Italian National Revisionism

Trieste Oggi 2002

From a small local Trieste newspaper, Trieste Oggi, published Tuesday to Saturday, we can glean something about Venice Giulia, Istria, Fiume and Dalmatia: 

A Daily View of Trieste and  Harbour

 

 

 

 

 

 

28 December 2002
Un genocidio etnico-politico. Il libro di Giovanna Solari illustra le interpretazioni del fenomeno

 Foibe. A partire dagli anni '90 c'e' stato un allargamento di prospettive nelle analisi.
Paolo Radivo


La 28enne Giovanna Solari si è laureata nel 1998 in Scienze internazionali e
diplomatiche presso la sede di Gorizia dell'Università di Trieste con una
tesi dalla quale è stato tratto poi il libro "Il dramma delle Foibe
(1943-1945). Studi, interpretazioni, tendenze", edito dal Centro culturale
Gianrinaldo Carli dell'Unione degli Istriani. Le chiediamo come è nata in
lei l'idea di occuparsi di un tale argomento, così poco studiato a livello
accademico.


«Questo libro deriva dalla mia tesi di laurea in Scienze internazionali e
diplomatiche. Devo ringraziare l'Unione degli Istriani, e soprattutto la
dottoressa Grazia Novaro, per aver fatto sì che questo sia successo. Avevo
scelto di prendere l'argomento delle Foibe per la mia tesi di laurea
inizialmente per un motivo personale. Il libro è appunto dedicato alla
memoria di mio nonno, che è stato ritrovato nella foiba di Vines nel 1943.
In realtà di foibe avevo sentito parlare poco e ne avevo letto ancora meno a
quei tempi. Così ho preso l'occasione della ricerca necessaria per
approfondire questo tema. Mi sono dedicata ad un tema sul quale ho scoperto
poi che esistevano moltissimi scritti. Possiamo dire che è stata versata
un'ingentissima mole d'inchiostro sull'argomento. Gli interventi sulla
stampa locale, nazionale e a volte estera si contano a centinaia. Sono stati
scritti decine di saggi e di libri. Però, con l'obiettività che posso avere
per non aver vissuto questi fatti e per essere lontana da questa realtà, ho
cercato di fare una panoramica, di ricostruire gli avvenimenti e di
conseguenza seguire tutto il dibattito. Di Foibe se ne parla e se ne è
parlato sempre, dal 1945 ad oggi. Sono state date numerose interpretazioni.


Addirittura a volte si è parlato di strumentalizzazioni. Se ne parla
spessissimo a Trieste, secondo me ogni volta che c'è una tensione o si vuole
parlare di qualcos'altro. Tutto questo ha portato a poca chiarezza, a molta
confusione, ad un rimescolamento delle carte per cui ogni volta ognuno parla
delle Foibe per sostenere una propria tesi. Da qui molte conseguenze:
problemi nella quantificazione delle vittime, problemi di vario genere,
perché ogni aspetto veniva, se posso permettermi di dire, usato per dare
conferma alla propria tesi».


Partiamo dai fatti. Anche su questi ci sono state diverse diatribe: si va
dal negazionismo puro e semplice al "riduzionismo" che tenta di limitare al
minimo questi fatti, fino al "massimalismo" di quanti hanno esagerato il
numero delle vittime. Lei cosa è riuscita ad appurare? A quante persone
possiamo arrivare?


«Questa è una domanda un po' difficile. Credo che su moltissimi aspetti
rimarranno delle incertezze o dei punti da chiarire. Come ha giustamente
detto, quello che ho fatto è stato cercare di vedere ogni singola
interpretazione che è stata data al fenomeno e vedere cosa poteva andare
bene e quali limiti o aspetti andavano approfonditi ancora. Ho individuato
più o meno 4 filoni interpretativi diversi: il primo, iniziato nel '43, è
quello del "genocidio nazionale" in cui le Foibe venivano viste come uno
strumento per snazionalizzare l'elemento italiano, per eliminare l'elemento
italiano dal posto. A sostenere questa teoria erano soprattutto personaggi
provenienti dall'esperienza della Repubblica Sociale Italiana: erano
irredentisti e comunque tutti caratterizzati da elementi di nazionalismo
giuliano in cui si contrapponeva la "barbarie balcanica" - sono parole che
cito - alla "superiore civiltà" veneta ed italiana. Contrapposta a questo
c'era un'interpretazione esattamente contraria, ossia la negazione totale
dei fatti. Di questo ovviamente furono protagoniste la storiografia
jugoslava, la storiografia della minoranza slovena e croata in Italia, e
direi anche alcuni elementi dell'estrema sinistra italiana».


Tuttora persiste questa tendenza, anche se in maniera molto indebolita...
«A partire dagli anni '90 c'è stata un'enorme apertura, un revisionismo non
soltanto da parte della sinistra. Proprio il fatto che l'argomento delle
Foibe sia stato sempre strumentalizzato dalla politica e quindi abbia sempre
avuto una connotazione di destra o di sinistra, abbia avuto diverse valenze
politiche, è qualcosa che non ha permesso un chiaro processo storiografico,
perché, come scrivo nel libro, la storiografia ha le sue regole: sono ben
precise e devono andare al di là della politica e di qualsiasi tipo di
ideologia, che per natura tende a screditare il processo storiografico. Per
tornare all'argomento principale, stavo dicendo che negli anni '90 c'è stata
una maggiore apertura, sia da parte ex jugoslava sia grazie alla
disponibilità di ulteriori materiali da studiare, sia perché c'è stata una
sorta di revisionismo. Secondo me per la prima volta si è un po' ampliato il
cerchio della ricerca e sono stati messi insieme i pezzi del puzzle che
compongono tutta questa complessa vicenda che era stata soggetta a
semplificazioni. Allora si inizia a considerare il fenomeno delle Foibe
anche nella sua dimensione politica-internazionale. Si comincia a parlare
del ruolo degli Alleati, si cominciano a studiare i motivi dietro alla
politica della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Si comincia a vedere il
disegno politico di Tito, e quindi la creazione di un uomo nuovo che per
definizione doveva rompere con il passato e cancellare ogni elemento di
italianità».


