dei 2640 morti di nazionalità italiana a

Fiume durante un conflitto che ha visto cadere milioni di vite umane? È

soltanto il gusto dell'archivista nella ricerca di una macabra contabilità o

è solo la passione del patriota che intende sottolineare le responsabilità

del nemico? Né l'una né l'altra delle risposte dà l'esatta idea del lavoro

che qui presentiamo.

Ritengo che esistano tre livelli di lettura per comprendere esattamente

questa difficile e complessa ricerca storica.

In primo luogo essa mette in luce lo scenario che fa da sfondo agli

avvenimenti, senza il quale queste vicende non potrebbero essere comprese,

soprattutto dalle giovani generazioni.

Come ha ricordato giustamente il prof. Sobolevski, la seconda guerra

mondiale ha costituito un terribile esempio di guerra "totale", nella quale

la perfezione tecnologica è stata posta al servizio della distruzione del

nemico, nella quale non vi è stato posto per la tradizionale distinzione tra

civili e soldati, nella quale la soglia di rispetto della vita umana,

soprattutto se innocente, si è abbassata spaventosamente.

Aggiungerei a questo quadro del tutto condivisibile l'elemento ideologico,

che connota le guerre dei totalitarismi e che è stato proprio del secondo

conflitto mondiale, anche se la prima guerra ideologica è stata senza dubbio

quella del 1914-1918, nella quale, per altro, il progresso tecnico non fu

sufficiente a determinare gli effetti devastanti della guerra successiva.

Questa fu la prima guerra nella quale non si misero in evidenza solo le

categorie dell' "opportuno" o dell'"egoismo nazionale", ma soprattutto

quelle del "giusto" o dell'"ingiusto", del "morale" e dell'"immorale". Si

posero così le basi dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale, che

fu compiutamente ideologica e nella quale un progetto totalitario, nel

completare se stesso, nel cercare di eliminare i nemici, esterni ed interni,

che si opponevano alla costituzione dell'"uomo nuovo", non esitò a ricorrere

alla distruzione completa dell'avversario, del nemico, ovvero alla

"rieducazione politica e sociale" di chi è rimasto.

Nel caso specifico, nazismo e stalinismo avevano un progetto totalitario che

andava al di là delle semplici rettifiche di territorio, mirando ad una

"totale" omogeneità razziale o sociale.

Anche se il termine "fascismo" è stato decontestualizzato storicamente e ha,

per molto tempo, avuto un significato metastorico, di categoria morale

negativa, applicabile, quindi, a qualsiasi situazione storico-temporale,

emerge abbastanza bene anche da questa ricerca come il fascismo italiano sia

stato un "totalitarismo incompiuto", un totalitarismo, cioè, che avrebbe

voluto esserlo appieno ma che, a causa di alcune strutture storiche tipiche

del caso italiano (la presenza della Chiesa cattolica, soprattutto), non

riuscì ad esprimere completamente il proprio progetto. Sicché abbiamo il

caso di sacerdoti, addirittura di vescovi che, nonostante la politica di

nazionalizzazione promossa dal fascismo anche in centri tradizionalmente a

maggioranza "alloglotta", continuavano a dialogare pubblicamente - contro il

parere delle autorità statali - in croato o in sloveno con i propri fedeli,

senza correre rischi paragonabili a quelli che si sarebbero corsi in un

regime effettivamente totalitario.

Fu anche questa incapacità di essere compiutamente totalitario che limitò in

qualche modo la triste contabilità della repressione e dei morti, almeno

fino al periodo di pace, rispetto alle efficienze repressive di un nazismo o

di uno stalinismo; con la guerra, il fascismo - che non aveva razze

superiori credibili da proporre e che non aveva progetti sociali

rivoluzionari da applicare - espresse fino in fondo il proprio nazionalismo,

sì da fare identificare, nella visione dei partigiani di Tito, Italia e

fascismo in una indissolubile unità.

Evidentemente la situazione del 1943-45 non nasceva allora, ma costituiva

l'ultimo atto di una vicenda di cattivi rapporti tra italiani e "slavi" (per

usare un termine corrente nella pubblicistica italiana, ma che ben poco

identificava le nazionalità jugoslave) che aveva avuto origine

nell'Ottocento e che aveva seguito le evoluzioni economiche e sociali, gli

sviluppi culturali ed etnici delle popolazioni dell'Istria, del Quarnero e

della Dalmazia dagli ultimi venti anni del XIX secolo fino alla seconda

guerra mondiale.

Cattivi rapporti spesso fomentati dal "divide et impera" della duplice

monarchia, assai disponibile a favorire il sorgere di naturali antagonismi

tra due concezioni nazionalitarie che, col tempo, divennero direttamente

nazionaliste.

Oltre a questa essenziale visione di fondo, la ricerca offre una seconda

linea di lettura.

Quando si legge, nel testo di Ballarini, che fino agli anni Sessanta vi

erano ancora nei campi di concentramento jugoslavi prigionieri italiani di

cui il Governo italiano nulla o quasi sapeva - a cominciare dalle

motivazioni per cui questi connazionali erano da diciassette anni detenuti -

sorge spontanea la domanda delle ragioni di questa "disinformazione" e, di

conseguenza, delle ragioni per le quali su tali vicende è caduta una spessa

coltre di oblio per circa cinquant'anni.

Non è questo, vorrei essere chiaro, un appunto o una critica agli amici

croati: i sistemi politici, soprattutto quando sono di carattere

dittatoriale o totalitario, lasciano poco spazio alla dignità umana, ai

diritti inalienabili della persona.

Semmai l'osservazione è rivolta ai governi italiani, che non erano

dittatoriali o totalitari: in questo caso, paradossalmente, la questione è

ancora più grave. Questioni di carattere internazionale e strategico,

rapporti con una Jugoslavia non più allineata con Mosca, necessità di non

aprire un contenzioso con il paese amico con il quale, peraltro, non era

stato ancora firmato un trattato che definisse formalmente il confine,

furono elementi sufficienti per consigliare ai rappresentanti del popolo

italiano una cautela che in qualche caso ha confinato con la reticenza e la

rimozione.

Tuttavia tutto ciò non sarebbe stato possibile (o almeno non lo sarebbe

stato compiutamente) se la questione delle vicende che segnarono quello che

per l'Italia è il confine orientale fosse stata affrontata, discussa,

animata in sede storica. Invece, per cinquant'anni l'Italia ha ignorato che

cosa effettivamente fosse avvenuto in quegli anni, lasciando la gestione

della memoria, inevitabilmente e giustamente sofferta, ai protagonisti - gli

esuli, i parenti delle vittime e anche coloro che, italiani, in quelle terre

erano rimasti - i quali si sono sentiti soggetti di fatti sostanzialmente

ignoti alla vasta pubblica opinione.

Nessun dibattito fra gli storici, nessun accenno sui libri di testo, poche

serie ricerche tese a scavare la verità, nessuna delle quali però destinata

a determinare sull'argomento una diffusa conoscenza, anche solo a livello

divulgativo. E ciò non allo scopo rivendicatorio o di revanche, ma

semplicemente ai fini di una maggiore conoscenza della propria storia. Il

merito di questa ricerca è, alla luce di quanto finora detto, duplice.

Da un lato, grazie alla collaborazione degli storici croati e alla

disponibilità delle autorità del governo croato, si è riusciti a porre la

questione delle drammatiche vicende della seconda guerra mondiale

all'attenzione del governo e della opinione pubblica nazionale; dall'altro -

grazie alla collocazione "romana" della Società di Studi Fiumani - si è

riusciti a "delocalizzare" la questione orientale, a trasformarla da

marginale questione di memoria e di storia locale in questione nazionale e

forse, grazie appunto alla bilateralità degli studi, in questione europea.

Senza che, da nessuna delle due parti, alberghi la convinzione di disporre

della verità assoluta. In questo caso, la gestione della memoria perde il

suo carattere localistico e passionale per diventare memoria collettiva,

momento di riflessione pacata e razionale di un'intera comunità nazionale,

elemento essenziale per la costruzione di una storia meditata e non

condizionata ideologicamente, che è, a sua volta, il fattore essenziale

perché un popolo non perda la memoria di se stesso, perdendo, di

conseguenza, i tratti distintivi del proprio essere.

Il terzo livello è costituito dalla questione della memoria condivisa o

meno. È un problema non solo storiografico ma soprattutto di rapporti

culturali e politici. La memoria, nel caso specifico della questione

orientale, deve essere necessariamente condivisa? È giusto, umanamente e

moralmente, giungere ad una memoria che metta d'accordo le parti un tempo in

causa o in lotta? È opportuno che gli storici lavorino ad una storia che,

assumendo un po' di "verità" da una parte e un po' dall'altra, sia la

sintesi delle due "verità" in grado di essere condivisa da tutti? È

scentificamente fondato un siffatto modo di procedere?

Personalmente credo che la ricostruzione storica sia cosa alquanto delicata

e seria e che pertanto non debba prefiggersi risultati "politici", neppure

quelli finalizzati ai più nobili obiettivi. La ricerca storica dovrebbe

essere "laica" e mai definitiva, rispettosa soltanto della documentazione

onestamente ricercata e ancor più onestamente selezionata, senza reticenze

od omissioni. È per questi motivi che sono perplesso di fronte a una memoria

stabilita a tavolino, una volta per tutte, da storici che si sostituiscono

ai politici nella definizione della lettura "politicamente corretta" da

assumere in merito a vicende storiche così dolorose e così laceranti.