Lei ha citato l'atteggiamento britannico e americano. Quali i ruoli e quali
le responsabilità degli Alleati?


«Su questo c'è stata anche una piccola polemica. Come ben sappiamo, gli
Alleati erano a pochi chilometri da Trieste quando Tito occupò la città nel
1945. Quindi ci si è chiesto come mai non avessero agito in tempo.


Addirittura arrivarono il 2 maggio, a distanza di 24 ore, per fare solo
pochi chilometri. Sembra inspiegabile. Però in realtà ci sono diverse
motivazioni. Gli inglesi per esempio, per quanto interessati alla zona,
erano preoccupati all'idea di poter ripetere l'esperienza che avevano avuto
in Grecia poco prima e quindi non volevano invischiarsi in un'altra guerra
civile, tra italiani e sloveni in questo caso. Gli Stati Uniti dal canto
loro stavano continuando la guerra in Giappone, che in quel momento sembrava
essere destinata a non finire in tempo breve e che aveva degli enormi costi
sia materiali che umani. Quindi non potevano nemmeno impegnarsi in questa
zona. Inoltre l'idea degli Alleati era che, se le truppe tedesche si fossero
concentrate in questa zona, magari si sarebbero allontanate da altri fronti
di guerra e magari sarebbe stato facile continuare. Un altro motivo è che
gli interlocutori degli Alleati non era soltanto Tito, ma anche Stalin.
Quindi la questione diventava più ampia e complicata».


Lei parlava di una revisione storiografica avvenuta negli anni '90 da varie
parti. C'è stata quindi un'identificazione di una base comune ormai a tutti:
qual è questa base in cui tutti si riconoscono?


«Direi che ora come ora i fatti e le dinamiche sono chiari man mano che gli
studi continuano, nuovi documenti sono disponibili e nuove aperture vengono
da parte slovena, un po' meno da parte croata. I fatti sono chiari.
Ovviamente rimangono aperte alcune questioni che non so se mai potranno
ricevere risposta».


A quasi 60 anni di distanza dagli eventi, Le interpretazioni prevalenti oggi
quali sono?


«Secondo me, per quanto ho letto, sembra che con questa ulteriore apertura
l'interpretazione prevalente è quella che prende in considerazione vari
elementi e quindi non si basa soltanto su delle impressioni o su delle
motivazioni politiche o su delle posizioni precise, ma cerca - spero sia
così - di tenere in considerazione tutti gli elementi che sono emersi negli
ultimi anni. È una visione molto più ampia che prende in considerazione le
varie componenti: dalla reazione ai misfatti del fascismo  all'apertura di
orizzonte di cui parlavamo».


Ci sono però due tesi di fondo: quella del "genocidio etnico" e quella del
"genocidio politico", che si sono spesso unificate nella tesi del "genocidio
etnico-politico". Questa tesi rimane ancora quella prevalente e più
accreditata secondo lei?


«Credo di sì. I fatti del passato hanno comunque conseguenze nel presente.
Ci sono ancora delle tendenze, per cui c'è ancora un po' di confusione
generale. Direi che in questo momento sia possibile ed auspicabile che la
ricerca continui non soltanto perché redditizia politicamente piuttosto che
emotivamente. Auspico che la ricerca storiografica continui seguendo le sue
regole ed i suoi criteri obiettivi».


Sicuramente c'è stato il pressoché unanime riconoscimento che migliaia di
persone, almeno 5/6mila, sono state massacrate o venendo buttate in foiba, o
venendo annegate o fucilate, oppure attraverso torture o nella deportazione.
"Infoibati" significa in qualche modo "eliminati" dal regime titoista. Su
questo sia a destra sia a sisnistra le componenti ragionevoli sono
d'accordo. Per quanto riguarda un'interpretazione politica, ormai soltanto
certe componenti della sinistra negano il fatto che ci fu in generale una
volontà da parte del partito comunista jugoslavo di eliminare tutti i
potenziali oppositori del nuovo regime, sia slavi sia italiani. E, visto che
a Fiume, in Istria e a Zara erano in maggioranza gli italiani, era
necessario eliminare loro, così da giustificare l'annessione alla Jugoslavia
di un territorio in cui gli italiani sarebbero diventati minoranza. Ma negli
eccidi ci fu anche una grossa componente nazionalista ed una - la più
squallida - di interesse personale, dovuta al fatto che l'invidia o l'odio
aveva portato a identificare qualcuno come fascista, mentre in realtà non
era quello il motivo della sua "esecuzione".


«Sono perfettamente d'accordo. È per quello che anche la parola "Foiba" è un
termine spesso confuso, ambivalente e simbolico che indica non soltanto una
voragine e chi ci finì, ma tutti coloro che sparirono, chiamati addirittura
"desaparecidos italiani". Spesso ci furono vari elementi: dalla vendetta
personale alla resa dei conti, oltre ad un processo politico più ampio e
preciso. Credo sia stato un momento di confusione in cui le varie componenti
siano scattate».

 

 

 24 December  2002

Melina sulle Foibe. L'avvocato difensore di 'Boro' vuole che il processo si

 faccia a Lubiana. Ma la Procura militare di Padova sostiene che si tratta di crimini di guerra.

Il procuratore militare di Padova Maurizio Block ha depositato ieri in
cancelleria il documento in cui respinge l'eccezione di difetto di
giurisdizione avanzata dal legale dell'ex ufficiale titino Franc Pregelj,
detto "Boro", accusato di concorso in violenza continuata mediante omicidio
contro 837 civili e militari trucidati durante l'occupazione jugoslava di
Gorizia e provincia nel 1945.


L'avvocato Rino Battocletti aveva presentato una memoria in cui eccepiva
l'incompetenza giurisdizionale della Procura militare, sostenendo che ad
esaminare le responsabilità dell'82enne Pregelj, che ora vive a Lubiana,
avrebbe dovuto essere l'autorità giudiziaria slovena. Come nel caso
Piskulic, l'obiettivo della difesa sembra essere dunque sempre lo stesso:
far perdere tempo con schermaglie procedurali e cercare di sottrarre alla
giustizia italiana il giudizio su crimini compiuti in un territorio che
allora faceva ancora ufficialmente parte dello Stato italiano.


Il pm Block afferma invece la competenza della Procura militare di Padova,
in quanto il IX Korpus, di cui "Boro" era un comandante di grado elevato,
era una struttura militare organizzata gerarchicamente e con tutti i
requisiti indicati dalle leggi di guerra per la definizione dello status di
legittimo belligerante. Tra i requisiti vi sono anche la dotazione di
uniformi, mostrine e armi portate apertamente. Inoltre, sempre secondo la
Procura militare padovana, una simile eccezione della difesa non sarebbe
ammissibile in questa fase dell'inchiesta dopo che le indagini sono ormai
state ufficialmente chiuse. Secondo Block, "Boro" si sarebbe macchiato di
crimini di guerra imprescrittibili e da ergastolo. Pregelj ha sempre negato
di averli commessi, pur riconoscendo di essere stato il "Comandante Boro" e
di aver operato in tale veste a Gorizia nei 40 giorni di occupazione
jugoslava.


Il legale di Pregelj, se non concorde con il provvedimento della Procura
militare, potrà ora rivolgersi al procuratore generale della Cassazione, il
quale a sua volta potrà richiedere ulteriori informazioni sia alla pubblica
accusa sia alla difesa in vista di una decisione.


Le indagini erano state in precedenza rallentate dalla mancata
collaborazione della Procura ordinaria di Lubiana, alla quale era stato
chiesto invano di poter visionare documenti sulle attività del IX Korpus
sloveno nell'area isontina e triestina.


Fra il 4 e il 12 marzo scorsi furono riesumati in una fossa comune presso il
villaggio di Ustie, nella campagna di Aidussina, i resti di 52 soldati
italiani e di 15 soldati tedeschi. L'area si trova a 25 chilometri da
Gorizia e a 800 metri dall'autostrada che collega la città a Postumia.
L'operazione fu compiuta dalla Commissione permanente italo-slovena
incaricata di attuare l'accordo bilaterale del 1996 sulle ricerche delle
vittime del terrore titoista. Le salme degli italiani furono trasportate al
sacrario militare di Redipuglia. Un altro grande campo di raccolta dei
prigionieri italiani nel 1945 si trovava a Idria, sempre nell'allora
provincia di Gorizia.

 

 

21 December  2002

L'olocausto della memoria. Il Comune di Fiume prepara la 'soluzione finale' sulle tombe italiane. Il 31 dicembre e' la data ultima per presentare la documentazione sulla proprieta'.

(p.r.) Le tombe italiane in Istria, a Fiume e in Dalmazia sono a rischio. Soprattutto in alcune località,

 ovvero quelle dove maggiore è stato l'afflusso di immigrati colonizzatori jugoslavi dopo l'esodo, 

il problema, che si trascina già dagli anni '60, sembra ormai assumere i connotati di una vera e 

propria "soluzione finale".


Drammatica ancor più che altrove appare la situazione a Fiume, dove la
mancanza di spazi nello storico Cimitero Monumentale di Cosala ha indotto la
Giunta comunale a sbarazzarsi dei sepolcri delle famiglie esodate per
lasciare spazio ai nuovi venuti.


Violando il diritto di proprietà, l'amministrazione del capoluogo quarnerino
aveva già da tempo imposto una specie di tassa. Non contenta di questo, ora
ha deciso di cambiare le carte in tavola, prevedendo la revisione dei
contratti entro il 31 dicembre di quest'anno, con la certezza che ben pochi
familiari profughi ne verranno a conoscenza o comunque decideranno di
attivarsi per scongiurare "l'olocausto delle tombe".


In proposito una esule fiumana, docente di Storia dell'Europa Orientale
nella Facoltà di lettere e Filosofia dell'Università "La Sapienza" di Roma,
ha scritto un appello al ministro per gli italiani nel mondo Mirko Tremaglia
(e per conoscenza al console generale d'Italia a Fiume Roberto Pietrosanto)
per sollecitarlo ad attivarsi in merito, dal momento che finora il Ministero
degli Esteri non si è dimostrato troppo sensibile all'argomento.


Nell'aprile scorso "Trieste Oggi" si era già occupato dell'argomento,
pubblicando l'elenco degli intestatari a rischio e alcune foto di alcune
tombe italiane ancora presenti a Fiume, anche se in buona parte già
surrettiziamente espropriate.


Ora riportiamo di seguito la lettera-appello della professoressa Maria Clara
Castelli, auspicando che la sua divulgazione tramite il nostro quotidiano
possa contribuire a raggiungere l'effetto sperato.

Al ministro degli Italiani nel mondo
On. Sen. Mirko Tremaglia


Onorevole signor ministro,
sono docente di Storia dell'Europa Orientale nella Facoltà di lettere e
Filosofia dell'Università "La Sapienza" di Roma. Mi rivolgo, però, a lei in
qualità di profuga da Fiume dal 1947 e approdata a Roma dopo alterne
vicende.


Ora avviene che il Comune di Fiume (attuale Rijeka) ha emesso un vero e
proprio "ukaz" nei confronti dei fiumani, residenti, ma soprattutto
profughi, imponendo la revisione dei contratti di molte tombe site nel
Cimitero Monumentale di Cosala, fondato nel Settecento e simbolo della
storia così variegata della città. Un vero gioiello monumentale dove sono
sepolti i fiumani più illustri.