Ritengo invece che se due popoli, e di conseguenza due Stati, intendono

perseguire lealmente la via della cooperazione culturale, dello scambio

economico, del reciproco rispetto possono anche avere due memorie divise,

frutto di diverse letture che vanno rispettate perché sono il frutto della

cultura, delle passioni, della vita stessa delle comunità. Ciò non dovrebbe

impedire il dibattito, il confronto storico, nel rispetto della ricerca

onesta e scevra di condizionamenti ideologici.

Per cui, così come la ricerca che oggi presentiamo porta un contributo

assolutamente determinante alla costruzione della memoria italiana,

cercando, dopo decenni di colpevole ritardo, di fare luce sui massacri

subiti dagli italiani a Fiume, è auspicabile che gli storici croati possano

elaborare una propria memoria, relativa alle vittime croate durante l'ultimo

conflitto mondiale, senza per questo venire meno al rispetto per "l'altra

parte".

In altri termini: confrontarsi e riconoscersi diversi, senza odiarsi, è non

soltanto segno di grande civiltà ma è soprattutto la condizione precipua per

potersi ritrovare, questa volta insieme, a progettare le condizioni di

convivenza e di cooperazione nel più vasto scenario europeo.

 

*Presidente del Comitato Scientifico del CDM

 

 

«No alla Slovenia in Europa»

paris lippi (an) chiede di bloccare l'adesione «fino a che non vengono

restituiti i beni agli esuli»

Anche 'de Vidovich osserva che il problema degli italiani espropriati è

caduto nel dimenticatoio

Silvia Stern

 

«La Slovenia non deve entrare in Europa fino a che non concorda con le

associazioni degli esuli istriani la restituzione dei beni o un equo

indennizzo». Su questo tema resta ferma e decisa la posizione di Paris

Lippi, presidente provinciale di Alleanza Nazionale. «È l'ennesima volta -

precisa Lippi - che la Slovenia pretende senza dare niente in cambio». Per

questo motivo l'esponente del partito di Fini chiede che l'ingresso della

vicina Slovenia nell'Unione Europea venga bloccata per rispetto di tutti

coloro che hanno dovuto abbandonare quelle terre e che ancora oggi non hanno

avuto giustizia.

«I positivi risultati dei referendum sull'adesione della Repubblica di

Slovenia all'Unione Europea e alla Nato - aggiunge l'onorevole Renzo de'

Vidovich presidente della delegazione triestina dei dalmati italiani nel

Mondo (Libero Comune di Zara in esilio) - non possono che rallegrare gli

esuli adriatici, che rimangono però scettici sul fatto che sembra relegato

nel dimenticatoio il problema della restituzione dei beni degli italiani

espropriati dal regime comunista di Tito ed il diritto degli esuli e dei

loro discendenti a ritornare nelle terre degli avi». Secondo de' Vidovich,

il tentativo del governo sloveno di parificare i diritti dei pochi italiani

rimasti nei territori ceduti (non raggiungono le 3mila unità) con quelli

della minoranza slovena nel Friuli Venezia Giulia, ignorando che molte

decine di migliaia di italiani furono allontanati dall'Istria settentrionale

con il terrore e la pulizia etnica, deve essere respinta con fermezza perché

«premia quanti hanno operato ai danni delle popolazioni venete

dell'Adriatico orientale e costituisce un pericoloso precedente anche in

vista dell'imminente stipula del Trattato di amicizia italo-croato».

 

 

La Croazia istituisce

quattro zone franche

attireranno gli investitori stranieri

La Croazia attiverà presto 4 distretti industriali in zone franche.

L'annuncio è stato dato ieri a Zagabria dal ministro croato dell'Economia

Ljubo Jurcic, nel corso di un incontro con il viceministro alle Attività

produttive, Adolfo Urso. I distretti - che riguarderanno i settori del

legno, metalmeccanico, pellami e calzature dovrebbero essere attivati prima

dell'estate nelle aree di Varanzdin (nord-est), Bjelovar (nord), Gospic (a

sud dell'Istria) e Fiume.

Ricordando che le zone franche sono extraterritoriali dal punto di vista

doganale e fiscale, Jurcic ha sottolineato che esse devono essere orientate

verso l'esportazione. «Vogliamo creare un'atmosfera stimolante per gli

investimenti prima dell'ingresso nell'Unione Europea - ha detto il ministro

croato- siamo aperti al capitale estero affinchè l'economia croata si

avvicini a quella europea».

Le parole di Jurcic sono state commentate molto positivamente da Urso, in

Croazia per una missione di due giorni. «I settori di questi nuovi distretti

- ha detto il viceministro - sono molto interessanti per le imprese

italiane, anche se per gli investimenti in Croazia esistono ancora alcuni

problemi da risolvere».

«Siamo già in primo piano nel settore bancario - ha rimarcato Urso - così

come nella grande distribuzione, nei gas industriali e nel tessile; ora gli

investimenti italiani stanno fondando sulla meccanica, l'agroalimentare,

l'arredamento ed il turismo». Si tratta, secondo il viceministro, di

prospettive interessanti anche perché da parte italiana possono intervenire

i fondi della legge 84/2001 che l'Italia stanzia per aiutare le imprese a

lavorare nell'area.

«Negli ultimi due anni - ha spiegato Urso - gli investimenti italiani in

Croazia sono stati più importanti che nei precedenti otto, segno che il

business italiano fiuta l'approssimarsi della Croazia alla casa europea e il

suo ruolo strategico in vista dell'allargamento a Est». Per l'attivazione

dei nuovi investimenti legati ai 4 distretti industriali Jurcic e Urso hanno

concordato sull'importanza della costituzione di una "task force" nella

quale convergano le esperienze dei ministeri italiani del Commercio Estero,

degli Esteri e dell'Economia, dell'Ice, della Simest, della Finest e della

Sace.

 

«Autodeterminazione»

il consiglio regionale auspica che ogni popolo possa esercitarla

Respinta una mozione del centro-sinistra contro la guerra e l'uso delle basi

Respinta una mozione del centro-sinistra contro la guerra e l'uso delle basi

Dopo circa due ore di dibattito, il Consiglio regionale ha respinto a

maggioranza una mozione sulla guerra in Iraq.

Accolto invece, sempre dalla maggioranza, l'ordine del giorno di Ariis (Fi),

Violino (Ln), Molinaro (Udc) e Ritossa (An) con il quale il Consiglio

auspica che ogni popolo possa vivere secondo la propria autodeterminazione e

l'Europa ritrovi una sua unità di intenti, chiede poi il sostegno alla lotta

al terrorismo e approva la linea espressa dal Governo italiano.

La mozione, che portava la firma dei consiglieri Tesini (Ds), Moretton

(Dl-Margherita), Antonaz (Gm-Prc), Fontanelli (Ipu-Pdci), Puiatti

(Ipu-Verdi) e Baiutti (Ipu-Sdi), esprimeva il massimo allarme e la più ferma

contrarietà «all'attacco dell'Iraq deciso unilateralmente dagli Stati Uniti,

destinato a produrre costi drammatici sotto il profilo della vita umana e

conseguenze politiche e strategiche gravissime che mettono in discussione lo

stesso ruolo dell'Onu».

«La base Usa presente nella nostra regione - sottolineavano i firmatari -

potrebbe assumere un ruolo strategico nelle azioni di guerra, e ciò desta

preoccupazione per le possibili conseguenze che questa situazione potrebbe

avere nel caso in cui vi fosse una qualsiasi forma di estensione del

conflitto».

Date queste premesse, la mozione avrebbe inteso impegnare la Giunta a farsi

portavoce nei confronti del Governo della ferma contrarietà di questa

Regione alla guerra in Iraq e a chiedere che non fornisca alcun supporto

politico, diplomatico, operativo e logistico - incluse le basi militari - a

qualunque azione che configuri un coinvolgimento dell'Italia nelle

operazioni di guerra.

La contrarietà alla guerra, alle ragioni del più forte e non del diritto, la

scelta della pace e i contenuti del documento sono stati spiegati dai

firmatari Fontanelli e Puiatti, ai quali si sono aggiunti, con interventi

simili tra loro, Zvech, Mattassi e Alzetta (Ds), nonché Pegolo (Gm-Prc) e

Gherghetta (Ds), che hanno anche rimarcato la scarsa presenza dei

consiglieri in Aula e la loro poca sensibilità a un problema così grosso.

Narduzzi (Ln) ha esordito dicendo di aver cercato una bandiera americana da

portare in Aula per provocazione, perché la guerra va vista da tutti e due i

lati, senza demonizzare gli uni piuttosto che gli altri. Ha poi chiesto

perché non sia stata fatta alcuna manifestazione contro la guerra in Kosovo,

quando non solo non si impediva, ma anzi si incitavano gli americani a

colpire.

Riflessioni sono state fatte anche da Gottardo (Fi), che ha ricordato la

mancanza di bandiere di pace anche quando c'è stata la guerra contro la

Serbia, oltre a nominare l'Onu, l'autodeterminazione dei popoli, la

Palestina e Israele, la negazione dei diritti fondamentali dell'uomo,

l'attività diplomatica e lo spionaggio. «Bisogna restare obiettivi di fronte

a fatti internazionali che non possono essere usati in modo strumentale» -

ha concluso.

Baritussio (An) ha ricordato la scarsa presenza in Aula degli stessi

firmatari della mozione e la loro differente posizione quando si trattò

della guerra in Serbia. Poi ha fatto paragoni tra la guerra nei Balcani e i

trattamenti perpetrati in Iraq e il fatto che, dopo la caduta dell'Unione

Sovietica, solo gli Usa possono essere «il guardiano del mondo».

Respinti infine anche l'ordine del giorno a firma Puiatti, Zvech e Brussa

che chiedeva di sostenere la proposta di esilio di Saddam Hussein, e quello

di Alzetta, Antonaz, Fontanelli, Gherghetta sull'adesione alla

manifestazione del 23 marzo scorso "Fermiamo la guerra in Iraq" ad Aviano.

 

«Trieste è in rovina grazie al sistema dei partiti»

«il porto con luka koper e' in crisi e la telit "israeliana" non e' da meno»

Fabio Bellani*

 

Forza Nuova non ha turbato le "coscienze antifasciste" del Consiglio

comunale: non vi saranno altre iniziative come nelle scorse settimane. Il

gioco è bello fin che dura poco, e a noi, che abbiamo uno spiccato senso

dell'umorismo, piace cambiare di volta in volta lo svolgersi della nostra

attività.

Possono dormire sonni tranquilli i signori Omero e Decarli, e tutti gli

altri politicanti fautori di iniziative alquanto discutibili, oltreché

inutili, vedi ad esempio la Consulta per gli immigrati, il tentativo di

regolarizzare le unioni tra omosessuali attraverso il riconoscimento delle

coppie di fatto, le mozioni a favore degli ultras sloveni in occasione di

Italia-Slovenia e di quelli livornesi dopo Triestina-Livorno, con l'assurda

pretesa di scuse della città di Trieste e la costituzione di parte civile

del Comune nei confronti di tifosi vittime di una pretestuosa repressione

grazie ad una legge infame, mentre in nome del pacifismo ipocrita, del

sempre compreso anitifascismo e/o di una mistificatrice contrapposizione

alla globalizzazione, altri individui, all'ombra delle bandiere rosse,

possono permettersi danneggiamenti e violenze di ogni genere, fino a

bloccare treni e stazioni ferroviarie...

A lor signori ricordiamo: la cronica crisi del porto di Trieste, a favore di

quella Slovenia che in parte lo gestisce e che si appresta ad entrare

nell'Unione Europea dei mercanti tramite Luka Koper (regalo del

centrosinistra), la Telit, finita in mani israeliane con gli operai in cassa

integrazione, l'ingresso degli israeliani in regione è un regalo del

centrodestra... Stanno svendendo agli stranieri patrimoni che dovrebbero

essere rilevati dalle istituzioni; in caso di problemi dovrebbero comunque

restare risorse della nazione... Noi non dimentichiamo, come non

dimentichiamo che il Comune e le altre istituzioni pubbliche, seguendo

l'esempio generale di un "mondo del lavoro" basato sullo sfruttamento,

invece di assumere si basano su cooperative, che sono oramai il metodo

legale per sfruttare il lavoratore. Basta pensare al continuo slittamento

dell'entrata in vigore del contratto nazionale, a differenza del resto

d'Italia, che darebbe maggiori garanzie e dignità a questi coatti del

lavoro. Per non parlare degli anziani e dei giovani, abbandonati a se stessi

in quanto fasce non produttive, o dell'attuale crociata contro i gestori dei

locali aperti alla sera. Anche chi vuole crearsi una propria attività ha

vita dura, grazie ad un sistema che vuole la nostra città sempre più

desolata e grigia, un posto dove lasciar morire gli anziani, a loro spese, e

nulla di più, salvo poi ripopolarla con immigrati e sloveni, questo anche

grazie all'infame legge in favore del bilinguismo partorita dalla

sinistra... Questo è il futuro che si prospetta per Trieste...

A lor signori non importa niente se il caro vita aumenta, le paghe sono da

fame: tanto i loro lauti stipendi sono garantiti dal contribuente. Questo

vale per tutti i politicanti di professione. Appare chiaro (vi sono

innumerevoli esempi) che i politicanti della nostra città, invece di

preoccuparsi di cercare di fronteggiare gli svariati problemi locali, usano

la storia, quella scritta nel sangue, nella menzogna e nella vigliaccheria,

con la viltà partigiana di una "resistenza" costruita a guerra finita, come

oggetto di propaganda e di scontro politico... Ci avviciniamo alla nefasta

data del 25 aprile, e l'intero apparato di un sistema marcio e corrotto,

nato dall'antifascismo e dalla resistenza, che da oltre 50 anni di

malgoverni e ruberie sta affossando Trieste, si sta preparando alle solite

celebrazioni e alle solite polemiche, per una "liberazione" che in realtà

significa la sconfitta dell'Europa, l'inizio della spartizione e della

colonizzazione d'Europa, l'avvento di un sistema che ci ha dato droga,

aborto, omosessualità e immigrazione, quello che oggi viene denominato

"villaggio globale", dove tutto è lecito, fuorché la normalità, dove si

inneggia a quella famigerata società multirazziale, basata sul modello

americano, portatrice di conflitti tra civiltà (vedi le rivolte dei ghetti

di Los Angeles, Miami, le periferie francesi, diverse zone di Londra e

dell'intera Inghilterra, la situazione in Germania... e ricordiamoci di

Rostock) ed annientatrice di culture e tradizioni, ove tutti si riempirono

la bocca di democrazia, pacifismo, tolleranza, buonismo... specchietti per

allodole che stanno portando alla rovina la nostra Patria, la nostra città

ed il nostro popolo.

Contro il sistema di partiti e sindacati, ed i suoi falsi valori, Forza

Nuova contrappone onore, fedeltà, orgoglio e tradizione, per riaffermare

giustizia sociale, sovranità, identità e solidarietà nazionale: il

nazionalismo è la base per la ricostruzione della nostra terra. La

millenaria lotta del sangue contro l'oro si ripropone contro la società dei

mercanti.

 

*Segretario regionale Forza Nuova

 

 

 

25 March

 lo studio aurama di fiume si mette al servizio degli imprenditori italiani

Viene offerta intermediazione e consulenza finanziaria, legale, notarile e

fiscale

Paolo Radivo

 

La dottoressa Marinella Matic è stata direttrice dell'Edit di Fiume e

attualmente è responsabile finanziaria di questa casa

giornalistico-editoriale della minoranza italiana in Croazia che pubblica

"La Voce del popolo", "Panorama", "La Battana" e "Arcobaleno". Da alcuni

mesi ha avviato una sua iniziativa in ambito privato, che vuole fornire

consulenza finanziaria, legale, notarile e fiscale, ma anche

intermediazione, rappresentanza estera, revisione dei conti, perizie legali

e assistenza nell'ottenimento di fidi bancari agli imprenditori italiani che

volessero investire in Istria e nel Quarnero.

Chiediamo alla dott.ssa Matic come è nata quest'idea e di cosa si tratta

esattamente.

«Si tratta di un gruppo di professionisti che esercitano la propria attività

presso i propri studi ormai già da diversi anni. Questi professionisti,

ognuno specialista nel suo settore, hanno deciso di unire le forze, onde

essere in grado di presentare un pacchetto di assistenza imprenditoriale in

sintonia con le leggi croate, onde facilitare l'imprenditore straniero.

Stiamo parlando dell'imprenditore italiano che desidera venire in Croazia a

realizzare certi propri progetti o concretizzare delle proprie idee

imprenditoriali: fare degli investimenti, acquisire degli immobili oppure

iniziare un'attività nel settore alberghiero o della produzione. Ci sono

vari progetti che difficilmente decollano, soprattutto quando si tratta

della piccola e media imprenditoria. C'è una burocrazia abbastanza lenta, ci

sono delle leggi croate un po' specifiche che richiedono abbastanza impegno

e soprattutto abbastanza annessi cartacei. Quando si inizia questo iter

burocratico, la cosa "perde il fiato" e si rallenta il progetto di marcia

onde raggiungere il fine desiderato. Siccome molti imprenditori italiani

arrivano soprattutto nelle due Contee più vicine all'Italia cioè quella

istriana e quella litoraneo-montana, desiderano realizzare la propria idea

entro breve tempo. Tutto questo con la difficoltà linguistica e con una

burocrazia che non è molto svelta nel realizzare queste agevolazioni

necessarie. Molti iniziano a desistere, rinunciano oppure rinviano la

realizzazione delle proprie idee. Noi vorremmo contribuire nel nostro

piccolo, con questa proposta, a creare una rete anche a doppio senso di

marcia, nel senso che ipoteticamente ci può essere l'imprenditore croato che

desidera operare in Italia, anche se sicuramente è minore il numero di

persone che hanno l'intenzione di investire o iniziare un'attività in

Italia. Per poter fare un discorso europeistico, per essere all'avanguardia

dei tempi futuri che verranno, bisogna cercare di scordare che ci sono dei

confini, cercare di intercalare quanto più le attività di chi desidera

realizzare qualche concretezza nuova nel campo dell'imprenditoria e

soprattutto per realizzare un standard, un livello di vita migliore dalle

parti croate e forse un domani slovene».

Finora molti imprenditori o semplici cittadini italiani che hanno voluto

acquistare una casa si sono trovati in difficoltà oltreconfine, spesso in

una situazione di solitudine scontrandosi con la burocrazia, e magari hanno

rinunciato...