A parte il costo eccessivo - che molti non saranno in grado di affrontare -
si dà il caso che: 1) non tutti possono dimostrare di essere eredi legittimi
delle tombe in quanto molti (ed è il mio caso) hanno continuato a curare
anche quelle di parenti lontani nel tentativo di conservare quei lembi di
"fiumanità" che è ancora possibile tutelare; 2) molti proprietari sparsi per
il mondo non conoscono le disposizioni delle autorità croate e, quindi,
abbandoneranno automaticamente le sepolture; 3) moltissimi profughi sono
morti e, quindi, le tombe saranno assunte dalle autorità croate come res
nullius; 4) il termine di presentazione della documentazione attestante lo
stato di proprietà scade il 31 dicembre 2002; 5) il tutto rappresenta una
forma - nemmeno troppo occulta - di snazionalizzazione e memoricidio.
Le associazioni che ci rappresentano hanno fatto inserire il problema tra i
punti in discussione nelle trattative per il prossimo rinnovo degli accordi
tra Italia e Croazia. Ma, come Lei ben sa, i tempi della "politica" (si fa
per dire) sono lunghi e il tempo scorre più veloce dei cavilli politici.
Per il momento sarebbe urgente ottenere almeno il rinvio della data di
scadenza di presentazione della documentazione, per poi affrontare in toto
il problema della tutela di tutti i campisanti dei territori italiani ceduti
alla ex Jugoslavia.


Mi rivolgo a Lei (credo anche di rappresentare molti concittadini) nella
speranza che con il Suo aiuto si possa fare qualcosa.
Sono mesi che telefono e contatto ogni specie di autorità (soprattutto del
Ministero degli Affari Esteri) solo per rendermi conto che il problema dei
profughi dalla Venezia Giulia e della Dalmazia non è "politicamente utile".
E francamente esigo il rispetto dei morti, se non dei vivi; da tutti.
Mi metto a disposizione per qualsiasi cosa possa fare.
RingraziandoLa in anticipo La saluto cordialmente.

Prof. Maria Clara Castelli

 

 

19 December 2002

Quel monumento s'ha da fare. Don Ettore Malnati dice si' al memoriale da collocare in piazza 

Goldoni. "Occorre un monito contro i totalitarismi per edificare un clima di pace".

Paolo Radivo


Quel monumento s'ha da fare. È questa in sintesi l'opinione di don Ettore
Malnati in merito alla polemica sulla futura collocazione in piazza Goldoni
di un monumento «alle vittime dei regimi totalitari». L'idea è della Giunta
comunale, nell'ambito della prevista riqualificazione dell'area.
A remare contro è però la famiglia di uno dei detenuti (soprattutto
politici) che la mattina del 23 aprile 1944 i nazisti prelevarono dalle
carceri, impiccarono e poi, con gusto macabro, esposero per 5 giorni
all'interno (e anche all'esterno) dell'edificio che oggi ospita il
Conservatorio Tartini e che allora era la sede del "Deutsches Soldatenheim",
ovvero la "Casa del soldato tedesco". Si trattò di una brutale rappresaglia
per l'attentato dinamitardo compiuto nello stesso luogo il giorno precedente
da uno sconosciuto (solo poi si seppe che si trattava di un caucasico) che
provocò la morte di 5 soldati tedeschi e di alcuni italiani: lavoratori
della mensa interna e semplici passanti.
Le arcinote leggi di guerra vigenti anche nell'Adriatisches Küstenland
prevedevano, in casi del genere, l'uccisione di 10 prigionieri per ogni
soldato tedesco. La 51esima vittima (che pare non fosse un prigioniero
politico) intendeva forse compensare il semplice ferimento di qualche altro
soldato tedesco. Lo stesso principio venne applicato a Roma dopo la strage
di via Rasella, che portò per rappresaglia a quella delle Fosse Ardeatine.
Il monumento voluto dall'amministrazione comunale intende naturalmente
ricordare anche gli impiccati di via Ghega, così come tutte le vittime dei
"totalitarismi" che dominarono questo territorio nel secolo scorso. Ma lo
storiografo sloveno di orientamento filo-titino Sandi Volk si oppone,
insieme alla sua famiglia, sostenendo che con quel monumento si ricorderebbe
suo nonno «assieme a chi ha causato direttamente o indirettamente la sua
morte». Il monumento sarebbe «un grave insulto alla memoria di coloro che
hanno dato la vita nella lotta contro il fascismo e il nazismo, in quanto li
metterebbe sullo stesso piano dei loro carnefici». Come dire che le vittime
del terrore titino sarebbero responsabili o corresponsabili della morte del
nonno di Sandi Volk...


A difendere una simile tesi è scesa in campo anche l'Associazione Nazionale
Partigiani (Anpi), che ha proposto in alternativa un monumento generico
«contro la guerra e alla pace fra i popoli».


L'assessore comunale alla cultura Roberto Menia ha ribadito la validità
della scelta di erigere quel monumento, concepito nel segno della
riappacificazione per ricordare tutte le vittime, indipendentemente dal loro
colore politico e da quello dei relativi carnefici.


Ma Volk non demorde e addirittura annuncia (in modo un po' inquietante) che
impedirà la collocazione del monumento «con tutti i mezzi a nostra
disposizione, ma proprio tutti»...


In proposito abbiamo voluto sentire l'opinione di un uomo di pace, ma anche
di giustizia, impegnato da anni sulle tematiche storiche di queste terre:
don Ettore Malnati. Già segretario personale dell'arcivescovo Antonio
Santin, Malnati, oltre che parroco, è docente di teologia e irenologia.
Come giudica la decisione di collocare un monumento «alle vittime dei regimi
totalitari» in un luogo centrale della città come piazza Goldoni?
«Penso che il voler valutare in prospettiva di pace la tragedia delle nostre
genti e il voler stigmatizzare la negatività dei totalitarismi sia un
fattore doveroso per chi è preposto al bene comune e vuole guardare avanti
ovviamente con una valutazione storica nella verità. Che i totalitarismi
siano stati inseriti in questa nostra terra purtroppo è stato un dato di
fatto, cioè è vero: prima il fascismo, poi il nazismo, poi il titoismo.
Quindi tutte queste presenze, oltre ad aver umiliato la libertà, ci hanno
lasciato vittime, e credo che un monumento possa essere un monito per la
tutela e la promozione della democrazia. Quindi lo vedo come un fatto
positivo».