«A parte l'elemento linguistico, a parte la lentezza burocratica, c'è un

problema di cui va tenuto conto: per chi desidera acquistare beni immobili

c'è il sistema catastale. I libri che evidenziano l'elemento proprietario

non sono aggiornati come si deve, perciò chi desidera acquistare beni

immobili vada molto cauto. Molti hanno acquistato beni immobili da soggetti

sia privati sia territoriali e praticamente non possedevano il vero foglio

di proprietà. Qua inizia un complicato iter, perché qualcuno acquista cose

da una persona che non è proprietaria. Se si vuole fare un discorso in

concretezza del settore immobiliare bisogna essere molto cauti, fare tre

volte le verifiche necessarie per poi cercare di gestire questo immobile».

Inoltre la vertenza ancora aperta sui beni degli esuli complica ancora di

più la situazione, in quanto si tratta di proprietà ancora sottoposte ad una

trattativa interstatale tra Italia e Croazia. Quindi la prudenza e la

cautela dovrebbe essere accentuata anche da questo...

«Una proposta è di lasciare che vengano definiti giuridicamente con gli

accordi interstatali, e poi si potranno promuovere mille attività. Magari

uno le può già progettare, ma io non mi azzarderei a gestirle. Non comprerei

questi beni finché non c'è un accordo definitivo convalidato da tutti e due

gli Stati, dato che c'è un iter storico. Vediamo da tutti questi anni che è

abbastanza problematico. Perciò, fino a che non ci saranno le due firme

concrete da parte di Roma e Zagabria, forse questi beni è meglio lasciarli

da parte».

Altrimenti si possono rischiare dei "bidoni" sul piano finanziario e

pratico...

«Esatto. Se non è uno è l'altro, e dopo che uno ha messo tanta volontà e

potenzialità finanziaria, se poi una soluzione legale verrà a distorcere la

volontà di crescita e di operatività, magari si sentirà imbrogliato. Meglio

non rischiare: per adesso non hanno la certezza giuridica di poter essere

gestiti».

In questi anni la Croazia, per adeguarsi alla normativa comunitaria in

attesa di entrare ufficialmente nell'Unione europea, ha già cominciato,

seppur in maniera molto lenta e settoriale, a modificare la legislazione

interna, ma nei prossimi anni questo processo si accelererà e si amplierà

notevolmente...

«Auguriamocelo!».

A maggior ragione il vostro contributo potrebbe essere prezioso per quegli

imprenditori italiani che volessero capirne di più e non fare passi falsi...

«Noi non abbiamo delle grandissime pretese di diventare dei personaggi

professionalmente molto importanti. Abbiamo l'ambizione di realizzare una

nostra idea, una nostra proposta, auspicando che qualcuno la interpreti nel

modo giusto. Noi saremo quelli che assisteranno gli imprenditori nel

realizzare e concretizzare i loro progetti concreti e corretti. Se

riusciremo ad apportare in questo senso un discorso di positività, anche

piccolo, ne saremo gratificati, perché riteniamo che fino ad ora ci sia

stato un tipo di discorso che si presta più a conoscenze personali, che poi

alla fine si complicano strada facendo e magari provocano delle grosse

delusioni, oppure c'è abbastanza silenzio nel campo dell'imprenditoria.

Infatti si dice che politicamente ci sono tantissime progettistiche, ma

quando si tirano le somme di vere imprese ce ne sono pochissime. Soprattutto

l'imprenditore italiano piccolo e medio è poco presente in Istria e nella

Contea litoraneo-montana, a differenza di tedeschi ed austriaci. È un

peccato avere da queste parti una minoranza autoctona che non si riesca a

rivitalizzare l'elemento di italianità anche nel settore imprenditoriale.

Lasciamo da parte le istituzioni che sono burocratizzate e sono molto lente

nel realizzare. Gestiscano loro i progetti più grandi. La piccola

imprenditoria forse - questa è la nostra opinione e per la quale ci siamo

mobilitati - ha bisogno di una marcia in più, di dinamicità. E se sarà

assistita dai professionisti che vogliono e si augurano di essere al loro

servizio, dirò che c'è una prospettiva per realizzare».

Come vi si può contattare?

«Ci si può contattare tramite e-mail all'indirizzo

"marinella.matic@inet.hr", oppure telefonando allo 00385-51334761 oppure

ancora scrivendo a "Studio Aurama", Fiorello la Guardia 8, 51000

Fiume-Rijeka. Faremo inoltre della pubblicità su "Antenna 3 Trieste". Io

sarò la portavoce della squadra, anche per l'elemento di italianità che

gestisco. Perciò ben vengano anche quelli che hanno soltanto da chiedere.

Non c'è bisogno di voler gestire: ci si può anche soltanto informare. Dunque

già l'informazione è un passo per potersi creare un'idea per poi

concretizzarla».

Quindi lei sarà il punto di riferimento di una squadra multiprofessionale

che intende assistere, tutelare e aiutare chi in Croazia vuole, rispettando

le leggi, guadagnare o dar lavoro a chi in quei territori vive attualmente.

Il tutto in un'ottica di pacificazione e collaborazione materiale e non

solo...

«Penso che sia all'insegna della volontà di creare questa ampia famiglia

europea. Diciamo così: un gruppo di rappresentanti della minoranza italiana

cerca di fare un discorso europeo».

 

Tre condanne

per la strage

di Gospic

Tre condanne e un'assoluzione: questa la sentenza a conclusione del processo

per crimini di guerra contro 4 imputati del cosiddetto gruppo di Gospic,

iniziato 14 mesi fa al Tribunale regionale di Fiume. Tihomir Oreskovic è

stato condannato a 15 anni di reclusione, Mirko Norac a 12 e Stjepan Grandic

a 10.

I tre sono stati riconosciuti colpevoli di aver organizzato l'arresto, il

sequestro, la deportazione e la liquidazione di almeno 50 civili serbi,

nella zona di Gospic e Carlopago, 12 anni fa. Assolto invece per mancanza di

prove il quarto imputato, Ivica Rozic. Le sentenze sono impugnabili entro

15 giorni. Le quasi 400 persone raccoltesi dinanzi al palazzo di giustizia

hanno cominciato a urlare e a protestare dopo aver appreso la sentenza di

condanna.

I sostenitori perlopiù del generale in congedo Mirko Norac, giunti a Fiume

dalle regioni di Sinj e Imotski, hanno scandito slogan contro la pubblica

accusa, la giudice Saric, e perfino contro il premier Ivica Racan e il

presidente della Repubblica Stipe Mesic. I manifestanti hanno anche lanciato

oggetti contro la folla di giornalisti che tentava di lasciare il tribunale.

Accese proteste contro il verdetto anche nella regione di origine di Mirko

Norac, vale a dire Sinj, nell'entroterra dalmata. Un gruppo di 200 persone

ha bloccato la strada statale Zagabria-Sinj che passa proprio per il centro

della cittadina.

 

 

 

22 March

Quelle eroiche gesta

due partigiani comunisti uccisero una giovane carsolina che li aveva

rifiutati

Chissà se il Comune di Monfalcone vorrà ricordare almeno Maria Canciani?

Come abbiamo riportato venerdì 14 marzo, il Comune di Monfalcone non

intitolerà alcuna via o piazza ai martiri italiani delle foibe. L'assessore

monfalconese alla cultura Stefano Piredda ritiene infatti che «le vicende

che si intendono ricordare possano rappresentare ancora motivo di divisione,

e spesso anche di tensione, tra le diverse anime della popolazione locale».

A rispondere all'assessore è ora Giorgio Rustia, segretario

dell'Associazione famiglie e congiunti deportati italiani in Jugoslavia e

infoibati. Questo il contenuto della sua lettera.

 

Gent.mo assessore alla cultura,

ho appreso che l'intitolazione di una via o di una piazza ai "martiri

italiani delle foibe" potrebbe rappresentare ancora motivo di divisione, e

spesso anche di tensione, tra le diverse anime della popolazione

monfalconese.

Le propongo allora, di intitolare una via, anche periferica, alla memoria di

Maria Canciani, sconosciuta sventurata assassinata dai partigiani Bruno

Leghissa e Felice Trampus per non aver consentito ad essere violentata da

loro.

Il fatto è chiaramente confermato dalla deposizione che la povera Maria

Canciani rese al maresciallo di P.S. Giuseppe Semele il 1° novembre 1943

nell'ospedale Regina Elena di Monfalcone, prima di morire per le «ferite

multiple da arma da fuoco al torace e all'addome penetrati in cavità con

ematoma».

Qualoca anche l'intitolazione di una via alla povera Maria Canciani

costituisse atto contrario «all'unione ed all'armonia sociale», si potrebbe

dedicare una via ai due eroici combattenti per la libertà e la democrazia

che, con indomito coraggio e sublime sprezzo del pericolo, portarono a

compimento questa gloriosa azione di guerra partigiana.

 

Giorgio Rustia

Segretario associazione famiglie e congiunti

deportati italiani

in Jugoslavia

e infoibati

 

 

Prima tentarono di violentarla

le spararono vigliaccamente parecchi colpi alla schiena

Di seguito pubblichiamo il rapporto del maresciallo maggiore di Pubblica

Sicurezza Giuseppe Semele, del Commissariato di Monfalcone, datato 1°

novembre 1943, riguardante il vile tentato stupro e assassinio dell'allora

26enne slovena Maria Canciani.

 

L'anno 1943, addì 1 del mese di novembre, nel locale Ospedale Regina Elena

di Monfalcone.

Noi sottoscritti Semele Giuseppe, Maresciallo Maggiore di P.S., a seguito di

referto medico con prognosi riservata pervenuto a questo ufficio del

suddetto Ospedale da cui rileva che:

Canciani Maria di Vincenzo e fu Leghissa Maria, nata a Sgonico (Ts) il

3/9/1917, ed abitante a Ceroglie n. 1, presentava ferite multiple da arma da

fuoco al torace e all'addome, penetranti in cavità con ematoma;

ci siamo recati nel detto Ospedale ad interrogare la Canciani che ha

dichiarato:

- Verso le ore 18 del 29 decorso ottobre mi recai a Medeazza per prendere un

mio vestito che avevo a confezionare presso la sarta Leghissa Gisella di

colà.

- Al ritorno verso Ceroglie, strada facendo fui raggiunta da tali Leghissa

Bruno e Trampus Felice, che conosco molto bene fin dall'infanzia, i quali

cercarono di violentarmi.

- Poiché non acconsentii, malgrado le loro minacce fatte con arma, mi

strapparono l'involto e mi ingiunsero di andare per la mia strada.

- Per la verità avevo molta paura di loro per il fatto che si qualificarono

per partigiani e che conosco effettivamente che lo sono, comunque a passo

sollecito cercai di allontanarmi da loro.

- Senonché allontanatami pochi metri dal Leghissa e dal Trampus questi mi

esplosero parecchi colpi di rivoltella e pur soffrendo dal dolore cercai di

non muovermi per far credere loro che ero morta.

- Infatti i predetti, dopo che si assicurarono, si allontanarono.

- Malgrado le mie gravi ferite, quando mi assicurai del loro allontanamento,

con grande sforzo, e a carponi e strisciando per terra, riuscii a

raggiungere la mia abitazione e raccontai loro, e cioé ai miei famigliari

quanto mi era successo e che perciò mi trasportarono in quest'ospedale.

A.D.R. Non ho mai avuto con i suddetti rapporti intimi, né ho avuto rancore

con essi, sia io che la mia famiglia.

Letto, confermato e sottoscritto da noi e dalla dichiarante.

 

 

Mostra

alla Risiera:

ultimi giorni

Ultimi giorni di apertura alla Risiera di San Sabba (in Ratto della Pileria

43) per la mostra fotografica "La virtù nascosta. Eroi sconosciuti e

dittatura in Austria 1938-1945".

La mostra, realizzata dall'Associazione biblioteca austriaca di Udine,

promossa a Trieste dal Comune di Trieste - Assessorato ai Beni e alle

Attività culturali, e dai Civici musei di Storia ed Arte con l'adesione

della Commissione del Civico Museo della Risiera di San Sabba - Monumento

nazionale, resterà aperta sino al 30 marzo con orario feriale e festivo 9-13

(lunedì chiuso), a ingresso libero.

 

 

«A Umago si rispetti il bilinguismo»

La Commissione per le questioni della nazionalità italiana della Città di

Umago ha chiesto l'annullamento di un bando di concorso per l'assunzione di

tre dipendenti, pubblicato il 12 febbraio 2003 sulla Gazzetta Ufficiale

croata n. 22/03. Mario Jurman, presidente della Commissione, contesta il

fatto che tale bando sia stato pubblicato solo in lingua croata, e dunque

non in conformità con gli articoli 21 e 22 dello Statuto della Città di

Umago riguardanti l'uso paritetico della lingua italiana. La Commissione

richiede inoltre di prendere provvedimenti disciplinari nei confronti

dell'assessore competente, che non si sarebbe attenuto alle specifiche norme

dello Statuto, e insiste che in futuro queste vengano applicate soprattutto

per rispetto del bilinguismo in tutti i campi della vita pubblica della

Regione, così da difendere la ricchezza culturale che deriva dal vivere in

un territorio multietnico. La Commissione per le questioni della nazionalità

italiana vorrebbe inoltre che la pubblicazione dei concorsi pubblici

avvenisse, oltre che sulla Gazzetta Ufficiale, anche sui principali

quotidiani locali, sulle pagine web della Città di Umago e sulla bacheca del

Municipio.

 

 

«L'Europa non ha interesse a mettersi contro gli arabi»

Luca Romagnoli*

 

Il Movimento Sociale Fiamma Tricolore esprime solidarietà alla Nazione

Iraqena. Il Msft non ha una posizione che può essere semplicisticamente

liquidata come "antiamericana" o tanto meno "pacifista".

Noi intendiamo riaffermare il ruolo e l'indipendenza politica dell'Europa.

In tale ottica riteniamo che gli interessi geoeconomici e geopolitici del

Vecchio Continente collidano con quelli degli Stati Uniti, e questo, anche,

nella fattispecie di quella che si prefigura come una vera e propria

aggressione all'Iraq. L'Europa non ha alcun interesse ad inasprire i

rapporti con il mondo arabo ed islamico in generale, così come l'Europa non

ha alcun interesse a rafforzare ulteriormente le posizioni monopolistiche

delle multinazionali americane del petrolio. Gli Usa di fatto controllano

circa il 70% dell'energia mondiale prodotta (petrolio e non solo, ed

utilizzano circa un quarto dell'intero consumo mondiale). Non solo: stoccano

la risorsa petrolifera, mentre l'Italia, l'Europa e tanti altri Paesi

dipendono dal petrolio che in massima parte proviene dal Vicino e Medio

Oriente.

Inoltre le perplessità - espresse da Francia, Germania, Russia e altri Stati

- sulle prove relative agli armamenti di sterminio di massa effettivamente

posseduti dall'Iraq pongono fortemente in discussione la liceità

dell'intervento "extra moenia" e rafforzano la contrarietà ad esso.

Inoltre si sottolinea che: il popolo iraqeno è vittima dell'embargo e del

ricatto "oil for food" che gli Stati Uniti hanno imposto tramite le Nazioni

Unite, da oltre un decennio, embargo che riguarda persino le strutture

medicali; gli Stati Uniti hanno fornito per anni al regime di Saddam Hussein

supporto logistico, economico e armamenti; gli Usa e le Nazioni Unite

tollerano, da anni, le vessazioni nei confronti dei Curdi poste in essere

dalla Turchia in misura certo non minore di quanto avviene per i Curdi

iraqeni; tanti altri Stati - la cui "affidabilità" per il così detto

"Occidente" è tutta da dimostrare - posseggono tali tipologie d'armamenti;

le Nazioni Unite dovrebbero censurare la decisione d'attacco Usa-GB,

espressa a prescindere dalla valutazione del Consiglio di Sicurezza,

decisione che calpesta, ancora una volta, il diritto internazionale; infine

si rimarca come mai sia stato ventilato l'uso della forza, o altre forme di

sanzione siano mai state proposte, nei confronti dei tanti Stati che da

decenni disattendono le risoluzioni delle Nazioni Unite.

 

*Segretario Nazionale

del Movimento Sociale Fiamma Tricolore

 

 

Domani gli sloveni votano su Ue e Nato

Gli elettori sloveni sono chiamati domani alle urne per due referendum: il

primo riguarda l'adesione del loro Paese all'Unione Europea, il secondo

quella alla Nato. Praticamente tutte le forze politiche sono per un doppio

sì. Un contributo notevole a far propendere in tale direzione gli sloveni

sono state senz'altro le recenti visite di Romano Prodi e George Robertson.

 

 

Raccontare per preservare la memoria

piero tarticchio parlera' oggi del suo ultimo romanzo

Come preannunciato, oggi alle ore 17, nella Sala Imperatore dello Starhotel

Savoia Excelsior, in Riva del Mandracchio 4, il Libero Comune di Pola in

Esilio, con il contributo e la collaborazione del Centro di Documentazione

Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana e Dalmata, presenterà

il romanzo storico "Nascinguerra", di Piero Tarticchio, Editore

Baldini&Castoldi.

Ad introdurre la serata sarà il generale Silvio Mazzaroli, vice-presidente

dell'Unione degli Istriani e sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio.

Seguirà l'intervento di Piero Tarticchio, grafico, scrittore, nonché

direttore della redazione di Milano de "L'Arena di Pola".

Il prof. Gian Pietro Caliari, docente associato di teoria delle relazioni

internazionali dell'Università di Londra, parlerà invece del libro.

L'Arena di Pola è una testata che vanta una lunga tradizione: quasi

sessant'anni di storia, visto che era nata nel capoluogo istriano prima

dell'esodo della sua popolazione... che però ha seguito nel "lungo viaggio",

continuando sempre ad uscire, prima nel Friuli-Venezia Giulia ed ora a

Milano.

Come riporta il sito "arcipelagoadriatico.it", Tarticchio in realtà è

originario di Gallesano, località situata pochi chilometri a nord dalla

grande città dei cantieri, che tuttavia è già un altro mondo, da vivere e da

raccontare, fatto di riti contadini, di una parlata antica e molto vivace,

musicale, che ben si sposa con le note dei canti che caratterizzano la

cultura locale.

L'Istria è così: un mosaico infinito di piccole patrie per ciascun figlio di

quella terra. E Tarticchio l'ha capito e lo racconta nei numerosi libri che

ha pubblicato da quando ha deciso che la scrittura doveva diventare la sua

passione parallela, assieme a quella della pittura e della grafica.

«Sono un pubblicitario: conosco - confessa - i ritmi della narrazione, so

quando è il momento di mettere un punto e quando invece si può indugiare».

E dire che tutto è successo quasi per caso all'età di sessant'anni. I testi

che aveva scritto sino ad allora erano legati alla sua attività di grafico e

pubblicitario, più messaggi che racconti, quindi, «incisivi nella loro

scioltezza».