In alternativa l'Anpi propone di dedicare il monumento «contro le guerre e
alla pace fra i popoli»: cosa ne pensa?
Si è sempre sostenuto che non vi è pace equa e duratura se non è costruita
sulla giustizia. Quindi rendere giustizia almeno con la memoria allo scempo
che i totalitarismi di ogni colore hanno fatto qui e nel mondo
implicitamente è già un monumento alla libertà e alla pace. Che tale
memoriale possa inglobare anche questo messaggio nei confronti della pace è
auspicabile, ma non misconoscendo le sofferenze che la nostra gente ha
dovuto subire a causa dei vari totalitarismi di turno».


È legittima a suo giudizio l'opposizione di Volk?
«È doveroso rispettare i sentimenti delle famiglie duramente colpite a causa
delle dittature. Ognuno si muove secondo i suoi criteri e la sua
sensibilità. Tuttavia, purché non venga strumentalizzato, un memoriale che
indichi alle giovani generazioni il valore della libertà e quindi della
democrazia, per la quale molti hanno lottato e perso anche la vita, sia un
messaggio indiretto dato da coloro che hanno creduto in questi ideali
proprio per un'educazione alla pace».


Volk sembra attribuire agli infoibati la colpa della morte del nonno: cosa
ne pensa?


«Credo sia doveroso sostenere l'affermazione che i morti delle foibe sono
persone che hanno perso la loro vita non per crimini di guerra o per
rastrellamenti, ma nella stragrande maggioranza per una pulizia etnica o
(visto che ci sono anche delle vittime slovene), per una pulizia ideologica
sommaria. Come purtroppo noi constatiamo, dove manca la giustizia, violenza
chiama violenza, anche psicologica. Questo è il dramma che sta vivendo ancor
oggi la nostra città. Ritengo doveroso applicare le parole dell'ex premier
israeliano Shimon Peres, che qualche giorno fa a Trieste ha sussurrato il
consiglio: «Impegnamoci nella scienza, cioè nel progresso, nel vissuto di
oggi, e chiudiamo con giustizia il retaggio della storia».
Dunque il monumento a tutte le vittime dei regimi illiberali non sarebbe un
insulto agli impiccati di via Ghega?


«Un monumento che richiami la condanna dei totalitarismi e impegni a
edificare un clima di pace sociale e internazionale può essere un monito
didattico di grande valore, senza offendere nessuno».

 

 

 

 

19 December  2002

"Una via per Palatucci. I consiglieri della casa delle Liberta' vogliono celebrare il 

coraggioso martire. Come questore di Fiume riusci' a salvare molti ebrei dalla 

deportazione".


Paolo Radivo


Una mozione per intitolare una via cittadina a Giovanni Palatucci,
possibilmente Ratto della Pileria, vicino alla Risiera. Questa l'iniziativa
di alcuni consiglieri comunali della Casa delle Libertà, che vogliono
impegnare il sindaco e la Giunta a rendere onore al martire, la cui storia è
stata riproposta nei mesi scorsi all'attenzione del pubblico.


Giovanni Palatucci fu a partire dal 1937 Commissario e Questore reggente di
Fiume italiana. Ricoprendo il ruolo di responsabile dell'Ufficio stranieri,
riuscì a salvare numerosi ebrei dalla deportazione nazista, facendoli
fuggire nei Paesi occidentali. Venne arrestato dalla Gestapo il 13 settembre
1944, e nel febbraio dell'anno successivo, all'età di 36 anni, morì nel
campo di concentramento di Dachau.


Indipendentemente dal numero di ebrei che effettivamente Palatucci trasse in
salvo (decine o migliaia, secondo differenti stime storiche), la figura
dello "Schindler fiumano" era già stata insignita nel 1990 della massima
onorificenza d'Israele, il "Giusto tra le nazioni", e nel 1995 della
Medaglia d'Oro al merito civile dal presidente Scalfaro. Recentemente la
Polizia italiana ha edito un volume biografico dal titolo "Giovanni
Palatucci, il poliziotto che salvò migliaia di ebrei", che vanta in
prefazione i contributi del presidente della Conferenza episcopale italiana
e vicario generale del Papa per la diocesi romana, cardinale Camillo Ruini,
e del presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche in Italia, Amos
Luzzatto. Inoltre è dello scorso ottobre la notizia che il Vaticano ha
avviato l'istruttoria per la beatificazione di Palatucci.


Sono già numerose le attestazioni alla memoria dell'ex questore fiumano:
strade e piazze portano il suo nome a Torino, Avellino, Genova, Montella. In
una via a Ramat Gan, in Israele, nel Viale dei Giusti della terra, campeggia
una lapide a lui dedicata. Anche il film "Il rumore del treno", trasmesso
quest'anno dalla Rai, ricorda gli atti di Palatucci.


 

 

18 December 2002

Coraggio e amore. Con questi sentimenti combatterono i volontari della

 Repubblica Sociale Italiana. E' uscita la seconda edizione del libro di Claudio de
Ferra "Un milione e 1. 

Franco Paticchio

Il libro "Un milione e uno. Trenta racconti per una storia del tempo di
guerra e del dopoguerra", di Claudio de Ferra, è giunto alla sua seconda
edizione. Ne parliamo con l'autore e con il giornalista (nonché
vice-presidente della Provincia) Massimo Greco, che conosce il libro per
averlo presentato nella sua prima edizione.


Claudio de Ferra è uno del milione di volontari della Repubblica Sociale
italiana. Notissimo non solo a Trieste nel campo della matematica
attuariale, docente universitario, presidente nazionale dell'Associazione
per la matematica applicata alle scienze economiche e sociali, nato per
insegnare, oggi non insegna più all'università perché in pensione, ma tiene
corsi per il master post-universitario in Insurance and Risk Management. Ha
anche ricevuto il Premio internazionale Ina - Accademia dei Lincei per le
scienze assicurative: il piccolo "Nobel" delle assicurazioni.