«Il primo libro - racconta - l'ho buttato giù in 50 giorni. "Le Radici del

Vento" è stata una prova e un apripista per tutto ciò che avevo dentro. Il

mio editore ha deciso di inviarlo al Concorso Istria Nobilissima, che

proprio in quella edizione aveva aperto anche al mondo degli esuli, e sono

risultato vincitore. Prima di allora non avevo mai avuto contatti con la

comunità dei rimasti. A Gallesano mi legavano ricordi dolorosi, in casa mia

hanno pianto ben sette parenti infoibati. Noi avevamo un negozio di generi

vari nella piazza principale. Ma anche occuparmi dell'Arena di Pola è un

modo per ritornare a temi mai dimenticati. Sono cosciente che questo è un

giornale degli esuli, eppure cerco di determinarne un'evoluzione».

«Ai giovani - racconta Tarticchio - penso spesso. Noi esuli sparsi in tutto

il mondo siamo destinati a far perdere le nostre tracce per il fatto che è

impossibile tramandare un imprinting solo attraverso il racconto. Perché sia

vero, reale, ci vuole il profumo della terra, gli odori che non mi stanco

mai di descrivere nei miei libri. Ecco perché varrebbe la pena di recuperare

la terra attraverso contatti di vario genere ed iniziative congiunte. Mi

chiedo spesso perché durante i raduni si parli tanto di come eravamo

evitando di ragionare su come saremo».

Nelle sue considerazioni Tarticchio è come l'Istria, un mosaico di

sensazioni e di emozioni che desidera comunicare. La sua scrittura ne è un

sintomo evidente. «Racconto la nostra storia - spiega - affondando nelle

vicende dei singoli, perché la gente sappia e la smetta di confondere la

realtà istriana con i luoghi comuni».

 

 

 

 

 

21 March

«Italianità a rischio»

il comitato per la restituzione dei beni denuncia una manovra concentrica

«Qual è la posizione del Governo? Quella di Giovanardi o quella di

Tremaglia?»

Paolo Radivo

 

«Ciò che è stato negato financo a Tito oggi si vuole concedere agli sloveni

sotto mentite spoglie».

A dirlo è l'avvocato italo-americano Giovanni De Pierro, presidente sia

dell'Alleanza Italiana Istria Fiume Dalmazia sia del Comitato per la

restituzione dei beni (di cui l'Alleanza fa parte).

«Quello sferrato da Lubiana, Bruxelles e Roma ai danni dell'italianità di

Trieste e Gorizia - afferma De Pierro - è un attacco violento con mano di

velluto. Mi riferisco alle dichiarazioni di alti esponenti del Governo

sloveno, ma anche del presidente della Commissione Europea Romano Prodi e

dei ministri Carlo Giovanardi, Rocco Buttiglione e Gianni Alemanno».

«Quando Prodi - continua de Pierro - parla di ferite inferte a questi

territori, dimentica che non hanno riguardato solo Trieste e Gorizia, ma si

inserivano nel piano di espansione del comunismo titino. È patetico poi

questo teatrino dei ministri italiani recatisi a Lubiana per fare da sponsor

all'ingresso nell'Unione Europea e nella Nato senza chiedere la restituzione

dei beni. Alemanno sembra preferire addirittura i vini friulani agli esuli!

In realtà, parlando di collaborazione commerciale, finanziaria e

imprenditoriale si vuole snazionalizzare Trieste e Gorizia, per farne una

"casa di tutti" senza identità e storia».

«L'economia - sottolinea De Pierro - è importante, e io auspico che quella

triestina torni ad essere florida, ma la riconciliazione non si costruisce

sulle ingiustizie del passato. Occorre una giustizia vera, non simbolica.

Ciò non significa mettere in discussione i diritti delle minoranze

nazionali, e di quella slovena in particolare, che ha un radicamento storico

a Trieste e Gorizia: siamo democratici. Ma occorre che nell'ambito della

Lega Nazionale si costituisca un gruppo di lavoro staccato dalla politica

che dia una risposta forte agli attacchi concentrici contro l'italianità di

queste terre. Finora infatti troppi sono stati zitti, eccetto l'avvocato

Paolo Sardos Albertini e Rodolfo Ziberna».

Ma il Comitato per la restituzione dei beni ce l'ha anche con il Governo

italiano, al quale chiede chiarezza. «Qual è - chiede De Pierro - la

posizione ufficiale? Quella del ministro Giovanardi, che esclude ogni

ipotesi di restituzione, o quella del ministro Tremaglia, l'unico a essere

stato sempre coerente su una linea rigorosa? Gli sloveni chiedono garanzie,

contropartite e perfino la restituzione di opere d'arte che a loro non

appartengono. Loro hanno sempre chiesto tutto e ottenuto moltissimo. Noi

invece abbiamo chiesto poco per non ottenere nulla. Non è accettabile poi la

politica dei due pesi e delle due misure: se ci sono trattative in corso con

la Croazia sui beni, bisogna aprirle anche con la Slovenia. E se poi Lubiana

non vorrà restituire alcunché, bisognerà porre il veto al suo ingresso

nell'Ue. Altrimenti dovremo ricorrere alle vie giudiziarie, anche se

preferiamo quelle diplomatiche, che sono più rapide, globali ed esaurienti».

«Questo problema - conclude De Pierro - non riguarda solo Trieste e Gorizia,

ma l'Italia intera, e non bisogna limitarlo ancora una volta a livello

locale».

 

 

«La devozione patriottica di Trieste non potrà certo durare all'infinito»

Italo Gabrielli*

 

Gli esuli più coscienti sanno da tempo che quando l'Italia matrigna avrebbe

finito di spremere da loro, nella funzione loro attribuita di "vittime

sacrificali della Patria", quanto era possibile spremere, con il trascurare

la nostra difesa, avrebbe trovato un'altro gruppo di suoi cittadini per una

comoda sostituzione. Il momento è arrivato con l'imposizione per le

prossime elezioni ai giuliani rimasti fortunosamente nei confini, cioè

triestini e goriziani, di Alesssandra Guerra, così tenera con friulani e

slavi, a nostro danno. Va aggiunto che gli esuli che hanno ricostruito il

focolare in quanto rimane della Venezia Giulia resteranno in tal modo

vittime sacrificali a vita. Le ultime notizie da Roma confermano che non

esiste nessun impegno serio per difendere quanto resta dei diritti degli

esuli.

Non occorreva che il destino aggiungesse al danno la beffa, costituita dalla

sorprendente notizia che l'entrata dei nuovi Stati nell'Ue è fissata al 1°

maggio (2004 cioè di 59 anni "dopo"). Nelle nuove nazioni "europee" è

inclusa la Slovenia, che non ammette alcuna colpa, che non offre prospettive

per iniziare un'obiettiva reciprocità. Possiamo immaginare la nostalgica

rievocazione del maggio 1945 della minoranza slovena in Italia in quella

giornata, che tutto fa prevedere segnerà non il ristabilimento di una

pacifica convivenza nella Venezia Giulia prebellica, ma "la restituzione di

Trieste e Gorizia al loro retroterra", evento sempre agognato dagli slavi,

dove il retroterra comprende "naturalmente" i territori slavizzati con la

completa pulizia etnica.

Sarà utile agli ignari "duci" romani far rileggere il monito del 1955 di

Manlio Resta, riportato da J.B Duroselle in "Le Conflit de Trieste -

1943-54" (Bruxelles 1966), che ritraduco dal francese. «Il paese deve sapere

che, se vuole mantenere l'integrità della sua frontiera orientale

nell'avvenire, bisogna risolvere il problema economico di Trieste: non

possiamo continuare a fidarci del senso di attaccamento alla patria che

questa nobile popolazione conserva da secoli. Il popolo italiano deve sapere

che non si può credere che lo spirito che anima tali forze di resistenza

possa essere immortale. Così, se il problema economico della città e della

zona non trova rapidamente una soluzione adeguata, si possono fare le più

nere previsioni relativamente alla devozione delle generazioni future agli

ideali patriottici... di questa collettività laboriosa».

Oltre alla guerra che vuole imporci Bush, i giuliani non vogliono la Guerra

che vuole imporci Berlusconi.

 

*Gruppo Memorandum 88

 

20 March

«La pensione al "boia"?»

a riceverla dallo stato italiano e' franc pregelj, comandante titino a

gorizia

È accusato di aver fatto uccidere circa 900 persone fra il maggio e il

giugno '45

Martedì scorso si è tenuto a Trieste un affollato convegno sul tema delle

foibe. A tale proposito ci sembra opportuno pubblicare integralmente

un'interrogazione presentata dal senatore grossetano di An Franco Mugnai in

merito alla mancata estradizione in Italia di Franc Pregelj, che la Procura

militare di padova ritiene responsabile dell'assassinio di centinaia di

italiani nel goriziano fra il 2 maggio e il 14 giugno 1945.

 

INTERROGAZIONE URGENTE CON RISPOSTA SCRITTA

Al Ministro di Grazia e Giustizia

Al Ministro per gli Affari Esteri

Al Ministro del Lavoro

 

PREMESSO CHE

Il Procuratore Militare di Padova Maurizio Block ed il Sostituto Sergio Dini

hanno recentemente chiesto l'ergastolo per l'83enne Franc Pregelj, l'uomo

che viene indicato come responsabile degli eccidi compiuti a Gorizia dal 2

maggio al 14 giugno 1945 quando la guerra era ormai finita.