Impegnato da sempre in politica, è stato a lungo consigliere comunale e poi
regionale per il Msi-Dn, nonché presidente dell'Istituto di studi
corporativi dal 1976 fino al suo scioglimento nel 1995.


Ora si è ritirato a Duino, dove però continua a lavorare e scrive libri. Ne
ha già pronti altri 3. Stanno infatti per uscire i seguenti titoli: "Una
vita di corsa", un libro autobiografico come questo di cui parleremo;
"Donne, armi e bandiere", racconti di guerra; "Un fungo per amico", consigli
per appassionati di funghi, che non mancano soprattutto sul Carso, dove i
micologi ed i ricercatori sono sempre all'opera. "Un milione e uno" seconda
edizione: vuol dire che ha venduto bene...


de Ferra: «È stato molto superiore alle mie aspettative questo risultato. Io
non ci credevo. Quando avevo dato in mano ad alcuni amici il testo, pensavo
che venissero a dirmi che fosse interessante, ma di lasciar perdere. L'avevo
scritto quasi per scherzo. Invece il libro piacque e l'amico De Polo, che è
direttore di "Nuovo fronte", disse di volerlo stampare. Così lo rimisi un
po' a posto, diedi qualche aggiustatina e partii con questo libro, che alla
prima edizione andò  bruciato. Seguì questa seconda. Ci fu l'amico
Tremaglia, il quale si disse entusiasta e volle diffonderlo all'estero. Il
libro è stato venduto molto all'estero, in particolare tra gli italiani del
Sud America ed in Australia. Per dire la verità, meno in Europa, ma gli
italiani all'estero sono quelli che non tornano facilmente a casa. È
diventato un libro di testo per le scuole, un libro che racconta la storia
dell'ultima guerra vista da parte di chi l'ha persa e non, come sempre
accade, da parte dei vincitori. Quindi sono particolarmente lieto di questo
risultato, che mi ha invogliato a continuare a scrivere. Gli amici mi hanno
detto che, siccome ho avuto questo successo (ho ricevuto valanghe di lettere
di compiacimento), di andare avanti, perché la cosa "attacca" sia per i
contenuti che per la forma. Qualcuno adesso mi chiama "scrittore". In realtà
sono un professore universitario che ha smesso le armi dell'insegnamento
salvo quello del Mib, perché tengo un corso breve nel master assicurativo
che si tiene a Trieste. Mi hanno voluto e io tengo dei cicli di lezioni di
una decina/quindicina di ore. Continuo ad insegnare, ma mi si dice che come
scrivo piace».


Vediamo Massimo Greco cosa ne pensa...
Greco: «Credo che il libro del professor de Ferra abbia due qualità non
irrilevanti. È un libro molto leggibile: con le prose che a tutti i livelli
circolano oggi, sembra un pregio banale, ma ovvio non è. Il professor de
Ferra, come tutti i non giovanissimi, ha un italiano maturato in una scuola
seria e quindi ha una fruizione dello strumento linguistico consapevole.
Quindi il libro è scritto in un modo molto leggibile e scorrevole, a mio
giudizio di lettura agile. Questo dal punto di vista dell'approccio alla
lettura. Dal punto di vista del messaggio, a mio modo di vedere è un libro
utile perché consente di mettere a fuoco quelle che erano le emozioni, i
sentimenti,  gli ideali di un giovane di 18 anni che nel 1943, dopo l'8
settembre e dopo il trauma derivato dagli eventi collegati a quell'infausta
data, si trova a dover assumere delle decisioni. È un giovane della
borghesia triestina, un giovane liceale che fa una scelta impegnativa. A mio
modo di vedere una cosa importante è la scelta di aderire alla Repubblica
Sociale Italiana e quindi di fare parte delle sue formazioni militari. Il
libro di De Ferra a mio giudizio ha un pregio: a differenza della
memorialistica più immediata, cioè del libro di memorie che viene scritto
immediatamente dopo la guerra, con il carico di emozioni che...»
...Si direbbe oggi instant book...


Greco: «Questo è stato scritto in età matura. Il professor de Ferra ha
potuto depositare i sentimenti, lavorarci sopra, pensarci e riflettere. Il
suo è un approccio sereno a tematiche che sono ancora cariche di significati
e di passioni e di scontri ancora oggi dal punto di vista ideologico
ferventi. A mio giudizio è utile perché esce un ideal tipo di aderente alla
Repubblica Sociale, che serve a comprendere quel momento e le ragioni che
spinsero centinaia di migliaia di italiani, in una fase difficile e delicata
della vita della nazione, a fare una scelta che già da allora poteva non
definirsi certamente vincente».