Racconta Marco Pirina, storico, ricercatore, fondatore e Presidente del

Centro Studi "Silentes Loquimaur" di Pordenone, che ha dato impulso alla

inchiesta della Procura Militare di Padova:

Il 30 aprile del 1945 i tedeschi lasciarono la città ed il giorno successivo

arrivarono i partigiani del IX Corpus. I membri del C.N.L., Comitato di

Liberazione Nazionale, iniziarono con loro le trattative, ma capirono subito

che i Titini volevano comandare e, soprattutto, annettere Gorizia.

Due membri del C.N.L., Licurgo Olivi, un comunista emiliano, e Antonio

Sverzutti, che si opponevano a questo disegno, scomparvero subito.

Il Prof. Lino Mulich, che aveva fatto in tempo a nascondersi, li vide salire

sull'auto di Pregelj.

Non tornarono più a casa, eppure erano partigiani.

Mulich ha lasciato un diario agghiacciante.

L'originale è custodito nell'archivio del P.C.I. alle Botteghe Oscure. Una

copia l'ho trovata io a Lubiana e l'ho consegnata al Procuratore Militare.

Qualcuno fornì ai Titini la lista dei partigiani goriziani che si opponevano

all'annessione della città alla nascente Federazione Jugoslava. Erano 900

persone. Gli slavi, in una sola notte, ne arrestarono 665. Poi finirono agli

arresti gli altri.

Li deportarono tutti nei campi di raccolta di Aidussina e Idria, recintati

di filo spinato, all'interno dei quali si consumarono feroci azioni di

pulizia etnica.

Migliaia di questi disgraziati finirono nei campi di concentramento di

Borovnica, rimasto aperto fino al 1947; Lepoglava, vicino a Lubiana, che

addirittura chiuse solo nel 1950 e Maribor, oggi nota stazione sciistica,

aperto sino al 1949 e nel quale poi è stata scoperta una fossa comune con

mille cadaveri.

C'è una donna, Mafalda Codan, che riuscì a tornare a casa grazie ad uno

scambio con delle spie italiane. Ha lasciato un terribile diario dei suoi

quattro anni nel campo di Maribor.

L'inchiesta della Procura Militare di Padova ha consentito di scoprire che

la sorte peggiore è toccata a 202 civili e 635 militari, fatti prigionieri e

trucidati nelle Foibe: denudati, flagellati, seviziati, mutilati,

ammanettati gli uni agli altri con il filo di ferro e scaraventati, ancora

vivi, in quegli orribili squarci della roccia carsica, profondi centinaia di

metri.

Furono poi trovate cataste di cadaveri. In cima alle quali, si dice, gli

aguzzini buttavano un cane nero perché il suo disperato latrato togliesse a

quelle povere anime il riposo eterno.

Per impedire che l'odore della putrefazione dei corpi li facesse scoprire,

gettavano anche stracci imbevuti di nafta cui davano fuoco".

Franc Pregelj, che oggi ha 83 anni, vive a Lubiana con la pensione dell'INPS

e gode del rispetto di tutti, tanto che lo stesso Presidente Sloveno Kucan

lo ha ricevuto recentemente.

Franc Pregelj è accusato dalla Procura di Padova di essere il "boia di

Gorizia" in base a due norme del codice penale militare di guerra, e

precisamente concorso in violenza continuata mediante omicidio contro

privati e concorso in violenza continuata mediante omicidio contro

prigionieri, reati per i quali la pena prevista è l'ergastolo.

Questa è l'accusa che i Procuratori Militari di Padova muovano a Franc

Pregelj, nome di battaglia "Boro".

«In vista ed in funzione dell'eventuale annessione allo Stato Jugoslavo

della città, Pregelj disponeva arresti indiscriminati ai cittadini italiani

e la loro successiva uccisione», recita il capo di imputazione.

Accuse confortate non solo dai documenti scoperti da Pirina a Lubiana, ma

soprattutto dalle testimonianze e dalle denunce presentate alla fine degli

anni '40 dai parenti dei deportati che non sono più tornati a casa.

Negli archivi della Questura di Gorizia ne sono state trovate più di 600,

quasi tutte uguali.

Ecco una fra le tante.

Mio marito, Bruno Deferri, impiegato del Comune, è stato deportato la notte

del 9 maggio 1945.

Soldati jugoslavi lo prelevarono quella notte, dicendo che il Comandante

Boro, Commissario Politico Francesco Pregelj di Ranziano, doveva

interrogarlo.

La compagna di Boro, Carmela, alta autorità titina, confermò poi che

l'arresto era stato proprio ordinato dal Pregelj.

Il presunto boia si è difeso respingendo un avviso di garanzia perché

sosteneva che Boro non era lui, ma un'altra persona e poi, una volta

smascherato, ha ammesso: «È vero, in quel periodo ero a Gorizia, ma non ho

ordinato io gli eccidi».

Dovrà dimostrarlo davanti ai Giudici di Padova, ma ha già detto che non si

presenterà sul banco degli imputati e se ne resterà a Lubiana al sicuro

protetto dalle autorità slovene.

 

CONSIDERATO CHE

Questo processo avrà un grande volore storico, perché per la prima volta un

Tribunale Italiano sarà chiamato a ricostruire e giudicare le operazioni di

pulizia etnica compiuta dagli slavi a danni di militari italiani.

Era infatti calato il velo dell'amnistia su quello istruito negli anni

scorsi dalla Procura di Roma per le Foibe di Zara contro 82 aguzzini

colpevoli di aver trucidato 15000 italiani, oltre che su quello di Oskar

Piskulic per gli eccidi compiuti a Fiume.

Sennoché i giudici romani, per competenza territoriale, avevano nel

frattempo inviato a Padova gli atti relativi alle deportazioni ed agli

eccidi avvenuti a Gorizia, consentendo così l'avvio dell'inchiesta.

 

DATO ATTO CHE

Si è trattato di anni di indagini difficili, ostacolate da reticenze, paure,

depistaggi o interessi politici ancora aperti (le autorità slovene hanno

negato sempre qualunque collaborazione persino nelle rogatorie) e ciò a

conferma che la terribile ferita delle Foibe è ancora sanguinante e odi e

rancori restano ancora violenti, così come dimostra la recente legge sul

bilinguismo a Gorizia.

Afferma ancora Marco Pirina:

Molti parenti di deportati infoibati sono vivi, così come lo sono parecchi

dei loro giustizieri e di quanti hanno collaborato alla cattura ed alla

deportazione.

Ecco perché sarà un processo carico di tensioni e di veleni. E di dolore,

per la ferocia, l'inutilità e l'enormità dell'eccidio.

Quasi 900 persone finirono nelle Foibe in 40 giorni di rappresaglia e di

saccheggi in una città appena abbandonata dai tedeschi in ritirata e subito

occupata dalla truppe titine, che avevano un ordine preciso: annetterla alla

Jugoslavia.

Su 32000 residenti a Gorizia ne furono imprigionati 6000, deportati 1400 ed

in 4600 finirono nei campi di concentramento.

Furono depredati beni pubblici e privati per un valore di 5 miliardi di lire

all'epoca. Fu un mese e mezzo di terrore.

 

ATTESO CHE

In altra, ancorché analoga vicenda, relativa alle incriminazioni rivolte dal

Tribunale dell'Aia nei confronti del Generale Janko Bobekto, ex Capo di

Stato Maggiore dell'esercito croato, per crimini di guerra, le Autorità di

Zagabria hanno sempre adottato la linea dura, tant'è vero che l'atto

d'accusa sollevato dalla Corte Internazionale è stato rimandato all'Aia.

Anche la Nato ha rivolto un appello alle autorità di Zagabria perché

assicurino l'estradizione all'Aia di Janko Bobekto, ex Capo di Stato

Maggiore dell'esercito croato, ricercato dai giudici internazionali del

Tribunale per la ex Jugoslavia per crimini contro l'umanità.

È dovere di tutti gli Stati nati dalla dissoluzione della ex Jugoslavia

cooperare con il Tribunale dell'Aia, ha dichiarato il Segretario Generale

dell'Alleanza Atlantica George Robertson. Una mancanza di collaborazione -

ha poi ammonito - potrebbe avere ripercussioni sulle relazioni del Paese con

la Nato.

Simultaneamente alle critiche della Nato, a Zagabria sono pervenuti pure i

rimproveri del Procuratore Capo dell' I.C.T.Y. Carla del Ponte e del

Responsabile dell'Unione Europea per la politica estera e della sicurezza

Xavier Solana, il quale ha rammentato alla Croazia il suo obbligo di

collaborare con il Tribunale dell'Aia, ossia di consegnare tutti i

sospettati onde poter offrir loro la possibilità di aver un giusto processo.

Significativa, per quanto ci riguarda, è la circostanza che la Gran Bretagna

ha deciso di sospendere il procedimento di ratifica dell'accordo di

stabilizzazione e associazione che la Croazia ha firmato con l'Unione

Europea, a causa del rifiuto di Zagabria di collaborare con il Tribunale

dell'Aia, ovvero di estradare il Generale Janko Bobekto accusato di crimini

contro l'Umanità.

«La piena collaborazione con l'Aia rappresenta la condizione politica di

fondo posta alla Croazia ai sensi dell'Accordo di Stabilizzazione e

Associazione», si rileva nel comunicato diramato dal Forein Office.