Quasi disperata, o no, De Ferra?
de Ferra: «Era una scelta disperata, ma noi ci credevamo o volevamo
crederci. Volevamo sperare in un fatto impossibile, in un miracolo.
All'epoca si parlava di armi segrete che avrebbero rovesciato il corso della
guerra, che ormai era compromessa. C'era poco da fare: avanzavano da tutte
le parti. Poi, da quando era entrata in guerra l'America, non c'era più
battaglia, perché la superiorità economica militare degli americani era tale
da abbattere qualunque ostacolo. Loro non combattevano tanto a terra, ma lo
facevano con gli aerei. Cercavano di risparmiare al massimo la vita umana,
il che è importante e giusto. Potevano farlo dall'alto di questa loro
supremazia dei cieli. Se si pensa che, di fronte ai nostri aerei ultimi
superstiti e senza benzina che non potevano neppure alzarsi, volavano sulla
nostra testa 600/700 bombardieri ogni giorno che in parte scaricavano le
bombe sulle città italiane e in gran parte scaricavano sulle città
tedesche... La Germania finì praticamente in frantumi fra le macerie. Quelli
che volevano opporsi, cioè qualche centinaio di piloti della Repubblica
Sociale, si alzarono in volo, se avevano il carburante, e affrontavano
queste formazioni immani, queste nuvole di bombardieri americani
superprotetti dai loro caccia e si immolavano con lo stesso spirito con il
quale noi andammo a combattere. Io li invidiavo: invidiavo il coraggio di
questi ragazzi. Descrivo nel libro una di queste azioni da me vista a terra,
con gli aerei americani che precipitavano, ma anche con i nostri. Uno si
infilò nel terreno ancora umido. Eravamo nel marzo del '44. Si infilò ed
andammo a cercare il pilota che non fu possibile rintracciare perché era
affondato alcuni metri sotto terra. Poi venni a sapere anche il suo nome.
C'era un coraggio incredibile! Adesso che penso a quei fatti mi viene da
dire, se invece di essere un ragazzo di 19 anni, fossi stato un uomo di
30/50 anni con una famiglia o con dei figli, sarei andato con lo stesso
spirito o mi sarei tirato indietro? Non so rispondere a questa domanda. Nel
libro che ho appena scritto, dal titolo "Donne, armi e bandiere" in cui c'è
molto spazio per le donne, dedico un racconto intero ad un anziano che va
volontario. Non è giusto chiamare i volontari della Repubblica Sociale
italiana "i ragazzi di Salò". Innanzittutto perché Salò non c'entrava
niente; poi non eravamo tutti ragazzi. Avevamo ufficiali di una certa età,
la Repubblica Sociale ebbe ben 900 generali e non erano ragazzi: era gente
dai 50 anni in su. Sapevano quello che facevano. Con "ragazzi di Salò" si
vuole intendere quasi, con un atteggiamento bonario e affettuoso per dire:
"poveretti, erano così giovani che non capivano cosa facevano". Noi capivamo
cosa facevamo, e lo capivano meglio di noi i più anziani che ci spronavano e
ci mandavano avanti. Una difesa anche di questi anziani, che possono
meritare il titolo di "ragazzi", ma solo come titolo onorifico. Perché,
quando uno ha 60 anni ma va a combattere e morire per la patria, è ancora un
ragazzo».


C'è una rivalutazione negli ultimi tempi della figura del soldato italiano.
Anche il soldato italiano appare come un soldato normale. Non più come la
caricatura di un soldato che è venuta fuori nei film e nei racconti. Basta
pensare al film "El Alamein", ma anche alle trasmissioni televisive che
hanno dedicato ad El Alamein parecchie puntate e - devo dire - anche
abbastanza obiettive.


Greco: «In relazione in particolare al film su El Alamein - che hai citato -
del regista Enzo Monteleone che ho avuto modo di vedere, credo che
finalmente questa storicizzazione del soldato italiano sia uno degli aspetti
più interessanti del film stesso. Non è più Alberto Sordi, non siamo più
alla macchietta. Personalmente non ho trovato bello il film su El Alamein:
l'ho trovato un po' noioso e pesante con molti aspetti secondo me
storicamente non verificati. Credo che tu abbia ragione quando sottolinei
questo aspetto. Il soldato italiano è un soldato come gli altri: fa la
guerra come gli altri, ha le paure ed il coraggio come gli altri. Questa
normalizzazione della figura del soldato italiano credo sia importante, per
cui i vecchi aspetti caricaturali lasciano il posto a quella che è secondo
noi una ricostruzione storicamente corretta. Speriamo che questo concorra
più in generale ad una energica, intelligente, non retorica rivalutazione
proprio anche del senso della patria e della nazione e anche ad una
riscoperta nel senso migliore della nostra memoria storica».


A questo proposito e a proposito di El Alamein, c'è stata una battuta ed una
ribattuta tra il ministro della Difesa Martino ed il ministro Tremaglia.
Martino rendeva onore ai nostri soldati caduti ad El Alamein anche se erano
dalla parte "sbagliata": Tremaglia contestò...


De Ferra: «Mirko Tremaglia fu mio compagno di scuola di ufficiali a Modena,
che poi è la patria dell'amico Greco...»
Greco: «Infatti sono andato a vedere il posto in cui il professor de Ferra
ha fatto la scuola per ufficiali della Gnr...»
de Ferra: «Io sono rimasto molto affezionato a Modena dopo quel mio
passaggio. Ci sono tornato parecchie volte. Nel libro parlo del
bombardamenteo micidiale e di quello che poi seguì. Mirko Tremaglia è un
carissimo amico. Di lui ammiro l'enorme coraggio, ma non per essere andato
volontario come tanti altri, ma perché Mirko Tremaglia ha alle sue spalle
due episodi. Uno è quello di Mosca. Quando ancora a Mosca imperava il
comunismo, lui ci andò come deputato di opposizione: parlo di una ventina di
anni fa. E quando un rappresentante si alzò per dire che i soldati italiani
avevano fatto quella guerra, ma era una guerra di invasione sbagliata,
Tremaglia si alzò in piedi e fece subito tacere il rappresentante del
governo ed ebbe l'applauso e i complimenti del capo della delegazione
sovietica. Gli disse che aveva del coraggio a parlare in quel modo: lui
avrebbe parlato nello stesso modo se fosse stato nei suoi panni. Il secondo
episodio è quello di El Alamein in cui con meraviglia di tutti il ministro
della Difesa, che è stato un ottimo ministro degli Esteri, evidentemente ha
avuto una defaillance e si è lasciato scappare delle parole che nessuno gli
chiedeva. Era una manifestazione di pacificazione fra i caduti che si
scontrarono (italiani, tedeschi, inglesi, australiani, polacchi), e questo
ministro tira fuori la guerra "sbagliata". Si può tirare fuori in un'altra
sede, ma non in quella davanti a dei caduti: Tremaglia non l'ha perdonata.
Pur sedendo nello stesso governo ed essendo grande amico di Martino che è
tra l'altro quello più vicino forse ad Alleanza Nazionale in Forza Italia,
mi disse che chi cade per la patria non cade mai per la causa sbagliata.
Fece molto bene e gliene siamo grati, perché tanti italiani gli sono grati
per quello che ha detto. Bisognava avere coraggio: qualcun altro sarebbe
stato zitto, avrebbe fatto una polemica sui giornali. Però, se mi è
consentito, vorrei dire due parole del libro, quando tratta della questione
di Trieste. Perché io, quando finii la scuola ufficiali di Modena, che era
la prima delle scuole nuove della Guardia repubblicana (nel senso che era la
più bella), quando divenni ufficiale e mi mandarono a Brescia in attesa di
nomina, feci il diavolo a quattro per essere mandato in Istria. A parte il
fatto che combattere, essere costretti a combattere contro i partigiani
italiani mi pesava, ma l'avrei dovuto fare, perché se uno ti spara addosso
devi rispondergli, io volevo andare a difendere i confini e la mia Trieste.
Per difendere Trieste bisognava prima difendere l'Istria. Sono stato in
divisa fino agli ultimi giorni di guerra, anche dopo la morte di Mussolini.
Nessuno dei nostri reparti si scompose: continuammo a combattere per la
bandiera e per l'Italia e ripiegammo il 29 aprile verso Trieste per fare un
blocco all'invasore, che non era tedesco, ma slavo: erano le truppe del IX
Corpus del maresciallo Tito. Queste agognavano a prendersi la nostra città.
Arrivammo a Capodistria per riposare un po' di ore e poi riprendere la
marcia verso Trieste. A Capodistria confluirono tutti i reparti del mio
reggimento Istria. Ma là arrivò un ordine, arrivò una staffetta alle 5 di
mattina del giorno 30 aprile; diceva che l'ordine del comando era quello di
gettare le armi e tornare a casa. La difesa di Trieste non si fa, perché il
Comitato di liberazione nazionale con il quale abbiamo cercato tutti i
possibili accordi non vuole che diamo una mano per la difesa della città».