 

CONSIDERATO CHE

anche l'Italia, per quanto riguarda i crimini contestati a Franc Pregelj

dovrebbe assumere, nei confronti della Slovenia, un atteggiamento fermo e

deciso invocando l'estradizione dell'imputato, nei cui confronti gravano

accuse pesantissime per la strage di centinaia di militari avvenuta subito

dopo la guerra

Tutto ciò premesso e considerato si chiede di sapere:

A) Se, tramite la Procura Militare di Padova, è stato o meno formalizzata

alla Slovenia la richiesta di estradizione di Franc Pregelj per sentirlo

giudicare dal Tribunale di Padova per i gravissimi fatti di cui è accusato;

B) se si ritiene compatibile, con le gravissime accuse rivolte nei confronti

del predetto Pregelj, la circostanza che l'INPS continui ad erogare allo

stesso, così come a centinaia di altre persone accusate di aver perpetrato

orrendi delitti nei confronti dei cittadini residenti nei territori della

Venezia Giulia Istria e Dalmazia, la pensione sociale;

C) se, in caso di insoddisfacente risposta da parte della Slovenia per

quanto concerne l'estradizione dell'imputato Franc Pregelj, il Governo

Italiano intenda porre il veto previsto dal Trattato di Maastricht,

all'ingresso della Slovenia nella Comunità Europea.

 

 

 

19 March

 

Oppositori da eliminare

nel convegno di ieri numerosi storici si sono confrontati sul tema foibe

Tito fece piazza pulita degli italiani in quanto potenziali ostacoli

all'annessione

Paolo Radivo

 

Circa 200 persone hanno assistito ieri pomeriggio all'hotel Savoia Excelsior

al convegno sulle foibe organizzato dal mensile di storia contemporanea

"Millenovecento". Nonostante la presenza in sala di opposte "fazioni", il

confronto fra i relatori si è potuto sviluppare in modo garbato e sereno,

senza interruzioni.

Ad introdurre i lavori è stato il direttore della rivista Alessandro

Secciani, che ha spiegato il senso dell'iniziativa. «Siamo qui - ha detto -

per cercare di fare storia, non politica: ecco perché abbiamo invitato degli

storici. Vogliamo con questo convegno e con il grande spazio che abbiamo

dedicato alle foibe sul nuovo numero della nostra rivista contribuire alla

ricostruzione dei fatti. Ciò non significa che i relatori non abbiano

opinioni politiche, ma che vogliono separare la ricerca storica dalla

contingenza politica, senza strumentalizzazioni».

Il primo relatore a prendere la parola è stato Raoul Pupo, docente di storia

contemporanea all'Università di Trieste, presidente dell'Istituto regionale

per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia e

autore, oltre che di vari studi sulle vicende giuliane tra gli anni '20 e

'50, anche del lungo articolo di apertura di "Millenovecento". Con pacatezza

Pupo ha puntato subito al nocciolo della questione: si trattò di "pulizia

etnica" contro gli italiani o di "resa dei conti" slava dopo il fascismo e

l'occupazione italiana di parte della Jugoslavia? Secondo Pupo i titini

volevano eliminarono tutti coloro che avrebbero potuto opporsi ai nuovi

"poteri popolari": dunque sia militari sia civili. «Da questo punto di vista

- ha detto Pupo - non vi era sostanziale differenza tra tedeschi,

collaborazionisti sloveni e croati, combattenti della Rsi o del Regno del

Sud, fascisti e partigiani italiani non comunisti. Anzi, la pretesa di

questi ultimi di proporsi come un polo autonomo di aggregazione

dell'antifascismo italiano veniva dagli jugoslavi considerata un atto di

guerra civile contro le uniche autorità legittime (quelle jugoslave appunto)

e punito di conseguenza. La repressione dunque non guardava solo

all'indietro, alla punizione cioè per le colpe del fascismo e i crimini

della guerra antipartigiana, ma guardava anche e principalmente in avanti,

alla creazione di un nuovo assetto politico radicalmente diverso da quello

precedente».

Quanto alla volontà di eliminare gli italiani in quanto tali, Pupo ha

sottolineato come ciò sia vero solo se per italiani si intende coloro che,

al di là delle proprie origini etniche, volevano l'Italia. Infatti ci furono

anche italiani comunisti che preferirono la Jugoslavia, mentre a venire

infoibati o comunque perseguitati furono anche molti sloveni e croati

anticomunisti. Secondo Pupo le "foibe" furono dunque una sorta di

«epurazione preventiva» di quanti avrebbero potuto opporsi al disegno

politico e nazionale di annessione dell'intera Venezia Giulia e della

Dalmazia alla Jugoslavia. In questo senso Pupo si è chiesto se le "foibe"

fanno parte della storia italiana o jugoslava, giungendo alla conclusione

che in realtà possono essere attribuite ad entrambe. Se infatti le vittime

furono nella stragrande maggioranza italiane, le uccisioni avvennero in un

territorio che tanto nel 1943 quanto nel 1945 era stato considerato dai

titini "annesso", e si inseriscono nel più ampio quadro della politica di

eliminazione fisica degli oppositori nell'intera Jugoslavia "popolare".

Dopo Pupo ha preso la parola il gradese Guido Rumici, ricercatore

all'università di Genova e autore del libro "Infoibati", che ha rimarcato lo

scopo politico degli eccidi titini: quello appunto di liberarsi di chi

avrebbe potuto ostacolare i loro piani. Rumici ha peraltro ricordato come

nel settembre-ottobre 1943 furono presi maggiormente di mira i fascisti o

presunti tali, mentre nel maggio-giugno 1945 a venire bersagliati furono più

in generale i non comunisti. Ma ulteriori assassinii di italiani avvennero

anche successivamente, fino alla fine degli anni '50. Rumici ha raccontato

inoltre di aver ricevuto negli ultimi tempi delle testimonianze di parenti

su eccidi avvenuti fra il 1943 e il 1944 in Dalmazia, area geografica poco

studiata dalla storiografia italiana.

Il prof. Fulvio Salimbeni, docente di storia contemporanea all'Università di

Udine, ha confermato questa lacuna, che - ha detto - andrebbe colmata. Ma

soprattutto ha ripreso (come aveva fatto lo stesso Rumici) le indicazioni

del prof. Pupo per dare una chiave di lettura più ampia, europea della

tragedia giuliana. Così - ha affermato - si potrà uscire dai limiti

interpretativi di una storiografia memorialistica introvertita, che

considera le vicende dell'Adriatico orientale come avulse da un contesto. In

questo senso si è rammaricato della scarsa eco avuta a livello nazionale dal

libro "Infoibati", a ulteriore testimoniznaza di una atavica distrazione

degli altri italiani per tali tematiche. Salimbeni ha espresso apprezzamento

per i grossi passi in avanti fatti dagli storici delle Repubbliche ex

jugoslave dopo il crollo della Federativa, riferendosi in particolare

all'ambiente serbo, ma anche a quello sloveno. Ha quindi auspicato la

collaborazione tra storici al di fuori di una logica nazionalistica per una

più puntuale e rigorosa ricostruzione dei fatti. Altro tema decisivo è

quello della divulgazione della conoscenza tramite non solo i manuali, ma

anche gli strumenti multimediali. A suo giudizio, come per la "Shoah", la

quantificazione degli infoibati e degli esuli non incide sull'essenza del

fenomeno, che andrebbe comunque condannato.

Significativo anche l'intervento di Giovanni Miccoli, già direttore del

Dipartimento di storia e storia ed arte dell'Università di Trieste, che ha

sempre dato una lettura degli avvenimenti più legata alla sua formazione

culturale marxista.

Nevenka Troha, ricercatrice presso l'Istituto di storia contemporanea di

Lubiana e autrice di diversi studi sull'argomento, ha chiuso la parte del

convegno dedicata gli interventi dei relatori. È stato quindi dato spazio al

dibattito.

Da segnalare che prima dell'inizio dei lavori Giorgio Rustia ha distribuito

una cinquantina di volantini per rendere noto che all'Associazione famiglie

e congiunti deportati italiani in Jugoslavia ed infoibati, di cui è

segretario, era stata negata la possibilità di partecipare al convegno.

«Relazioneranno invece - ha scritto Rustia - due storici, il prof. Pupo e il

prof. Salimbeni, che sono due dei sette componenti italiani di quella

Commissione "storica" governativa attualmente inquisiti alla Procura della

Repubblica di Trieste (...) per aver firmato la tanto strombazzata relazione

dell'aprile 2001, bocciata persino dal governo di sinistra di allora. In

essa si afferma tra l'altro che gli infoibati furono «centinaia», mentre le

salme recuperate da foibe e fosse comuni superano il migliaio e le foibe del

Capodistriano sono ancora oggi piene di ossa umane».

«In essa - ha continuato Rustia - si dice che a Trieste vivevano più sloveni

che a Lubiana e che fu "l'espansione demografica degli sloveni e non la loro

immigrazione snazionalizzatrice operata dagli Asburgo a farli crescere nella

nostra città dai 2.817 del 1880 ai 20.358 del 1910. In essa si legge che il

primo episodio di violenza interetnica fu l'incendio dell'Hotel Balkan a

Trieste, nel 1920. Ma si tace sui tre italiani uccisi dagli slavi a Trieste

nel luglio del 1868, sul quarto triestino (Giuseppe Zecchia) assassinato nel

dicembre dello stesso anno, e si tace pure sui quattordici marinai italiani

della nave Mozambano massacrati a Sebenico l'anno successivo».