 

 

27 November 2002

Per gli esuli niente Befana. Il termine del 5 gennaio riguarda solo i serbi e i croati, non gli italiani.

 La restituzione per gli stranieri e' possibile solo in presenza di un accordo bilaterale".
Paolo Radivo


La legge 80 approvata dal Parlamento di Zagabria lo scorso 5 luglio cancella
formalmente l'esclusione degli stranieri e fa dipendere la restituzione dei
beni nazionalizzati dalla stipula di accordi interstatali in materia. Ma a
un tale accordo Italia e Croazia ancora non sono arrivate. Pertanto la legge
non può riguardare anche gli esuli italiani già residenti nei territori ora
sotto sovranità croata.


Secondo il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini, è dunque
inutile affrettarsi ad inviare le domande entro il 5 gennaio. Quello infatti
è il termine ultimo valido solo per chi è divenuto cittadino croato dopo il
1996, quando fu varata la prima legge in materia, o per chi risiedeva
ufficialmente in Croazia nel 1991. L'articolo 7 stabilisce infatti che
possono chiedere «l'indennizzo del patrimonio sottratto durante il periodo
del regime comunista jugoslavo» entro 6 mesi dall'entrata in vigore dalle
legge solo «i proprietari precedenti che hanno ottenuto il diritto alla
restituzione o all'indennizzo del patrimonio sottratto in base alle
disposizioni di questa legge e sinora non hanno presentato la richiesta, o
la cui richiesta era stata rifiutata e passata in giudicato oppure era stata
rigettata». Evidentemente ci si riferisce agli ex jugoslavi che non erano
ancora cittadini croati nel 1996 e ai «proprietari precedenti che in base al
censimento della popolazione del 1991 avevano la residenza stabile nelle
zone occupate della Repubblica di Croazia o nelle zone sotto
l'amministrazione dell'Untaes».


In sostanza si vogliono (almeno a parole) aprire le porte agli emigrati
croati che nel 1996 non avevano aquisito la cittadinanza e ai serbi delle
Krajine cacciati dal generale Tudjman fra il 1991 e il 1995. L'articolo 11
si rivolge chiaramente a costoro, e non agli italiani che in precedenza
avevano avanzato richiesta a mo' di "provocazione", laddove dice che «sui
procedimenti iniziati in base a questa legge sull'indennizzo che non siano
stati conclusi e passati in giudicato sino all'entrata in vigore di questa
legge si applicheranno le disposizioni di questa legge».


Insomma: gli ex jugoslavi di nazionalità serba o croata che non erano
cittadini croati nel '96 sono stati formalmente equiparati nei diritti agli
altri. Totalmente estranei a questa legge restano invece coloro che
jugoslavi non furono mai o perché "optanti" o perché "trasferitisi" dalla
Zona B: gli esuli italiani, appunto. Per costoro non vale dunque la
disposizione dell'articolo 7 in base alla quale «le richieste presentate
dopo il decorso del termine dei 6 mesi verranno rigettate».


A giudizio di Sardos, le richieste eventualmente inviate da alcuni esuli
entro il 5 gennaio possono avere soltanto un valore politico o simbolico,
perché sono formalmente irricevibili. «Chi vuole compilarle e inoltrarle -
dice - lo faccia pure, ma senza illudersi, senza perdere troppo tempo e,
soprattutto, senza spendere inutilmente soldi».


In particolare Sardos mette in guardia da quegli uffici legali croati che si
offrono di patrocinare gli esuli chiedendo per intanto una cifra di mille
euro. «Abbiamo avuto notizia - spiega - di simili iniziative speculative e
non vorremmo che qualcuno, in buona fede, possa cadere nella trappola
"balcanica"».


Il presidente della Lega Nazionale sostiene che nell'ambito delle trattative
italo-croate dovranno essere definite anche le modalità per l'applicazione
della legge croata agli esuli italiani. Dunque i termini andranno
necessariamente riaperti. «Sarebbe assolutamente disonesto - dichiara Sardos
- se un domani venissero prese in considerazione solo le richieste
presentate entro il 5 gennaio 2003. Sono certo che la delegazione italiana
al tavolo delle trattative non lo consentirà». Peraltro tali trattative non
sembrano affatto destinate a una rapida conclusione.


Insomma: la Befana croata non ha nel suo sacco doni per gli esuli, né è
verosimile che le future uova di Pasqua possano contenerne. A meno che non
avvenga un improbabile miracolo...

 

 

 

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